venerdì 11 dicembre 2009

La contestazione del sacerdozio ministeriale nella teologia femminista


Conferenza del Rev. Prof. Manfred Hauke della facoltà Teologica di Lugano.

Abstract: Negli anni ’70 nasce la rivendicazione del sacerdozio alle donne.

Il femminista risale a Fourier all’inizio del XIX secolo. Parlava di eguaglianza assoluta dei sessi.

Togliere differenza dei ruoli sociali.

Nello schema marxista il padre è l’oppressore. Per Marx l’uomo era solo l’insieme delle condizioni sociali.

Il libro di Simone de Beauvoir “Il secondo sesso”, è stato considerata la “bibbia del femminismo”. Secondo Sartre la coppia scelta precede le condizioni naturali. Il femminismo contemporaneo si rifà a questi canoni. Emerge negli USA nel ’68 attraverso il “Women’s Lib”.

Negli ultimi anni si presenta il femminismo del “genere”. Il sesso biologico andrebbe distinto dal genere sociale e culturale che potrebbe essere diverso. Judith Butler mise in discussione la stessa corporeità maschile e femminile come prodotto naturale. E’ il rifiuto della complementarietà dei sessi. Rinnega la diversità nell’ambito sociale. Un esempio estremo di questa corrente è stata Valerie Solanas che incitava all’annientamento dei maschi. Il Catechismo della Chiesa Cattolica, invece, parla della diversità e complementarietà dei sessi. Collaborazione tra uomo e donna. Dalla “Casti connubi” ala “Pastores dabo vobis” è evidente il rispetto da attribuire al ruolo dell’uomo e della donna nella società, nella Chiesa e in quest’ambito soprattutto in riferimento al sacerdozio.

La teologia femminista degli anni ’70 negli USA nascono dall’ex suora Mary Daly e la sua opera “Beyond God the Father” (1973). Elisabeth Johnson rifiuta un’antropologia dualista o della complementarietà. Incoraggia piuttosto un’antropologia ugualitaria di partecipazione. Dall’83 negli USA si è costituita la “Women Church”. Officia una propria liturgia che esclude gli uomini.

Elisabeth Schussler Fiorenza sostiene che le prime comunità erano strutturate in modo egualitario. Secondo lei l’autorità di “padre” è riservata solo a Dio. Rosemary Radford Ruether si definisce “avvocata” del sacerdozio femminile ed è attivista abortista. Lutero, Kung e Schilebecks.

La valutazione critica racchiude il momento di verità in virtù del Battesimo e della Cresima. Il NT riconosce dei ministri in successione apostolica. Il fondamento storico del ministero è la Prima Lettera di Clemente. Papa Clemente ai Corinti parla del sacerdozio comune, ma riconosce l’esclusività del ruolo dei maschi. Anche le lettere paoline parlano del ruolo ministeriale degli uomini. Non c’era una comunità di base egualitaria nella Chiesa primitiva. Diversamente i Concili non avrebbero avuto senso. La battaglia contro il ministero sacramentale parte da un concetto di democrazia di base, Chiesa dal basso. Agostino dice la frase incisiva: “Per voi sono vescovo, con voi sono cristiano”. Al sacerdozio ministeriale appartengono l’amministrazione dei sacramenti. I più grandi nel Regno di Dio non sono i sacerdoti, ma i santi. Ad ogni membro della Chiesa vengono dati compiti specifici.

Maria è la donna per eccellenza. La contestazione femminista offre più consapevolezza del ruolo del sacerdote. Chiamato a guida e imitatore di Cristo, servitore di tutti. E’ utile ricordare anche come Gesù si comportava con le donne. Quest’atteggiamento costituisce una novità sulla tradizione giudaica dove le donne avevano un ruolo marginale anche in materia religiosa. Nella Chiesa le donne hanno avuto un grande ruolo, specie nella mistica: S. Ildegarda, S. Caterina da Siena, S. Teresa d’Avila. La loro vita potrebbe essere un utile correttivo alle deviazioni del femminismo cattolico. Nella Mulieris Dignitatem Giovanni Paolo II evocò un progresso unilaterale della tecnica che poteva condurre all’insensibilità di ciò che è essenzialmente umano.

pamab


La Formazione seminaristica del sacerdozio santo

Roma 11 dicembre 2009. Conferenza di mons. Paolo Rabitti, arcivescovo di Ferrara – Comacchio rettore per 13 anni al seminario di Bologna apre la seconda giornata del convegno.

Abstract: Identità e missione nella formazione sacerdotale. Il fine di ogni presbitero è cultuale. Ostia viva santa a Dio gradita.

S. Giovanni Crisostomo il sacramento dell’altare e del fratello sono due aspetti dello stesso mistero.

Sia nel seminario religioso che diocesano se la formazione è ben impostata si può avviare alla santità.

Trasmissione al popolo di Dio di quello che il sacerdote riceve.

I discepoli Giovanni e Andrea fissando Gesù lo seguirono.

Il Maestro chiese loro il dono di sé. Rispose loro: “Venite e vedete”.

I discepoli andarono, rimasero e videro.

Le tre dimensioni della vita del presbitero:

Consacrazione, missione,

Ininterrotta chiamata è la vita del presbitero. Il sacerdozio inizia col primo passo quando si varca il seminario e poi la chiamata è perpetua e irrevocabile. Si parta da ricercatore e si diventa ricercato. Il prete non si appartiene più. Materia del Regno di Dio che Dio sbriciola dove vuole.

Il Seminario maggiore è una verifica della vocazione già avvertita. Una prima risposta è nella candidatura. Verifica significa verum facere. Fare vero quello che è ipotesi.

Il seminario è il “catecumenato” all’ordine sacro. E’ il momento della trasformazione della vita.

L’universale vocazione cristiana si specifica alla vocazione al sacerdozio ministeriale.

Completare il Corpo Mistico col sacrificio eucaristico agendo “in persona Christi”.

La sopravvenienza nuova dell’ordine sacro è ciò che comanda e orienta la preparazione del sacerdote.

La vocazione comporta la conversione. Il seminario è tempo supremo di conversione.

Gesù ha detto: “imparate da me”.

Perché obbedire? Gesù ha detto che l’obbedienza è l’espressione di fede. Perché la purezza? Perché Cristo è stato vergine. Perché la povertà? Perché Gesù non aveva dove posare il capo.

Il pastore da’ la vita per il gregge. Non è un impiegato.

Il prete deve “attrezzarsi” a vivere Cristo.

Il seminario è come epifania e tempo di ascolto della Parola di Dio. Contemplata nella Chiesa, non libero esame. La Liturgia è il luogo dove questo ascolto diventa efficace. Il seminario deve dare uno spazio illimitato alla Parola di Dio.

Una causa delle derive del dopo Concilio è stato il compromesso con le cose del mondo.

Non lasciarsi intaccare dai germi mondani.

Come realizzare tutto questo? Consacrare almeno una giornata di ritiro prima delle grandi feste liturgiche. Ricavare dal tempo liturgico le linee ascetiche e morali.

Eucarestia, Liturgia delle ore, grande ascolto dell’omelia. Periodica celebrazione del sacramento della penitenza e vivere molto il Giorno del Signore.

Insistenza in seminario sulla centralità della parola di Dio.

Costante assimilazione della Chiesa come area di lavoro, orbita di vita.

Condividere notizie belle sulla vita della Chiesa.

pamab

giovedì 10 dicembre 2009

Il sacerdozio di Cristo e il sacerdozio ministeriale nel Nuovo Testamento


Conferenza di P. Michelangelo Tabet, decano del dipartimento di Teologia Biblica della Facoltà di Teologia alla Pontificia Università della Santa Croce di Roma. Il riferimento è al sacerdozio in quanto ordinamento salvifico esercitato da Gesù e istituito da Lui per la sua Chiesa. Nel Nuovo Testamento ci sono due serie di testi che prospettano realtà diverse ma relazionate all’Antico Testamento.

Nella Lettera agli Ebrei l’autore mostra come il sacerdote supremo e definitivo tra Dio e gli uomini è Cristo, sublimazione del sacerdozio antico. Nella tradizione narrativa, lettere di paolo e Lettere Cattoliche. Il termine “sacerdozio” si trova soprattutto nella tradizione ebraica. Il sacerdozio levitico non di rado è tratteggiato positivamente nel Nuovo Testamento. Gesù soffrì molto per mano degli anziani e degli Scribi. Gesù presentò i limiti del sacerdozio levitico e lo elevò a una dimensione più alta. Gesù non utilizzò per se stesso il termine sacerdote in una comprensione più profonda della tradizione evangelica. Gesù non era della tribù di Levi, ma di Giuda. La sua figura sembrava più vicina a quella del profeta. Significativa la risposta dei discepoli a Cesarea di Filippo. Cristo manifesta il sacerdozio attraverso episodi in cui svolge funzioni sacerdotali. Evento centrale è l’Ultima Cena. “Questo è il mio sangue..” La tradizione biblica neotestamentaria ritorna spesso sul sacerdozio per stabilire il rapporto di alleanza con Dio; la redenzione in virtù del sangue di Cristo. Con Cristo sorge un sacerdote differente non per legge degli uomini, ma vita indistruttibile. Sacerdozio secondo l’ordine di Melchisedec. Se non è possibile attribuire a Cristo il sacerdozio rituale, levita, bisogna accreditare il sacerdozio di Cristo secondo un ordine nuovo e più perfetto, prefigurazione di Cristo risorto e glorioso. Perché i discepoli di Cristo non ricevono il nome di “sacerdoti” secondo la tradizione giudaica? Al tempo la dottrina sul sacerdote di Cristo non è stata elaborata. La loro funzione era differente rispetto ai leviti. Gesù chiamò i Dodici per affidare loro la responsabilità del governo, l’insegnamento, la remissione dei peccati, il rinnovo del sacrificio eucaristico, compiti specifici del sacerdozio cristiano. Rendevano presente la morte di Cristo per l’Eucarestia. Trasmettevano lo Spirito. Nel N.T. la figura del sacerdozio è presente in funzione a una vocazione divina come dono speciale.

pamab

S. Giovanni Maria Vianney, modello del sacerdote santo


Tratteggiare l’anima sacerdotale di S. Giovanni Maria Vianney è profittevole alla vita spirituale. Il suo stile di vita, il suo zelo apostolico, l’amore alle anime, stimola a una nobile emulazione chiunque abbia la cura delle anima e sia configurato a Cristo sacerdote in virtù del sacramento dell’Ordine.


Attraverso una serie di aneddoti, il p. Zangheratti, parroco di S. Maria di Nazareth in Roma-Casalotti e docente di Teologia Morlae allo STIM, ha fatto emergere il calibro umano e spirituale di un santo sacerdote, patrono dei parroci, sempre attuale perché inserito nell’eternità di Dio.

Umiltà e carità furono gli assi portanti della sua spiritualità. Univa il sacrificio eucaristico a quello del tempo e delle energie nelle ore e ore di confessionale per riconciliare i penitenti con Dio. Pieno di apertura verso gli altri, nutrì spiritualmente anche confratelli nel sacerdozio. Non lesinò la penitenza corporale desiderando sempre di dedicare molte ore all’orazione. Molti notarono in lui doni straordinari come il dono delle lacrime, levitazioni e splendore del volto. Frequentemente aveva visioni intellettuali. Benedetto XVI lo ha voluto presentare ai sacerdoti di oggi perché non dimentichino che sono presenza del Verbo incarnato.


pamab

Il prete, presenza misterica di Cristo


Subito dopo il Vaticano II ci fu un pullulare di interventi sul sacerdozio ministeriale anche all’insegna della contestazione e del riduttivismo. Si parlò di crisi vocazionale e di “solitudine del prete” che rese propizia una psicologia dell’integrazione affettiva come soluzione. Si reagì al clericalismo con dei surrogati di impegno di prima linea nel sociale e nella politica dei preti. Questo provocò una secolarizzazione del clero con conseguenze ancora più devastanti della clericalizzazione.

Mons. Brunero Gherardini spiega che la teologia del sacerdozio ministeriale deve innestarsi in quello di Cristo, unico e sommo sacerdote. Nella sua analisi partendo da Ebrei e Giovanni 17, sottolinea che Cristo è sacerdote in quanto mediatore tra Dio e gli uomini. Come Lui è consacrato dal Padre e mandato nel mondo, così ha consacrato e inviato i dodici apostoli che sono l’origine del sacerdozio ministeriale – sacramentale nella Chiesa.
Il prete, in virtù del sacramento dell’Ordine è Cristo stesso nella Chiesa segnato ontologicamente da questo sacerdote in ogni tempo e luogo. Il prete non è un semplice riflesso di Cristo ma Cristo stesso. “Non un essere cristificato, ma cristico”. Questa teologia è molto illuminante per risolvere la contrapposizione spesso posta tra consacrazione sacerdotale e servizio in quanto funzione ministeriale nella Chiesa. La funzione ministeriale è da intendersi perciò unicamente nella consacrazione sacerdotale che è ripresentazione sacramentale dello stesso Cristo, capo, pastore e servo.

pamab

La sacralità del celibato


S.E. Francesco Moraglia, vescovo della Spezia-Sarzana-Brugnato ha esposto la conferenza, “La sacralità del celibato”.

E’ un tema, quello del celibato sacerdotale, dagli anni successivi al Concilio Vaticano II, attira l’attenzione di quanti vivono nella Chiesa ma, anche, di quanti si collocano al di fuori d’essa.


Abstract: Secondo un’opinione diffusa, il numero insufficiente di candidati al sacerdozio dipenderebbe dalla decisione della Chiesa latina di ammettere al presbiterato solo quanti abbracciano il celibato.

Il celibato, quindi, diventa l’imputato numero uno e la causa scatenante la crisi che, nel post Concilio, ha investito il ministero ordinato.

Le crisi perduranti presentano, in genere, cause molteplici; per il celibato, quindi, non ci si può fermare alle ragioni esistenziali, bisogna interrogarsi anche su quelle teologiche valutando se si siano appannate o se, più semplicemente, noi non siamo stati capaci di rispondere, in modo adeguato, alle critiche provenienti da tale ambito.

Non dimentichiamo, inoltre, come il celibato, osservato in rapporto alla sacralità, rimandi a un perfezionamento dell’uomo e, insieme, lo spinga oltre se stesso, non solo verso il termine della storia - dopo di essa -, ma si ponga, anche, come novità che, fin d’ora, situa l’uomo oltre se stesso.

Le difficoltà, però, si stemperano, fino a sciogliersi, se si evidenzia come fra stato matrimoniale dei ministri ordinati e celibato degli stessi, sussista una realtà mediana: la pratica o esercizio della continenza cui erano tenuti i ministri ordinati.

L’insegnamento del Concilio Vaticano II circa il sacerdozio ordinato - ripreso anche dal magistero successivo -, pone l’accento sul fatto che il presbitero, attraverso il sacramento dell’ordine, tanto nella sua persona quanto nella sua missione, sia vero e reale prolungamento di Cristo.

Stando al decreto conciliare Presbyterorum ordinis, dove il sacerdote è presentato come chi - nel suo essere personale - è reso conforme a Cristo, risultano particolarmente efficaci, proprio in quest’anno sacerdotale, le parole che Giovanni Paolo II ha scritto nel suo libro Dono e mistero.

Solo la fedeltà alla realtà del sacramento libera dal rischio di cadere nel funzionalismo e, conseguentemente, nella pastorale del fare, fine a se stessa. Per non cedere al funzionalismo, il ministro ordinato deve essere capace di donazione personale, in altri termini, alla radice della sua azione deve esservi il dono, l’offerta della sua persona.

Limitarsi a “fare” il prete, ossia, “compiere” determinate prestazioni legate al ministero sacerdotale o “garantire” solamente alcune opere e far coincidere tutto questo con l’esistenza del sacerdote che, invece, nel più intimo della sua persona è conformità ontologica a Cristo, vuol dire non aver inteso il dono del sacramento che rende nuove creature in vista dell’originalità che ontologicamente conforma a Cristo, Capo del Corpo mistico.

E’ chiaro che, all’interno di una visione funzionalista, non più in grado di cogliere il valore del simbolo e che a sua volta è espressione di una precisa mentalità (incapacità), noi non siamo più in grado di percepire il profondo significato e la sacralità del celibato sacerdotale.

Solo al chiarore dell’evento pasquale, è possibile ricavare luce sufficiente per comprendere la sacralità e la sacramentalità del celibato sacerdotale, rifrazione della realtà di Cristo Sposo.

Il punto è proprio questo: il celibato sacerdotale - che è per il culto, il servizio religioso e la pastorale del popolo, si radica, in modo specifico, sulla sponsalità di Cristo che, nel Nuovo Testamento, è costantemente presentato come lo Sposo della Chiesa; insomma, dobbiamo dire che Cristo non si è sposato, perché era già sposato. Nel senso appena detto, il suo, era, quindi, un celibato solo apparente e Cristo non si lega a una sposa umana, perché è lo Sposo dell’intera umanità; infatti, la chiesa, come ricorda Lumen gentium, costituisce l’umanità unita a Dio in Cristo; e, nel Nuovo Testamento, Cristo si presenta come lo Sposo per antonomasia.

Nonostante le apparenze, quindi, non è possibile mettere sullo stesso piano lo sposarsi di chi è già prete e il ricevere il sacramento dell’ordine da parte di chi è già sposato.

Le due situazioni si rapportano in modo diverso; infatti, quando è lo sposato ad accedere al sacerdozio, è, secondo la teologia sacramentaria, la figura (il coniugato) ad andare verso la realtà (la sponsalità di Cristo) mentre, quando fosse il sacerdote ordinato, a desiderare il matrimonio, sarebbe la realtà (la sponsalità di Cristo) che tenderebbe alla figura (matrimonio), ossia la realtà che diventa figura di se stessa.


pamab


La spiritualità sacerdotale


Mons. Mauro Piacenza, segretario della Congregazione per il clero, ha sviluppato la prima conferenza del convegno: “Il sacerdozio ministeriale, l’amore del Cuore di Gesù” iniziato questa mattina presso il Collegio Internazionale di Terra Santa a Roma - Casalotti.

La spiritualità sacerdotale, scelta come tema, è stata considerata a partire dall’identità propria del sacerdote, la cui spiritualità non si può ridurre a quella battesimale per quanto importante e irrinunciabile.
Lungi da una visione clericalista, il prelato partendo dai sacramenti dell’Eucarestia e della Riconciliazione ha voluto sottolineare l’esclusività e la specificità del sacerdote nel suo ministero a favore del popolo di Dio.
Il percorso di riflessione seguito si è concentrato sul profondo significato della S. Messa, nei suo momenti liturgici espressi in parole, formule e gesti.
Questo perché “la S. Messa è l’origine, lo sviluppo e il fine della stessa esistenza sacerdotale”, ha affermato mons. Piacenza.
E’ importante quindi una corretta celebrazione del rito, senza quelle alterazioni creative che hanno comportato gravi conseguenze pastorali, spirituali e teologiche.
L’intera giornata sacerdotale, ha continuato mons. Piacenza, deve essere bipartita tra la “preparazione alla Messa e il rendimento di grazia del dopo Messa”.
Ogni atteggiamento efficientista e presenzialista del sacerdote, anche nell’azione liturgica, potrebbe rivelare un deficit di fede nella Divina Provvidenza.
Dalla vestizione dei sacri paramenti che gli ricordano come “un Altro lo ha rivestito con la Sua Grazia”, alla “salita” sull’altare, il presbitero che proclama la Parola di Dio non può fare a meno della preparazione, frutto di meditazione costante.
Il sacerdote, che “per sua natura” è un predicatore che annuncia ciò che ha incontrato con tutta la propria esistenza, deve testimoniare la verità senza soste e senza timori, come direbbe S. Paolo. Il coinvolgimento della persona e personalità sacerdotale nella celebrazione eucaristica è poi totale nella preghiera consacratoria, l’epiclesi dove la dimensione sacrificale precede, teologicamente e spiritualmente, quella del banchetto e della cena.
In persona Christi il sacerdote non offre “altro da se stesso” ma offre tutto di sé come “sacrificio vivente gradito a Dio” in obbedienza al dettame di Romani 12.
Il sacerdote che invoca lo Spirito non può, nella sua spiritualità, non essere “l’uomo dello Spirito” lasciandosi inabitare da questa divina presenza.
Anche il prete, come Cristo, deve offrire realmente il proprio corpo e il proprio sangue per il bene dei fratelli, della Chiesa e del mondo intero.
Dalla S. Messa con l’Ite Missa est il sacerdote esce rinnovato, rafforzato e confermato nel suo spirito di orazione, adorazione e sollecitudine per i fratelli, per la Chiesa e per il mondo.

pamab

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Questioni interessanti:

Nell’ermeneutica della continuità, mons. Piacenza riafferma la peculiarità del sacerdozio ministeriale in questi ultimi anni confuso con quello comune dei fedeli.
Ribadisce l’unicità del Rito latino nella forma del “Novo e Vetus Ordo”
Denuncia l’attivismo dei sacerdoti come deficit di fede nella Divina Provvidenza.
Richiama contro le improvvisazioni creazioniste di gesti e formule liturgiche.
Sottolinea la coerenza tra il predicato e il vissuto.
Spiega l’aspetto sacrificale della S. Messa che precede quello conviviale.
Ricorda la comunione e il suffragio per la Chiesa Purgante.
Nella distribuzione della comunione invita a non affidarsi con leggerezza ai ministri straordinari per motivi di tempo o pratici.
Ripropone, infine, l’importanza del ringraziamento dopo la S. Comunione sull’esempio dei santi che assistevano addirittura a una seconda S. Messa.

Inaugurati i lavori del Convegno sul sacerdozio


Mons. Gino Reali, vescovo di Porto S. Rufina ha aperto i lavori del Convegno sul sacerdozio ministeriale che si svolge dal 10 al 12 dicembre 2009 presso il Collegio Internazionale di Terra Santa di Roma-Casalotti.

Grato ai Francescani dell’Immacolata, organizzatori dell’evento, l’ordinario della diocesi portuense ha voluto sottolineare il nesso tra l’Anno Paolino e l’Anno Sacerdotale indetti da Benedetto XVI.
Sia S. Paolo che S. Giovanni Maria Vianney offrono due ammirabili testimonianze sacerdotali.
Comune denominatore fu la fedeltà a Cristo, benché i due vissero situazioni storiche, geografiche e operative differenti.
Anche l’incontro di numerose persone come “gregge di Dio” loro affidato, fu una costante in entrambi, benché il primo fu instancabile missionario e il secondo parroco di Ars per quarant’anni.
L’essere con Cristo fu la dimensione fontale e centrale della loro spiritualità e personalità.
Il santo curato d’Ars affermava che “Il sacerdozio è l’amore del Cuore di Gesù” , un’espressione che esprimeva la consapevolezza del dono ricevuto ma anche l’impegno a corrisponderlo.
Fondamentale è quindi la testimonianza del presbitero nei confronti di u popolo di Dio che gli presta fiducia.
In comunione con il suo vescovo e il resto del presbiterio, il sacerdote è chiamato a una condotta esemplare di vita sostenuto dalla preghiera della Chiesa.

pamab

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Monsignor Gino Reali (Monteleone di Spoleto, 28 gennaio 1948) è un vescovo cattolico italiano.
Nasce a Monteleone di Spoleto il 28 gennaio 1948 e riceve l'ordinazione sacerdotale il 31 luglio 1971 dall'arcivescovo Giuliano Agresti.
Nel 1973 si licenzia in teologia dogmatica alla Pontificia Università Gregoriana e nel 1975 in Diritto Canonico alla Pontificia Università Lateranense.[1] Diventa giudice del Tribunale Ecclesiastico Regionale Umbro nel 1976, e insegna religione nel liceo classico di Norcia per 18 anni, dal 1981 al 1998.
Nel 1985 è nominato Vicario Generale di Norcia e, l'anno successivo, dopo l'unione delle due diocesi di Spoleto e di Norcia, avvenuta il 30 settembre 1986, è nominato Vicario Generale della nuova Arcidiocesi.
Il 23 febbraio 2002 viene nominato da papa Giovanni Paolo II vescovo della Sede suburbicaria di Porto-Santa Rufina. Riceve l'ordinazione episcopale il 7 aprile 2002 dall'arcivescovo di Spoleto-Norcia Riccardo Fontana, con-consacranti gli arcivescovi Ottorino Pietro Alberti (arcivescovo di Cagliari) e Antonio Buoncristiani (arcivescovo di Siena-Colle di Val d’Elsa-Montalcino).

sabato 31 ottobre 2009

Linee guida del Convegno

Il sacerdozio è l'amore del Cuore di Gesù, amava ripetere il S. Curato d'Ars. In questo anno sacerdotale, indetto dal Papa Benedetto XVI, in occasione del 150° anniversario del dies natalis di S. Giovanni M. Vianney, il Seminario Teologico Immacolata Mediatrice dei Francescani dell'Immacolata, ha voluto dare rilievo a questo evento, organizzando un convegno teologico sul “sacerdozio ministeriale”. Le linee guida dei lavori sono dettate dallo stesso Pontefice, il quale nell'omelia di apertura dell'anno sacerdotale sottolineava:
«Come non ricordare con commozione che direttamente da questo Cuore è scaturito il dono del nostro ministero sacerdotale? Come dimenticare che noi presbiteri siamo stati consacrati per servire, umilmente e autorevolmente, il sacerdozio comune dei fedeli? La nostra è una missione indispensabile per la Chiesa e per il mondo, che domanda fedeltà piena a Cristo ed incessante unione con Lui; questo rimanere nel suo amore esige cioè che tendiamo costantemente alla santità, a questo rimanere come ha fatto san Giovanni Maria Vianney».
In un tempo di forte relativismo, il sacerdozio ministeriale potrebbe risultare superfluo nella Chiesa. In questo momento storico di grande secolarizzazione, spesso si è tentati di guardare al sacerdozio ministeriale come ad un opera socialmente utile, ad un servizio che prescinda dall'essere nella Chiesa e a favore della Chiesa presenza sacramentale di Cristo capo e pastore.
Il nostro convegno, mira a richiamare l'imprescindibilità nella Chiesa dalla sorgente ministeriale-sacerdotale che è Cristo, ripresentato sacramentalmente dai suoi ministri. La Chiesa non sarebbe più se stessa senza il sacerdozio ministeriale e i sacerdoti non sarebbero efficacemente prolungamento misterico del Verbo incarnato, senza un continuo rimanere in Cristo, ovvero senza un incessante tendere alla santità. Vorremmo pertanto sottolineare da un lato il fondamento biblico-teologico del ministero sacerdotale, mostrando al contempo le ragioni teologiche della santità del celibato e dell'inconsistenza delle richiesta nuove del femminismo, dall'altro mostrare la via di alcuni Santi Sacerdoti, in primis del Santo Curato d'Ars, poi di S. Massimiliano M. Kolbe e di S. Pio da Pietrelcina, per imparare anche oggi da essi come vivere in Cristo la vocazione presbiterale, per il bene della Chiesa e del mondo.