domenica 14 novembre 2010

Il Crocifisso che Giotto dipinse a' Frati d'Ognissanti

«Dipinse Giotto a’ Frati Umiliati d’Ognissanti di Firenze una cappella e quattro tavole; e fra l’altre, in una la Nostra Donna con molti Angeli intorno e col Figliuolo in braccio, ed un Crocifisso grande in legno…». Questa la notevole testimonianza del Vasari sulle due opere di Giotto dipinte per Ognissanti: la Maestà (la Madonna in trono col Bimbo sulle ginocchia, ora agli Uffizi) e il Crocifisso, che ora, dopo dieci anni di attento ed intelligente restauro, è tornato nella nostra chiesa. Ognissanti s’impreziosisce così di un altro gioiello – accanto a Botticelli e Ghirlandaio –, di cui ora risulta in primis la mano del Maestro di Vicchio, certo ed inevitabilmente insieme alla sua bottega, ma la mano di Giotto. Dipinto in un arco di tempo che va grossomodo dal 1310 al 1320, il Crocifisso fu realizzato dietro commissione degli Umiliati, per fungere, sul tramezzo eretto a modo d’iconostasi e separante l’altare del santo sacrificio dai fedeli, da elemento indicatore del retto orientamento della preghiera e della dimensione cosmica della liturgia. Con la nuova collocazione, nella Cappella dei caduti del transetto sinistro, su in alto, si è voluto richiamare la sua antica posizione: lasciata in alto, quasi sospesa tra la terra e il cielo, la Croce ci rammenta il mistero tremendo e glorioso della passione, morte e risurrezione di Cristo. Questo mistero, che il Cristianesimo definirà sin da subito Mysterium paschale, è scolpito in quel duro Legno, che Giotto fa splendere di una vivezza unica. Il Signore aveva infatti detto: «Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32). Il Signore Crocifisso esercita da quel Legno un potere d’attrazione, un giudizio di verità e d’amore sull’uomo, un giudizio che con Giotto potremmo compendiare così: il fascino del Bello, compendio dell’unità, della verità e dell’amore. Sì, guardando questo Crocifisso, tra le righe dell’arte pittorica s’esprime una potenza d’attrazione che induce alla riflessione: chi è quell’Uomo? E al contempo: nuovamente la Croce?

Con Giotto si delinea una svolta molto interessante: dall’arte iconica bizantina attraverso una lettura propriamente occidentale duecentesca – si pensi a Giunta Pisano e a Cimabue –, si inizia a mettere in rilievo la figura, il corpo umano. Con Giotto, il Crocifisso mentre riassume lo splendore dell’icona, appare però anche nella sua maestà umano-divina, ch’evidenzia con delicato chiarore la corporeità del Cristo, sì da farlo apparire vivo. Il Crocifisso così doveva risultare la più eminente catechesi per confutare l’eresia perniciosa del catarismo, sprezzante il corpo per rifugiarsi nei meandri di una spiritualizzazione egocentrica della materia. Non più un uomo di anima e di corpo, ma un uomo semi-divino, con un’anima spirituale capace di dominare il corpo fino a svilirlo, a ridurlo ad oggetto. Oggi purtroppo ritorna questo modo di pensare, che riduce il corpo a mera apparenza, ad un guscio vuoto. Si è liberi anche di “interpretare” il proprio corpo, con il rischio però di diventare noi stessi cosa, un semplice oggetto. La Croce del Signore, invece, è il manifesto che esalta il corpo dell’uomo, dandogli la vera dignità di tempio di Dio. Cristo ci ha redenti con il sacrificio del suo corpo: «Non hai chiesto olocausto e vittima per la colpa. Allora ho detto: “Ecco io vengo” (Sal 39,7-8; cf. Eb 10,6-7).

Dalla Croce Cristo ci parla, è il Maestro. In una meravigliosa incastonatura policroma, nel dipinto giottesco, assieme all’Attore della Passione, compaiono immediatamente a Lui vicino, la Madonna e S. Giovanni, mentre nel quadrilobo in alto, Gesù Maestro benedicente. L’insieme appare un tutto armonico e teologico, dove Gesù crocifisso, dolorante ma maestoso, compassionevole e regale, è il vero punto focale: la Croce porta il Signore e il Signore si rivela dall’alto della Croce.

Basti fissare il volto del Cristo. È un volto soffuso di splendore, in un atteggiamento d’immane sofferenza, ma una sofferenza composta, affrontata con grande dignità. Il Signore è il Servo di YHWH, «disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima» (Is 53,3). Ma quel volto è anche il volto del «più bello tra i figli dell’uomo» (Sal 44,3). Giotto riesce ad armonizzare questi due dati: la sofferenza vera e non apparente, con lo splendore di Colui che pur essendo Dio si è abbassato, si è umiliato (cf. Fil 2,6-8), ed ora è confitto, ma è cosciente che attraverso quel suo dolore, sorgerà per l’umanità intera un’alba nuova di salvezza e di libertà. «Per le sue piaghe siamo stati guariti» (Is 53,5). Per il suo sangue siamo stati lavati, siamo divenuti figli e col Figlio ora possiamo chiamare Dio col nome di Padre. La sua Croce ci ha reso figli di Dio in virtù dello Spirito che ci fa gridare «Abbà Padre!» (Rom 8,14). Quello Spirito che fa unità col Sangue. Acqua e Sangue, fluenti dal costato trafitto del Redentore, e lo Spirito dal suo soffio vitale, così da preparare i Sacramenti della Chiesa, impastati col suo Sangue e resi vivificanti dal suo Spirito. È impressionante osservare il sangue che esce dal costato trafitto del Crocifisso. Giotto accentua questo elemento dipingendo uno spruzzo rosso, che promana dall’Uomo dei dolori, una sorgente zampillante che irriga la Croce e lava. Così si richiama propriamente a Giovanni, il quale lega in altissima unità gli elementi dell’acqua e del sangue che scaturiscono dal cuore di Cristo con la sorgente zampillante che uscirà dal seno di coloro che crederanno in Lui, nel Figlio che solo dà la vita (cf. Gv 19,34 in relazione a 7,37).

Ora il Signore innalzato esclama ancora una volta, rivolto a tutti i visitatori: «Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me, come dice la Scrittura: fiumi d’acqua viva usciranno dal suo seno» (Gv 7,37-38).

Andare a Cristo allora significherà conoscere il suo amore, bere di Lui, accostarsi al memoriale del suo sacrificio, ripresentato sacramentalmente nella celebrazione della S. Messa. L’Eucaristia è quel memoriale: ripresenta l’unico e sommo sacrificio del Signore e ci dona la vita, quando umili e contriti ci accostiamo a Lui, mangiando di Lui. La Croce è quella scala che ci fa salire fino a Cristo. Dalla Croce e solo attraverso di essa si entra in comunione con Lui. Ecco perché, come chiede il Santo Padre, il Crocifisso deve essere ben visibile nella celebrazione dei Santi misteri. Deve essere al centro dell’altare, in modo che celebrante e fedeli vi volgano i loro sguardi. Solo chi guarda questo segno di salvezza è salvato, è redento dal morso del male e dalla morte.

Accanto al Signore Crocifisso, Giotto ha voluto mettere in risalto particolarmente la Vergine Madre, ammantata di quell’azzurro che riprende il fondo della Croce ed esprime un fatto: Maria prima di tutti e sopra tutti è avvolta dalla trascendenza e dal mistero. Il suo dolore di Madre, ben visibile nel suo volto compassionevole, è il dolore di Colei che è la Compagna fedelissima di Cristo, l’alma Socia Christi nel mistero della Redenzione. Con Gesù Maria ha collaborato in modo unico alla nostra rigenerazione soprannaturale. A Lei chiediamo di introdurci per mezzo della Croce nel mistero dell’amore di Dio: per Crucem ad lucem.

Vedendo quella folla accorsa il giorno 28 ottobre per il ritorno della Croce ad Ognissanti, pensavo tra me: «Non riusciranno a toglierci la Croce. Neanche la Corte di Strasburgo. La Croce ritorna sempre». Ora nel modo più aureo: quello della bellezza. Ed interroga ogni uomo.

p. Serafino M. Lanzetta, FI

mercoledì 27 ottobre 2010

Moschea? Meglio invertire l'ordine

Caro direttore, cresce la campagna di sensibilizzazione al progetto-moschea a Firenze. Un progetto, a dire il vero, alquanto anomalo: prima si è presentato il disegno e poi, soltanto dopo, se ne verifica l’eseguibilità. Non c’è il rischio che questa inversione si ripresenti proprio mentre ferve l’impegno a suscitare adesioni e clamori, coinvolgendo la società fiorentina in nome di un principio a noi sacrosanto, che è la tolleranza religiosa? Mi spiego. Un dato che accomuna normalmente i consensi, è il rispetto verso le altre religioni e il diritto che i musulmani hanno di pregare in un luogo di culto adatto. Il sì alla moschea sarebbe l’elemento discriminante, per verificare una reale tolleranza, o quando negato, un camuffato integralismo xenofobo. Quello che però non funziona – l’inversione –, è che la moschea è fattore di tolleranza e non piuttosto la tolleranza via alla possibilità di una moschea. In una cultura come quella islamica, che non distingue chiaramente tra politica e religione, tra ragione e fede, la cosa sarebbe giustificabile, ma per l’Occidente che si edifica sui principi della legge morale naturale, condivisibili dall’uomo in quanto tale, ciò raffigura un serio problema e pone una domanda a cui non si può rinunciare: bisogna partire dalla fede o dalla ragione? Dalla ragione, che, condivisibile da tutti, in una società civile, muova poi al dialogo interreligioso, sereno e rispettoso nei riguardi delle diversità. Se si dice di no alla moschea, non è in pericolo la libertà, ma si desidera far chiarezza sui principi imprescindibili o “non negoziabili”, per fondare il dialogo nella verità e non nei sentimenti (che in questa materia nascono facilmente anche in chi non crede in Dio).

Bisogna chiedersi cos’è la tolleranza religiosa, che va di pari passo con la libertà religiosa e questa, in ultima analisi, è radicata nella libertà di coscienza. Tolleranza, non può significare immediatamente, come conseguenza logica, apertura incondizionata ad una moschea, edificio che per sé stimola un discorso religioso unito ad uno politico-sociale-culturale. Deve significare, invece, dapprima rispetto della libertà religiosa, che è un diritto naturale e non un principio positivo di reciprocità, radicato in ultima analisi nella libertà di coscienza: ogni uomo ha diritto a scegliere e a professare in modo autonomo la religione riconosciuta come vera. Quando questa libertà è riconosciuta dai soggetti in dialogo, allora e solo allora si può passare anche al dato propriamente religioso, la possibilità di un edificio sacro. Altrimenti, si corre sempre il rischio che l’edificio religioso, nel nostro caso la moschea, rappresenti un’imposizione religioso-culturale, più che una condivisione di pari diritti e doveri naturali, che preserva dal sincretismo e da ogni fondamentalismo religioso. Nel dialogo con l’Islam, pertanto, non si può partire dalla moschea per poi “mettersi d’accordo” su questioni rilevanti per noi di casa ma non per i richiedenti un dovere del Comune (lo spazio edificabile) e un diritto alla società fiorentina (la libertà). C’è il rischio di non dialogare mai realmente, o di dialogare solo con alcuni.

Non basta neppure giustificare questo accordo frettoloso in nome di un dato di fede comune: crediamo nello stesso Dio. Non crediamo nello stesso Dio. Anche qui è opportuno distinguere. Gesù Cristo non è il profeta di Dio; anche, ma anzitutto il Logos, il Figlio uguale al Padre, che ci dona lo Spirito Santo. Solo a livello naturale possiamo convenire dicendo che crediamo nello stesso Creatore del cielo e della terra, ma il Dio rivelatosi è diverso. Il Corano postula un Dio che in ragione della sua onnipotenza è slegato dal concetto analogico di bontà. E così è sempre più spinto al di là. Dispiace, perché l’analogia dell’ambito creazionale non viene più mantenuta nell’ambito della salvezza, sì da porre una frattura tra il Dio creatore di tutti gli uomini e il Dio che ha fondato l’Islam. E gli altri? Partiamo allora dalla ragione: così illumineremo la fede e la società.

p. Serafino M. Lanzetta, FI


da Il Corriere Fiorentino, del 22 ottobre 2010

mercoledì 6 ottobre 2010

Il Vaticano II: un concilio pastorale. Analisi storico-filosofico-teologica

Il Seminario Teologico “Immacolata Mediatrice”, dei Francescani dell’Immacolata, organizza un convegno di studi sul Concilio Ecumenico Vaticano II, nei giorni 16-17-18 dicembre 2010, presso l’Istituto Maria SS. Bambina, via Paolo VI, 21 – 00193 Roma. Mossi dal discorso del S. Padre alla Curia Romana (22 dicembre 2005), in cui il Pontefice rilevava che nel post-concilio due ermeneutiche si erano tra loro scontrate: quella vera della «continuità nella riforma» e quella che ha seminato confusione perché privilegiante lo spirito, il fattore “evento”, a scapito della lettera, quella cioè della «rottura», ci si prefigge di esaminare il Vaticano II e di mettere in luce la sua natura e il suo fine peculiari, entrambi di carattere pastorale. Certo, non per fare del Vaticano II un concilio “di serie B”, ma al fine di mettere meglio in luce quest’unicum che caratterizza per la prima volta un Concilio Ecumenico: non voler dichiarare nuovi dogmi o insegnare in modo definitivo ed infallibile, ma prefiggersi di dire la dottrina di sempre al mondo di oggi; con accenti nuovi, espressioni nuove, ma la fede di sempre. Così si espresse Giovanni XXIII nel Discorso di apertura del Concilio (11 ottobre 1962):
«Quel che più di tutto interessa il Concilio è che il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito e insegnato in forma più efficace».
Il Vaticano II, indubitabilmente, come conviene ad un concilio, ha portato notevoli progressi nel campo dogmatico: nel suo svolgersi, soprattutto con l’impronta ecclesiologica datagli da Paolo VI, si formularono asserti magisteriali “nuovi”, nella continuità dell’unica Tradizione. Basti rammentare il concetto di collegialità inserito nel contesto della Chiesa comunione, un maggiore approfondimento degli elementa Ecclesiae, per i quali le altre confessioni cristiane sono ordinate all’unica Chiesa di Cristo, la Chiesa cattolica, ecc.
Spesso, però, magari presi dal fervore del nuovo, quando non addirittura da un accecamento storicista, si dimentica di considerare che il Vaticano II non si identifica con la Tradizione della Chiesa, non è il suo fine: questa è più grande, mentre il Concilio ne è un momento espressivo e solenne; si dimentica poi il suo carattere magisteriale ordinario, sebbene espresso in forma solenne dall’Assise conciliare, e l’assenza di pronunciamenti infallibili; si dimentica, infine, che i documenti del Vaticano II – a differenza di Trento e del Vaticano I, ad esempio – sono distinti in Costituzioni, Dichiarazioni e Decreti, e pertanto non hanno tutti il medesimo valore dottrinale, rimanendo pur sempre chiara e fontale l’attitudine generale del Concilio, di insegnare in modo autentico ordinario.
Paolo VI, infatti, nell’Udienza Generale del 12 gennaio 1966, ricordava che «bisogna fare attenzione: gli insegnamenti del Concilio non costituiscono un sistema organico e completo della dottrina cattolica; questa è assai più ampia, come tutti sanno, e non è messa in dubbio dal Concilio o sostanzialmente modificata; ché anzi il Concilio la conferma, la illustra, la difende e la sviluppa…». Richiamandosi poi alle Notificazioni del Segretario Generale del Concilio, del 16 novembre 1964, aggiungeva: «…dato il carattere pastorale del Concilio, esso ha evitato di pronunciare in modo straordinario dogmi dotati della nota di infallibilità; ma esso ha tuttavia munito i suoi insegnamenti dell’autorità del supremo magistero ordinario il quale magistero ordinario e così palesemente autentico deve essere accolto docilmente e sinceramente da tutti i fedeli, secondo la mente del Concilio circa la natura e gli scopi dei singoli documenti».
Dove si annida, però, quella volontà di far risultare il Vaticano II come «un nuovo inizio a partire dal nulla», sì da diventare un «superdogma», mentre esso in verità «escogitò di rimanere in un livello modesto, come un semplice concilio pastorale» (Cardinale J. Ratzinger, Discorso ai Vescovi del Cile, 13 luglio 1988)? A nostro modo di vedere, e come si tenterà di far emergere dai lavori del convegno, una della cause è lo stesso lemma “pastorale”, che nella stagione post-conciliare ha subito notevoli trasformazioni: un ricco approfondimento accanto però ad una voluta equivocità. Si è verificata un’inversione: la pastorale è divenuta la vera dogmatica, mentre la dogmatica è stata superata in nome della pastorale. Per molti l’unico concilio dogmatico è il Vaticano II, mentre quelli precedenti sarebbero superabili in nome del nuovo concetto di “pastorale”, che nella categoria “evento”, compendia e sorpassa a livello esistenziale la discontinuità dogmatica causata in precedenza dalle definizioni di fede e la stessa reticenza nei confronti del mondo; per altri il Vaticano II, in quanto semplicemente pastorale, sarebbe sic et simpliciter inoffensivo, se non addirittura da cancellare con un colpo di spugna, ignorando però che il mistero-Chiesa rimane identico nel fluttuar degli eventi, in ragione dell’assistenza dello Spirito Santo e della vigile premura del Magistero. Il problema è molto delicato e richiede un esame attento, critico e ragionato, partendo dalle fonti e non dai sentimenti. Qual è la mens del Concilio? Dove si evidenzia? Non si può pertanto prescindere dai documenti e dallo stesso iter storico-dottrinale che ha portato alla loro promulgazione.
Non stiamo certo con Otto Hermann Pesch che parla di un «significato rivoluzionario» del Vaticano II, stiamo con la Chiesa e nella Chiesa: Ella solo è portatrice della Tradizione. Ma si tenterà di capire perché, di fatto, sembra che una rivoluzione ci sia stata.

p. Serafino M. Lanzetta, FI


programma

16 dicembre 2010

ore 9,15 Inaugurazione dei lavori: prolusione di Sua Ecc.za Mons. Luigi Negri (Vescovo di S. Marino-Montefeltro)

ore 9,30 Conferenza: Rev.do Prof. Brunero Gherardini (Pont. Università Lateranense): Sull’indole pastorale del Vaticano II: una valutazione

10,30 Pausa

ore 11,00 Comunicazione: Rev.do Prof. Rosario M. Sammarco (Sem. T. Immacolata Mediatrice): La formazione permanente del Clero alla luce della Presbyterorum ordinis

ore 11,30 Conferenza: Rev.do Prof. Ignacio Andereggen (Pont. Università Gregoriana): La modernità: un’analisi filosofica

ore 16,00 Conferenza: Prof. Roberto de Mattei (Università Europea di Roma): La Chiesa nel XX secolo. Immagini di un repentino cambiamento

ore 17,00 Conferenza: Prof. Yves Chiron (Direttore del Dictionnaire de biographie française): Dal Vaticano I al Vaticano II. I Pontefici dinanzi ad un possibile concilio

ore 18,00 Dibattito con i relatori intervenuti

17 dicembre 2010

ore 9,30 Conferenza: Rev.do Prof. Paolo M. Siano (Sem. T. Immacolata Mediatrice): Alcuni personaggi, fatti e influssi al Concilio Vaticano II (1962-1965)

ore 10,30 Pausa

ore 11,00 Comunicazione: Rev.do Prof. Giuseppe M. Fontanella (Sem. T. Immacolata Mediatrice): Il Perfectae caritatis e la vita religiosa. Dove hanno condotto gli esperimenti pastorali?

ore 11,30 Sua Ecc.za Mons. Atanasio Schneider (Vescovo ausiliare di Karaganda): La teologia pastorale: sviluppi alla luce del Vaticano II per leggere correttamente il Concilio

ore 16,00 Conferenza Rev.do Prof. Serafino M. Lanzetta (Sem. T. Immacolata Mediatrice): Approccio teologico al Vaticano II. Status quaestionis

ore 17,00 Conferenza: Rev.do Dott. Florian Kolfhaus (Segreteria di Stato): Annuncio di un insegnamento pastorale – motivo fondamentale del Vaticano II. Ricerche su Unitatis redintegratio, Dignitatis humanae e Nostra aetate

ore 18,00 Dibattito con i relatori intervenuti

18 dicembre 2010

ore 9,30 Conferenza: Sua Ecc.za Mons. Agostino Marchetto: Rinnovamento all’interno della Tradizione

ore 10,30 Pausa

ore 11,00 Conferenza: Rev.do Prof. Don Nicola Bux (Istituto Ecumenico di Bari): La Sacrosanctum Concilium e la sua esecuzione postconciliare: dagli adattamenti all'inosservanza dello ius divinum nella liturgia

ore 12,00 Chiusura dei lavori: intervento di Sua Ecc.za Mons. Velasio de Paolis (Presidente della Prefettura degli Affari Economici della S. Sede): Il diritto nell’edificazione della Chiesa


Per informazioni:

(055) 2398700

email: ffifirenze@immacolata.ws


(0776) 3560272 email: fficassino@immacolata.ws

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lunedì 27 settembre 2010

Porta Pia: una breccia nella civiltà, 140 anni dopo

Il 20 settembre 2010, presso la Chiesa di Ognissanti di Firenze, si è fatto memoria del 140°anniversario dell'aggressione sabauda - ingiustificabile dal punto di vista del Diritto internazionale -, attraverso la breccia di Porta Pia, allo Stato della Chiesa, al fine di conquistare non solo un territorio da annettere al nascente Regno unitario, ma molto di più per spodestare l'autorità magisteriale-spirituale del Papa, il beato Pio IX. Così si voleva costringere la Chiesa, come voleva Cavour, ad essere libera ma inglobata in uno "Stato libero" (liberista e massonico-anticleriacale). Con questa celebrazione controcorrente, non si è voluto mettere in discussione l'unità d'Italia e Roma capitale d'Italia, ma evidenziare le cause per le quali ancora soffre la nostra amata Nazione, una tra tutte il nascere di una "Questione meridionale", degenerata poi in comportamenti malavitosi a tutti noti. Far finta che quell'unione così come è stata progettata ed eseguita è del tutto innocente o addirittura provvidenziale, è vuota retorica e remissiva storiografia. Lo storico Cardini non ha esitato, invece, a definirla “infame e sacrilega aggressione”, ai danni di uno Stato libero che non aveva dichiarato guerra a nessuno ma che si è visto invadere per la pura bramosia di alcuni, che progetteranno addirittura di uccidere il Pontefice, simbolo dell'oscurantismo, dell'infelicità della nostra Italia. Eppure all'ingresso degli invasori i romani non si mossero, non offrirono alcun aiuto agli sgradevoli aggressori. La Chiesa, umiliata, non è stata però assorbita o sconfitta dal potere demagogico e poiché ha avuto questa assicurazione dal suo Signore: non praevalebunt, rimane ancora segno di contraddizione, madre di civiltà e di vera libertà per i Popoli. Solo se il Papa è ancora libero di parlare e di regnare felicemente, il bene e la verità avranno ancora diritto di cittadinanza nel nostro mondo dominato dal potere del relativismo, dell'indifferentismo e del liberismo suicida.

Ascolta la registrazione audio. Intervengono: Pucci Cipriani (giornalista), Domenico del Nero (storico) e Massimo Viglione (storico).









sabato 25 settembre 2010

Inaugurazione della Libreria "Casa Mariana Editrice" dei Francescani dell'Immacolata

Vieni a visitare la nostra libreria in Borgo Ognissanti, 42 - 50123 Firenze
Per informazioni: Tel 055.2398700 - E-mail: sfifirenze@alice.it


giovedì 9 settembre 2010

Alcuni momenti del Simposio Mariologico Internazionale sulla Consacrazione alla Vergine Maria, Frigento (AV) 5-7 luglio 2010



Simposio Mariologico Internazionale sulla Consacrazione alla Vergine Maria





Quel Totus tuus ego sum di montfortana memoria, echeggiato dalle parole incastonate nello stemma pontificio di Giovanni Paolo II, ha risuonato per tre giorni con accenti notevoli, nel Simposio Mariologico Internazionale sul tema della “Consacrazione alla Vergine Maria”, tenutosi a Frigento (AV), dal 5 al 7 luglio 2010. In questo modo, il seminario Teologico Immacolata Mediatrice dei Francescani dell’Immacolata, ha voluto dare rilievo ad un evento celebrato cinquat’anni or sono, quando il 13 settembre 1959, a conclusione del XVI Congresso Eucaristico Nazionale di Catania, l’Italia veniva consacrata al Cuore Immacolato di Maria. Si è fatto memoria di quella consacrazione, in riposta alle richieste materne del Cuore Immacolato a Fatima. Riflettendo su questi cinquant’anni di consacrazione mariana della nostra cara Italia, si è riproposta la dottrina teologico-spirituale della consacrazione, passata ormai al vaglio, da un lato, da una crisi mariologica e dall’altro, da un rinnovamento biblico e patristico, all’insegna del Concilio Vaticano II.

Sin dall’antichità si trovano testimonianze di consacrazione e di affidamento a Maria. Una delle preghiere più antiche che risale al II-III secolo, formula un atto di donazione alla Madonna, chiedendo di trovare rifugio sotto la sua protezione: si tratta della preghiera del Sub tuum praesidium. Con il medioevo e quindi con la nascita degli ordini cavallereschi e poi mendicanti, si parla di commendatio Virgini, di oblatio, e finalmente, con la spiritualità francescana del cinquecento spagnolo, si arriva a concepire la stessa vita religiosa come una schiavitù mariana, per vivere nel modo più perfetto la vita di unione con Dio e la santificazione. Questo medesimo concetto di schiavitù mariana, sarà ripreso poi da S. Luigi Grignon da Montfort nel suo celeberrimo Trattato della vera devozione (libretto aureo che tutti i cristiani dovrebbero conoscere), in cui sintetizza la consacrazione a Maria come un donarsi a Gesù per mezzo di Maria, dunque un appartenere a Gesù nella forma più perfetta, perché si va a Lui per la mediazione di Colei per mezzo della quale Lui stesso è venuto a noi. In questo modo si perfezionano le promesse del santo Battesimo, vivendole in una costante tensione spirituale verso l’alto.

I relatori di questo pregiatissimo convegno mariologico, sono stati unanimi nel dire che la consacrazione a Maria è analogica a quella fatta a Dio nel Battesimo. Come il Battesimo è un sacramento che ci consacra a Dio, similmente la consacrazione a Maria è un atto di iperdulia (massima venerazione) con cui ci si dona interamente a Maria, fine prossimo e mediatrice che ci unisce in modo perfettissimo a Dio, fino ultimo di ogni consacrazione. Negli ultimi quarant’anni, però, la parola consacrazione, ha suscitato, in alcuni teologi, dei sospetti circa la sua corretta predicabilità (analogica) anche della Vergine Maria. Ci si dovrebbe consacrare solo a Dio e non ad una creatura, sostiene ad esempio R. Laurentin. Sarebbe meglio, pertanto, al dire di alcuni, affidarsi alla Madonna, come atto fiduciale, chiedendo il suo patrocinio. Non di rado, poi, il termine “affidamento” o “accoglienza”, ha finito col soppiantare totalmente il termine “consacrazione”, che, invece, si mostra teologicamente completivo e perfettivo rispetto agli altri e particolarmente rispetto ad “affidamento”. Infatti, come faceva notare il relatore spagnolo, don Joachin Ferrer-Arellano, “affidamento” lo si può predicare di ogni cosa, mentre non è così per “consacrazione”, che riveste di sacro il contenuto dell’affidamento, dandogli perciò un orientamento a Dio e al culto, suprema legge della vita cristiana. Ferrer-Arellano, citando Brunero Gherardini, dice: «Il termine consacrazione è più esatto e comprensivo di quello di affidamento: “questo, infatti, fa leva sull’abbandono fiduciale; l’altro, sul riconoscimento d’una superiorità, per la quale ‘servire è regnare’ e con la quale si intende stabilire un rapporto gerarchico o d’alleanza e ci s’impegna per un servizio d’amore». Ecco la ragione per la quale il Santo Padre Benedetto XVI, nei suoi recenti atti di consacrazione dei sacerdoti e dei fedeli tutti a Fatima (12 maggio 2010), rinnovato a Roma in chiusura dell’Anno Sacerdotale, ha affiancato alla parala “affidamento” sempre “consacrazione”.

Il simposio mariologico, ha registrato la presenza di importanti teologi, venuti da diverse parti. È stato aperto con la norma normante che è la Sacra Scrittura, con una conferenza del p. Settimio M. Manelli (FI), sui fondamenti biblici della consacrazione alla Madonna. Dopo aver passato in rassegna diversi testi masoretici, dove figura la radice consecr- a ritroso dal latino della Vulgata e dalla traduzione greca dei LXX, è giunto al N.T., in cui la radice che indica consacrazione o santificazione è aghiázo-aghiasmós (santifico, santo), riferentesi all’atto della separazione di una cosa o di una persona, riservandole per Dio e per il suo culto. Il p. Settimio Manelli appura poi la pregnanza della consacrazione a Maria, dal fatto che nel N.T., chi entra a contatto con Maria, viene arricchito di grazia e di salvezza (si pensi ai racconti lucani dell’infanzia). S. Paolo, invece, afferma che la santità dei cristiani diventa diffusiva di grazia per i non credenti e addirittura per il proprio coniuge e per i figli, nel caso di famiglie ancora pagane, in cui un membro abbracciava la fede cristiana (cf. 1Cor 7,14). Così concludeva il p. Settimio Manelli: «Dunque, consacrarsi a Maria significa, essere oggetto, come suoi figli, del suo influsso santificante, derivante dalla sua eccelsa santità, fondata sulla sua immacolatezza, la sua maternità divina, la sua mediazione materna e corredenzione universale».

Dopo la Scrittura, si è illuminata la consacrazione a Maria nel pensiero dei Padri della Chiesa, con una conferenza del p. Luca Genovese (OFM Capp.), in cui si evidenziava il fondamento basico della consacrazione secondo i Padri, lumeggiando proprio il mistero dell’incarnazione di Cristo. Cristo è vero Dio e vero uomo (è forte la lotta dei Padri contro lo gnosticismo) e si fa carne nel grembo purissimo di Maria. La carne di Cristo presa da Maria, è vera carne per il fatto che il Verbo veramente è entrato nel grembo di questa donna, «quel grembo puro che rigenera gli uomini a Dio», come dirà S. Ireneo. Due sono i Padri che hanno formulato un atto di consacrazione alla Vergine. Il primo è S. Giovanni Damasceno (VII-VIII sec.), che con espressione aulica, dice alla Vergine: «…noi oggi ti restiamo vicini…legando le nostre anime alla tua speranza, come ad un’ancora saldissima e del tutto infrangibile, consacrandoti mente, anima e corpo e tutto il nostro essere…». L’altro Padre, che difese strenuamente la verginità di Maria, è S. Idelfonso di Toledo (VII sec.), che nel suo Trattato sulla Verginità di Maria, in forma omiletica, prega la Vergine, cooperatrice della sua redenzione, perché possa rivelargli il suo Figlio e quindi donargli la salvezza.

Mons. Arthur Barton Calkins, ha messo in luce la consacrazione a Maria nel magistero di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. Nel suo lungo pontificato mariano, Giovanni Paolo II ha utilizzato sia la parola “consacrazione” che “affidamento” rivolgendosi a Maria, dando ad entrambi i termini il medesimo valore teologico di donazione a Maria, perché Madre e Collaboratrice unica nella redenzione degli uomini. Maria ci ha generati con la sua compartecipazione alla salvezza, dunque è ben giusto che gli uomini la accolgano nella loro vita come Madre. Calkins, ha così sottolineato, sia in Giovanni Paolo II che in Benedetto XVI, questo duplice movimento consacratorio: Maria è madre spirituale in quanto corredentrice, dunque è necessario accoglierla nella nostra vita, consacrandoci a Lei.

Dopo aver illuminato i fondanti biblici, patristici e magisteriali della consacrazione a Maria, si è passati poi ai fondamenti teologici di detta consacrazione, con una relazione tenuta dal sottoscritto, in cui ho cercato di enucleare, dal panorama teologico-mariologico, essenzialmente due fondamenti sui quali radicare la consacrazione del cristiano alla Madre di Dio: la maternità spirituale e la regalità universale di Maria. Maria è nostra madre perché veramente ci ha rigenerato con il suo materno Fiat, approdato al suo sacrificio materno, offerto sul Calvario: Gesù suo Figlio e con Lui se stessa, i suoi dolori corredentivi, che hanno contribuito a donarci la vita soprannaturale. Dunque, dal fatto che Maria è nostra corredentrice (socia di Cristo nel mistero della Redenzione), segue pure che, insieme con Gesù, è regina dei nostri cuori. È regina in quanto Madre di Dio ed è regina in quanto ha contribuito a salvarci. Pertanto, esercita una potestà d’amore su di noi, insieme con Gesù nostro Re e Salvatore. Le nostre anime, la nostra vita veramente le appartengono: ecco perché è ben giusto che ogni figlio, prendendo coscienza attuale di quanto questa cara Madre ha fatto per lui, con un movimento ascensionale, dinamico, si consacri al suo Cuore Immacolato: in tal modo diventa attuale e santificante la mediazione materna di Maria nei nostri confronti. La consacrazione a Lei risulta il modo più perfetto per andare a Dio legandosi a Maria con un patto d’alleanza e d’amore, radicato nella sua potestà d’amore materno e suggellato dalla nostra volontà, hic et nunc di vivere per Dio con Lei e come Lei.

P. Stefano M. Cecchin (OFM), ha messo in evidenza, invece, la consacrazione a Maria nella Scuola Francescana. Fu già S. Francesco d’Assisi che aveva anticipato quel moto di donazione totale a Cristo, quale riconoscimento della sua potestà d’amore salvifico. Il Santo assisiate si rivolgeva a Dio nell’esperienza della stimmatizzazione dicendogli: «Signore io sono tutto tuo», e al contempo pose tutti i suoi figli che stava per lasciare, sotto la materna protezione della Vergine, da lui costituita Avvocata dell’Ordine, ovvero Mediatrice di santificazione per l’intero Ordine dei Minori. Così, l’esempio del Padre, fu sprone immediato per i suoi figli, i quali arrivarono ad affermare la necessità di consacrarsi Maria. Basti citare fra Giacomo da Milano (fine XIII sec.), che nel suo Stimulus amoris dice: «Dolcissimo Gesù, concedi a me, l’infimo dei peccatori, di rendere alla Madre tua l’onore che le si addice. E tu, clementissima Signora, a me indegnissimo peccatore, ottienimi di dedicarmi interamente al tuo servizio, di renderti omaggio in ogni tempo con mente pura e di esaltare continuamente la tua benevolenza con cuore devoto».

Altri illustri teologi, hanno poi evidenziato il mistero della consacrazione a Maria nelle varie aree geografiche, che come un luminoso cielo, costellano il firmamento dell’amore alla Vergine. Don Manfred Hauke, proveniente dalla Germania, ha illuminato la consacrazione a Maria nella teologia tedesca del XX secolo e quindi nelle aree di lingua tedesca. Dapprima si è concentrato su alcune date importanti: nel 1638 la Madonna fu proclamata ufficialmente Patrona Bavariae (Patrona della Baviera). Nel 1647 Vienna fu consacrata all’Immacolata. Nel 1954, anno mariano centenario della definizione dogmatica dell’Immacolata Concezione, la Germania, a Fulda, fu consacrata al Cuore Immacolato di Maria. Poi è passato a delineare il pensiero di cinque teologi tedeschi: C. Feckes, K. Rahner, Joseph Kentenich, Heinrich M. Koster e infine il Card. Leo Scheffczyk, i quali, ognuno a suo modo, hanno sottolineato l’importanza della consacrazione alla Madonna. Tra questi, spicca particolarmente Leo Scheffczyk, che impernia la consacrazione alla Madonna sull’attiva e immediata cooperazione di Maria alla Redenzione (gli altri teologi su questo invece sono di avviso diverso), e sebbene non avesse un concetto preciso di merito di Maria, tuttavia concludeva sull’eccellenza dell’atto di consacrazione al Cuore Immacolato di Maria, così come trasmesso dal Messaggio di Fatima.

Poi è stata la volta di don Paul Haffner, teologo inglese ma che esercita la sua docenza in Italia. Questi spiegava che «la nozione di consacrazione mariana in Inghilterra, come anche altrove, è basata sulla dottrina della incommensurabile santità della Madonna». Don Haffner, si è soffermato sulla devozione alla Madonna nella tradizione inglese, principiando dal ricco e maestoso santuario di Walsingham, faro di spiritualità mariana per tutta l’Inghilterra. Nei secoli undicesimo e dodicesimo, in Inghilterra, c’era una grande venerazione verso la Madonna, e all’inizio di questo periodo, sorse un famoso santuario in suo onore nella campagna vicino a Norfolk. Le origini sono incerte, ma secondo la tradizione, una nobile vedova, Richeldis de Favershes, affermò che, in una visione la Madre di Dio la condusse in spirito alla piccola casa della santa famiglia di Nazareth, chiedendole di costruirne un santuario uguale in Inghilterra, in onore dell’Annunciazione. La statua in essa custodita e venerata, rappresenta la Madonna Sede della Sapienza, in trono col Bambino sulle ginocchia. Da un incessante peregrinare verso questo santuario, sorse il grazioso titolo attribuito all’Inghilterra di Marian Dowry (Dote di Maria). Lo stesso Paese anglosassone divenne perciò proprietà della Vergine, ma a causa della riforma anglicana di Enrico VIII (1538) il santuario fu distrutto e la pietà ardente mariana cadde nell’oblio. Per prevenire questa perdita preziosa, san Giovanni Fisher, intorno al 1526, scrisse una minaccia contro quelli che avrebbero rinnegato la Vergine Santa, facendosi eco, in questo modo, della fede del popolo britannico nella Santa Vergine: «Siano maledetti – scrisse – quei miserabili che tentano di sminuire la preminenza della gloriosa Vergine anche da un millimetro, come stanno facendo, a quanto mi dicono, i seguaci di Lutero. Per questo, senza ombra di dubbio, la Divina Giustizia sarà su di loro, se presto non si pentono e si emendano».

Il padre Battista Cortinovis, (SMM), ha evidenziato la consacrazione a Maria nella Scuola Francese, mettendo in evidenza che i grandi Santi che hanno predicato la devozione e la consacrazione all’Immacolata – si pensi a S. Giovanni Eudes a S. Luigi Grignon da Montfort –, hanno nel Card. P. de Bérulle il loro precursore e maestro. Questi fu l’iniziatore di quella teologia che vedeva in Maria e nel donarsi completamente a Lei, il modo per onorare perfettamente Gesù. Gesù è il centro, Lui va adorato, è Lui il fine di ogni amore e devozione. Allo scopo di essere uniti in modo pieno al suo Cuore, il de Bérulle importa in Francia la spiritualità spagnola del voto di schiavitù a Maria: solo diventando fedeli schiavi-servi di Maria, l’Ancella del Signore, si può rimanere ancorati per sempre a Dio, senza rischiare di smarrirsi nei marosi della vita, a causa delle nostre infedeltà e dei nostri peccati. Commentava il p. Cortinovis: «è da queste premesse teologiche, fortemente connotate dal cristocentrismo e da una ascetica che vuole condurre alla trasformazione dell’anima a immagine di Cristo Gesù, che si giunge a proporre la consacrazione a Maria come mezzo efficace di santità».

L’ultimo giorno del Simposio ha visto, nella sessione mattutina, due interventi di teologia spirituale, volti a lumeggiare la perla preziosa della consacrazione a Maria, prima nel Messaggio di Fatima e poi in Don Dolindo Ruotolo. M. Maria Grazia Palma, ha tenuto una relazione sulla consacrazione al Cuore Immacolato di Maria nel Messaggio di Fatima. Alla domanda: perché Nostra Signora chiede la consacrazione al suo Cuore?, bisogna rispondere soprattutto con i messaggi di due apparizioni: quella del 13 giugno e quella seguente del 13 luglio 1917. Scrive M. Palma: «Nella prima, la Santa Vergine disse a Lucia che Gesù voleva servirsi di lei per farla conoscere e amare e stabilire nel mondo la devozione al suo Cuore Immacolato. Le affidava, dunque, una missione di portata mondiale ed epocale per i risvolti storici e religiosi di cui doveva essere foriera. E aggiunse la promessa della salvezza per tutti coloro che si fossero impegnati ad accogliere e praticare la devozione al suo Cuore, assicurando che le loro anime sarebbero state amate da Dio come fiori collocati da Lei per adornare il suo trono…L’apparizione di luglio ebbe come tema dominante proprio la devozione e consacrazione al Cuore Immacolato di Maria, a cui si accompagnò la visione dell’inferno con la rivelazione della dannazione di molte anime. La Madonna disse che, per salvarle, Dio intendeva stabilire nel mondo la devozione al suo Cuore Immacolato». Il Cuore Immacolato di Maria, ha rivelato a Fatima questo indispensabile mezzo di salvezza che è la consacrazione, proprio per preservare le anime dall’eterna perdizione e per offrire loro una via sicura di salvezza. Il Cuore di Maria è un luogo di rifugio dagli assalti del male e pegno di sicura speranza. A questa consacrazione, Iddio a Fatima legò anche le sorti del nostro mondo, preda del male e della guerra fratricida. M. Palma è entrata anche nel tema, ancora caldo, a causa di alcune posizioni intransigenti, circa la validità della consacrazione al Cuore di Maria, fatta da Giovanni Paolo II il 25 marzo 1984. Bisogna concludere, in realtà, senza dar adito a snervanti ed infruttuose polemiche, che quella consacrazione è valida anche se il Papa non menzionò esplicitamente la Russia, per il fatto che Sr Lucia confermò l’accettazione celeste di quell’atto, e per il fatto che la Madonna, non avendo dato una formula precisa di consacrazione, rimise al Pontefice, in quanto Vicario di Cristo e Maestro della fede, di scegliere il modo concreto di formulare quella consacrazione.

Don Franscesco Asti, ha poi delineato un bel quadro spirituale della presenza materna di Maria nella vita del santo sacerdote napoletano, don Dolindo Ruotolo. Innamorato della Madonna, questo santo sacerdote, si sentì ispirato proprio durante la celebrazione della S. Messa, ad offrire se stesso e il gruppo di donne che dirigeva come padre spirituale, a Maria: questa, diceva, è la massima conformazione a Gesù Eucaristia. Don Dolindo, da esperto conoscitore delle anime, soprattutto per la grande sofferenza espiativa che ha sempre accompagnato la sua vita, sosteneva che la consacrazione mariana bisogna meritarsela: è un dono speciale dell’amore di Maria per coloro che si mostrano fedeli al Signore. I figli di Maria sono prediletti da Dio.

L’ultima sessione congressuale ha visto due approfondimenti importanti: il primo di p. Paolo Siano (FI) a carattere storico, e quello conclusivo di p. Stefano M. Manelli (FI) sul voto di consacrazione a Maria. Padre Siano, da storico, ha messo in evidenza i dati salienti della consacrazione a Maria, fatta nel 1959, con la quale tutta l’Italia, in risposta agli accorati appelli della Madonna di Fatima, veniva consacrata al Cuore Immacolata di Maria. Il legato pontificio a nome dei Vescovi e compiendo il sospirato desiderio di Giovanni XXIII, alla presenza di Gesù Eucaristia, formulava i voti di donazione completa di ogni italiano e dell’intera nazione a Maria, perché di degnasse di fare dell’Italia la sua seconda patria. Di qui poi, il p. Siano, è passato a spiegare l’importante magistero mariano del Venerabile Pio XII, antesignano della consacrazione a Maria, compiuta da lui per la prima volta il 31 ottobre 1942, in riposta agli appelli di Fatima.

Il convegno è stato chiuso da una toccante quanto profonda conferenza sul tema del Voto mariano di consacrazione all’Immacolata, che caratterizza il novello Istituto religioso dei Francescani dell’Immacolata, frati, suore, clarisse e terziari, tenuta da p. Stefano M. Manelli. Il Voto mariano per i Francescani dell’Immacolata è un naturale sviluppo del quarto voto di consacrazione all’Immacolata, voluto da S. Massimiliano M. Kolbe, per i frati delle sue Città dell’Immacolata, quale donazione totale ed illimitata, come strumenti, cose e proprietà nelle mani dell’Immacolata. Per i Francescani dell’Immacolata, questo patrimonio dottrinale e spirituale è stato tradotto in un voto pubblico, costitutivo dello stesso Istituto, che dà forma agli altri voti, specificando la peculiarità mariana della vita francescana. Questo voto è l’essere e l’operare del consacrato e fa vivere nel modo più perfetto la cristificazione di Maria. Il voto cristifica in Maria perché dona la sua cristificazione: questa è la forma più alta della marianità. S. Massimiliano, da vero cavaliere dell’Immacolata, voleva per sé tutte quegli appellativi che avessero potuto esprimere in modo sempre più radicale, la totale e quasi asfissiante appartenenza a Maria. Sicché, il voto mariano, perfezionando la devozione e la consacrazione all’Immacolata, diceva il p. Manelli, ci identifica con Colei che è lo stampo di Cristo: ci fa Cristo, fa vivere Cristo in noi. E non è questo il vertice della vita cristiana, diventare Cristo? Maria ci fa diventare Cristo.

Tanti sono i motivi per un plauso sincero e doveroso a questo Simposio mariologico e ai suoi organizzatori. La consacrazione a Maria è uno strumento infallibile e necessario per la nostra vera e piena cristificazione. Più si appartiene alla Vergine, più si è una cosa sola con Cristo, più si diventa una sola anima col Signore.

Il p. Alessandro M. Apollonio (FI) che ha svolto il ruolo di moderatore, diceva in apertura dei lavori: «Al sacrificio corredentore di Maria, corrisponde l’offerta di noi al suo Cuore Immacolato». La Madre è venuta verso di noi, generandoci come figli nelle sue lacrime e nel sangue del suo Cuore, trafitto dalla spada e dalle spine dei nostri peccati. Noi dobbiamo andare verso di Lei, con un cammino di consacrazione, per riconoscerla nostra Madre e Regina, e per permetterle così di possedere col suo amore materno i nostri cuori. Dove entra Maria lì entra la salvezza. Se ci si dona a Lei, le si permette di portarci nello spazio salvifico del suo Fiat: lì dove il tempo s’ammanta d’eterno, e dove brilla il sol dell’eterno cantico di lode a Colui che è il Santo!

Rendici degni di lodarti o Vergine Santissima!


p. Serafino M. Lanzetta,FI


da: Il Settimanale di P. Pio, n. 29, 25 luglio 2010, pp. 15-25




giovedì 10 giugno 2010

Un anno sacerdotale che volge al termine e la crisi nella Chiesa

Dopo la celebrazione dell’Anno paolino, volto a riscoprire nella Chiesa l’ardore missionario del grande apostolo delle genti, il Santo Padre Benedetto XVI ha voluto sottolineare il dono prezioso del Cuore di Cristo che è il sacerdozio ministeriale, consacrandovi un anno di preghiere e di riflessioni particolari. Così, il 16 giugno 2009, il Papa ha inaugurato l’Anno sacerdotale, in occasione del 150° anniversario della morte del S. Curato d’Ars, per riaffermare l’indispensabilità nell’oggi della Chiesa del sacerdozio ministeriale, che continua ininterrottamente da Cristo attraverso gli Apostoli, i Vescovi e i Presbiteri. Questi sono uniti nell’unico sacerdozio di Cristo, partecipato in modo sacramentale e gerarchico con l’Ordine sacro. Si è trattato di un anno di grazia per tutta la Chiesa. Numerose sono state le iniziative di studio e di preghiera che hanno segnato il decorso di questi mesi. Anche noi Francescani dell’Immacolata abbiamo organizzato un Convegno teologico sul tema, di cui sono stati pubblicati gli atti con la Casa Mariana Editrice.

Accanto però alla bellezza della testimonianza corale – capeggiati dal Vicario di Cristo –, a favore del dono supremo dell’amore di Cristo, che è la partecipazione al suo stesso sacerdozio e dunque la sua permanente azione salvifica a favore degli uomini mediante i sacerdoti, abbiamo assistito anche all’insorgere sempre più possente di un’onda invece contraria, quasi spinta a travolgere questa grazia: la rivelazione crescente e mass-mediaticamente amplificata del peccato di alcuni sacerdoti, che, tradendo il loro ministero, hanno commesso il brutale delitto dell’abuso di minori. Il mondo certo è rimasto attonito e scandalizzato e, sebbene rispetto agli abusi mondialmente esistenti, quelli commessi da sacerdoti – quantunque sempre detestabili – siano veramente la più piccola minoranza, non si è mancato di cogliere l’occasione per colpire nuovamente e direttamente la persona del Pontefice, ritenuta ingiustamente responsabile. Dagli abusi sessuali si è presto arrivati, in occasione della celebrazione del V anniversario di pontificato di Benedetto XVI, a screditare la sua azione pastorale, il cui cuore pulsa nella riforma della vita di fede nell’unico vero Dio e nella liturgia della Chiesa.

Il volto bello e sacerdotale della Sposa di Cristo è stato offuscato da un peccato, che, al dire del Papa, oggi segna la vera persecuzione: la persecuzione è nella Chiesa e questa è generata dal peccato covato nel suo interno. Così diceva il Pontefice all’Angelus di domenica 16 maggio 2010: «Il vero nemico da temere e da combattere è il peccato, il male spirituale, che a volte, purtroppo, contagia anche i membri della Chiesa». Queste parole facevano eco a quelle rilasciate ai giornalisti durante il volo verso Lisbona (11 maggio 2010): «… non solo da fuori vengono attacchi al Papa e alla Chiesa, ma le sofferenze della Chiesa vengono proprio dall’interno della Chiesa, dal peccato che esiste nella Chiesa».

La purezza del dono di Cristo fino alla fine che è l’Eucaristia, si scontra oggi, con la sporcizia che imbratta le bianche vesti della sposa di Cristo. Il sacerdozio rimane ferito da una cattiva testimonianza, mentre era stato invitato a manifestare al mondo l’amore di Cristo che si fa carico di tutti, soprattutto dei più piccoli.

Di fronte a questo impasse è doveroso però porre una domanda: basta per uscire da questo incaglio nel quale sembra ora stagnare la verità del sacerdozio ministeriale, invocare semplicemente una riforma dei costumi sacerdotali – prescindiamo ovviamente dalle insulse quanto miopi proposte di chi crede che abolendo il celibato si risolva il problema della pedofilia –, senza alcuna allusione ad un male che sta più a monte nella Chiesa, ovvero senza punto riferirsi a quella secolarizzazione indotta forzatamente quale emancipazione dal peccato e apertura sconsiderata al mondo? Pensiamo che il problema di cui oggi soffre la Chiesa nel suo interno, travalichi anche la portata del peccato di abuso, e che quest’ultimo sia, in un certo modo, un “effetto boomerang” di quel modo di pensare e di agire pastorali così fiduciosi nei confronti del peccato stesso. Subito dopo il Concilio e per la durata di più di quarant’anni, in alcuni circoli, non si è smesso di insegnare che il peccato ormai non esiste più: è solo reminiscenza di un modo antiquato di concepire la Chiesa, abbarbicata su se stessa e sulle sue intransigenti posizioni. Per essere moderni e dunque in linea con il mondo, bisognava necessariamente redimersi da questa smania di peccato onnipresente, bisognava avere il coraggio di vivere come se non esistesse. Dire peccato significava dire anche Chiesa pre-conciliare, liturgia, preghiera, vita pre-conciliare. Insomma, uno degli slogan preferiti, anche nella Chiesa, era proprio questo: “questo non è più peccato”, “questo non è più valido”. Purtroppo però ci sono dei peccati che non li si può semplicemente nascondere, quando vengono alla luce risultano davvero orripilanti.

Crediamo, pertanto, che una vera purificazione della Chiesa debba essere accompagnata anche da un sano ritorno alla verità del Vangelo, in tutte le sue dimensioni, e ad un sereno confronto con la Tradizione della Chiesa nella sua interezza, senza porre fratture tra un prima e un poi, ritornando all’insegnamento cattolico genuino: “dicendo nuovamente pane al pane e peccato al peccato!”.

La celebrazione di questo Anno sacerdotale, infatti, è stata concepita da Benedetto XVI come un dar fiato alla verità della Chiesa, alla verità della predicazione della Chiesa, alla verità dell’essere sacerdoti di fronte alla Chiesa e a servizio di essa. Non ha mancato il Santo Padre di ricordare e di denunciare le svariate problematiche che fanno da sottofondo ad una crisi del sacerdozio ministeriale nella Chiesa, crisi che principiando da una certa tensione di elementi teologici rinnovati, ertisi contro una visione considerata piuttosto tradizionale, ha finito coll’indurre seri dubbi, a volte anche esistenziali, in chi era chiamato da Dio ad essere ripresentazione sacramentale di Gesù Buon Pastore. Una era la parola d’ordine: apertura al mondo. Uno, tante volte, è stato il risultato: secolarizzazione del sacerdozio, intesa prevalentemente quale confusione di ruoli tra preti e fedeli. Molto spesso i fedeli fanno i preti e i preti diventano laici.

In un passaggio molto interessante del Discorso ai Vescovi della Conferenza Episcopale del Brasile (Ovest 1-2), del 7 settembre 2009, Benedetto XVI diceva: «… nei decenni successivi al Concilio Vaticano II, alcuni hanno interpretato l'apertura al mondo non come un'esigenza dell'ardore missionario del Cuore di Cristo, ma come un passaggio alla secolarizzazione, scorgendo in essa alcuni valori di grande spessore cristiano, come l'uguaglianza, la libertà e la solidarietà, e mostrandosi disponibili a fare concessioni e a scoprire campi di cooperazione. Si è così assistito a interventi di alcuni responsabili ecclesiali in dibattiti etici, in risposta alle aspettative dell'opinione pubblica, ma si è smesso di parlare di certe verità fondamentali della fede, come il peccato, la grazia, la vita teologale e i novissimi. Inconsciamente si è caduti nell'autosecolarizzazione di molte comunità ecclesiali; queste, sperando di compiacere quanti erano lontani, hanno visto andare via, defraudati e disillusi, coloro che già vi partecipavano: i nostri contemporanei, quando s'incontrano con noi, vogliono vedere quello che non vedono in nessun'altra parte, ossia la gioia e la speranza che nascono dal fatto di stare con il Signore risorto».

L’Anno sacerdotale, nella mente del Pontefice, doveva essere un tempo per riscoprire la bellezza del ministero apostolico a favore della Chiesa, e doveva segnare una presa di coscienza di una secolarizzazione strisciante nella Chiesa che non si risolve senza un sano ritorno alla verità di Cristo, alla verità della Chiesa e del sacerdozio ministeriale, smascherando l’unico vero nemico: il peccato, nella Chiesa. Vogliamo fare tutti la nostra parte perché ciò possa davvero avvenire. Soprattutto con l’obbedienza al Santo Padre.

p. Serafino M. Lanzetta, FI


da il Settimanale di P. Pio, 6-13 giugno, n. 22-23