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Tratteggiare l’anima sacerdotale di S. Giovanni Maria Vianney è profittevole alla vita spirituale. Il suo stile di vita, il suo zelo apostolico, l’amore alle anime, stimola a una nobile emulazione chiunque abbia la cura delle anima e sia configurato a Cristo sacerdote in virtù del sacramento dell’Ordine.
Attraverso una serie di aneddoti, il p. Zangheratti, parroco di S. Maria di Nazareth in Roma-Casalotti e docente di Teologia Morlae allo STIM, ha fatto emergere il calibro umano e spirituale di un santo sacerdote, patrono dei parroci, sempre attuale perché inserito nell’eternità di Dio.
Umiltà e carità furono gli assi portanti della sua spiritualità. Univa il sacrificio eucaristico a quello del tempo e delle energie nelle ore e ore di confessionale per riconciliare i penitenti con Dio. Pieno di apertura verso gli altri, nutrì spiritualmente anche confratelli nel sacerdozio. Non lesinò la penitenza corporale desiderando sempre di dedicare molte ore all’orazione. Molti notarono in lui doni straordinari come il dono delle lacrime, levitazioni e splendore del volto. Frequentemente aveva visioni intellettuali. Benedetto XVI lo ha voluto presentare ai sacerdoti di oggi perché non dimentichino che sono presenza del Verbo incarnato.
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S.E. Francesco Moraglia, vescovo della Spezia-Sarzana-Brugnato ha esposto la conferenza, “La sacralità del celibato”.
E’ un tema, quello del celibato sacerdotale, dagli anni successivi al Concilio Vaticano II, attira l’attenzione di quanti vivono nella Chiesa ma, anche, di quanti si collocano al di fuori d’essa.
Abstract: Secondo un’opinione diffusa, il numero insufficiente di candidati al sacerdozio dipenderebbe dalla decisione della Chiesa latina di ammettere al presbiterato solo quanti abbracciano il celibato.
Il celibato, quindi, diventa l’imputato numero uno e la causa scatenante la crisi che, nel post Concilio, ha investito il ministero ordinato.
Le crisi perduranti presentano, in genere, cause molteplici; per il celibato, quindi, non ci si può fermare alle ragioni esistenziali, bisogna interrogarsi anche su quelle teologiche valutando se si siano appannate o se, più semplicemente, noi non siamo stati capaci di rispondere, in modo adeguato, alle critiche provenienti da tale ambito.
Non dimentichiamo, inoltre, come il celibato, osservato in rapporto alla sacralità, rimandi a un perfezionamento dell’uomo e, insieme, lo spinga oltre se stesso, non solo verso il termine della storia - dopo di essa -, ma si ponga, anche, come novità che, fin d’ora, situa l’uomo oltre se stesso.
Le difficoltà, però, si stemperano, fino a sciogliersi, se si evidenzia come fra stato matrimoniale dei ministri ordinati e celibato degli stessi, sussista una realtà mediana: la pratica o esercizio della continenza cui erano tenuti i ministri ordinati.
L’insegnamento del Concilio Vaticano II circa il sacerdozio ordinato - ripreso anche dal magistero successivo -, pone l’accento sul fatto che il presbitero, attraverso il sacramento dell’ordine, tanto nella sua persona quanto nella sua missione, sia vero e reale prolungamento di Cristo.
Stando al decreto conciliare Presbyterorum ordinis, dove il sacerdote è presentato come chi - nel suo essere personale - è reso conforme a Cristo, risultano particolarmente efficaci, proprio in quest’anno sacerdotale, le parole che Giovanni Paolo II ha scritto nel suo libro Dono e mistero.
Solo la fedeltà alla realtà del sacramento libera dal rischio di cadere nel funzionalismo e, conseguentemente, nella pastorale del fare, fine a se stessa. Per non cedere al funzionalismo, il ministro ordinato deve essere capace di donazione personale, in altri termini, alla radice della sua azione deve esservi il dono, l’offerta della sua persona.
Limitarsi a “fare” il prete, ossia, “compiere” determinate prestazioni legate al ministero sacerdotale o “garantire” solamente alcune opere e far coincidere tutto questo con l’esistenza del sacerdote che, invece, nel più intimo della sua persona è conformità ontologica a Cristo, vuol dire non aver inteso il dono del sacramento che rende nuove creature in vista dell’originalità che ontologicamente conforma a Cristo, Capo del Corpo mistico.
E’ chiaro che, all’interno di una visione funzionalista, non più in grado di cogliere il valore del simbolo e che a sua volta è espressione di una precisa mentalità (incapacità), noi non siamo più in grado di percepire il profondo significato e la sacralità del celibato sacerdotale.
Solo al chiarore dell’evento pasquale, è possibile ricavare luce sufficiente per comprendere la sacralità e la sacramentalità del celibato sacerdotale, rifrazione della realtà di Cristo Sposo.
Il punto è proprio questo: il celibato sacerdotale - che è per il culto, il servizio religioso e la pastorale del popolo, si radica, in modo specifico, sulla sponsalità di Cristo che, nel Nuovo Testamento, è costantemente presentato come lo Sposo della Chiesa; insomma, dobbiamo dire che Cristo non si è sposato, perché era già sposato. Nel senso appena detto, il suo, era, quindi, un celibato solo apparente e Cristo non si lega a una sposa umana, perché è lo Sposo dell’intera umanità; infatti, la chiesa, come ricorda Lumen gentium, costituisce l’umanità unita a Dio in Cristo; e, nel Nuovo Testamento, Cristo si presenta come lo Sposo per antonomasia.
Nonostante le apparenze, quindi, non è possibile mettere sullo stesso piano lo sposarsi di chi è già prete e il ricevere il sacramento dell’ordine da parte di chi è già sposato.
Le due situazioni si rapportano in modo diverso; infatti, quando è lo sposato ad accedere al sacerdozio, è, secondo la teologia sacramentaria, la figura (il coniugato) ad andare verso la realtà (la sponsalità di Cristo) mentre, quando fosse il sacerdote ordinato, a desiderare il matrimonio, sarebbe la realtà (la sponsalità di Cristo) che tenderebbe alla figura (matrimonio), ossia la realtà che diventa figura di se stessa.

