
mercoledì 15 dicembre 2010
Il Vaticano II è un problema?

sabato 4 dicembre 2010
La Tradizione della Chiesa tra identità e sviluppo

domenica 21 novembre 2010
Tradizione e Vaticano II nel pensiero di Mons. B. Gherardini

Nel corso di un incontro organizzato a Bologna, il giorno 20 novembre 2010, dal centro culturale Vera Lux, Mons. Brunero Gherardini ha presentato il suo ultimo libro sulla Tradizione: Quod et tradidi vobis. La Tradizione vita e giovinezza della Chiesa (Casa Mariana Editrice, Frigento 2010). Gherardini, muovendo dal contenuto teologico della Tradizione – di cui tanti parlano oggi senza sapere cosa sia –, ha esaminato la scottante questione della natura del Concilio Ecumenico Vaticano II (cf. il suo testo Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare, Casa Mariana Editrice, Frigento 2009), da lui definita “pastorale”, in ragione dei pronunciamenti dello stesso Magistero; quindi, ha fatto riferimento al valore normativo dello stesso Concilio per la Chiesa.
Un concetto chiave per intendere correttamente il lemma “Tradizione”, è per Gherardini vitalità evolutiva, nel senso che si può esprimere qualcosa di nuovo solo lungo una permanenza ontologica del dato originario. L’attributo “evolutiva” è da leggersi nel solco dell’omogeneità del nuovo rispetto all’antico: identità contenutistica nello sviluppo progressivo della sua comprensione. L’adagio latino è chiarissimo: eodem sensu eademque sententia (stesso senso e stessa interpretazione).
La Tradizione, poi, ha una dimensione oggettiva e soggettiva, ha precisato. Oggettiva: trasmissione della Rivelazione da Cristo fino a noi. Soggettiva: la Chiesa che nel suo Magistero ecclesiastico recepisce il Sacro Deposito e lo trasmette.
Dal concetto autentico di Tradizione, illuminato dalle parole del Signore: lo Spirito di verità vi guiderà al possesso di tutta la verità e al possesso di tutto quello che io vi ho insegnato (cf. Gv 16, 12-15), Gherardini è passato poi a distinguere quattro livelli nel Vaticano II, per una sua giusta ermeneutica:
1° generico: il Vaticano II in quanto concilio ecumenico esprime il magistero conciliare, ovvero un magistero supremo e solenne, di cui però ogni enunciato non è, di per sé, dogmatico ed infallibile;
2° pastorale: il Vaticano II è un concilio pastorale. Bisogna tener conto però che la pastorale è una corrente teologica nata nell’‘800 in alternativa alla teologia dogmatica, con una base illuministica in cui tutto fu concentrato sull’uomo. Paolo VI tentò di redimere la scienza pastorale, liberandola dalle secche neo-moderniste, per trasferirla in quella che Gherardini definisce dimensione romantica;
3° appelli: all’interno dei 16 documenti conciliari vi sono numerosi appelli al Magistero precedente e a dottrine definite dogmaticamente. In questo caso (e solo in questo caso) il Vaticano II diventa dogmatico: perciò dogmatico di riflesso;
4° innovazioni: il Vaticano II ha portato numerose innovazioni, a volte anche formali e sostanziali, da giudicare alla luce della natura pastorale del Concilio. Gaudium et spes n’è un chiaro esempio: ci si concentra su tematiche tipicamente sociologiche e politiche. Il discorso è su qualcos’altro e non sul deposito.
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Una moschea a Firenze? In risposta a Franco Cardini
Da quando la Comunità islamica fiorentina ha presentato al Comune di Firenze un progetto per costruire una moschea in città, si è acceso un dibattito sull’opportunità o meno di un tempio islamico in una città così poliedrica come Firenze. Il Sindaco è assolutamente favorevole ad una moschea, ed anche lo storico Franco Cardini, che in un articolo pubblicato su “Toscana Oggi” (26 settembre 2010, p. 18), offre tre ragioni per dire di sì a questo progetto. È proprio su queste ragioni offerte da Cardini che abbiamo qualcosa da dire ai tanti, che in nome del dialogo e della tolleranza religiosa, dimenticano però ciò che è essenziale nel tanto invocato dialogo con l’Islam.
La prima ragione di Cardini è «l’equità»: se tutti hanno diritto a professare il proprio credo religioso a Firenze, non si vede perché solo i musulmani dovrebbero essere discriminati. Il fattore terrorismo non giustifica questa prevenzione, giustamente, perché non tutti i musulmani sono terroristi, benché quelli che lo sono, lo sono in ragione del Corano e non di un’idea di destra o di sinistra. Nelle altre due ragioni, in verità, si articola più chiaramente il pensiero di Cardini. La seconda ragione è «la fede». Lo “scontro di civiltà” è una messa in scena, ma la vera antitesi è tra chi ha una religione e chi non ce l’ha. In modo però veramente sorprendente leggiamo queste parole: «Lasciateci dunque esultare ogni volta che si apra un nuovo tempio nel quale si adora e si presenta la parola di Dio: sinagoga, chiesa e moschea che sia». Da leggersi in sinossi con quanto detto in precedenza: «Se cattolici, protestanti, ortodossi, ebrei, induisti, buddhisti, liberi pensatori e atei hanno diritto a seguire liberamente la loro religione e a disporre di luoghi di culto…».
Dicevamo in modo sorprendente (lasciando da parte il discorso interreligioso con le fedi non monoteiste), perché un tal modo di argomentare esprime un chiaro relativismo religioso: la Parola di Dio è la stessa o che venga dalla Bibbia o dal Corano. Dunque, che cos’è la Parola di Dio? Se tutto è Rivelazione di Dio (una Parola suggellata da signa et verba) cosa sarà la Rivelazione, cosa è la verità? Qui si nasconde l’equivoco molto spesso ricorrente: per il fatto che il Giudaismo, il Cristianesimo e l’Islam credono in un unico Dio, sono tre religioni uguali, hanno perciò pari valore salvifico. Questo argomento sarebbe valido, però, solo se si concepisse la Trinità delle Persone come “un’aggiunta cristiana” all’unità di Dio. Dio trino sarebbe perciò un modo di essere di Dio, una manifestazione dell’essere Padre, Figlio e Spirito Santo dell’unica natura. Così si incorre in un’antica eresia detta “modalismo” o “monarchismo”, risalente a Sabellio (III sec.), che relega la Trinità delle Persone a mera manifestazione in ragione della funzione salvifica di Dio. In realtà, Dio è trino perché uno e uno perché trino. L’unica sostanza di Dio è trina in un mistero accessibile solo alla fede. In parole povere, non c’è Dio senza il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, che sono l’unico Signore Onnipotente. Pertanto, non è la stessa cosa se la Parola di Dio viene dalla Bibbia o dal Corano. L’Antico Testamento prepara la Rivelazione piena e definitiva del Dio Unitrino, che si compie nel N.T. Perciò solo la Rivelazione giudaico-cristiana è quella vera (su questo certo si può argomentare in modo razionale). Un cattolico si gloria di ascoltare solo quella vera.
La terza ragione è «la fedeltà alla nostra tradizione identitaria». Con l’amaro in bocca leggiamo delle parole sprezzanti. Scrive Cardini: «Qui entra il principio della reciprocità, la trappola più infame e grossolana dei nostri giorni». Questa infamia deriverebbe dal fatto che siamo legati ancora ad una visione rigida che concederebbe una moschea in Italia solo se l’Islam concedesse una chiesa in Arabia Saudita. Fermo restando che i fiorentini che dicono di no alla moschea non si appellano a questa reciprocità (dato anche il grande indifferentismo religioso che regna), sembra che detto principio sia pensato però in modo surrettizio, tale da forzarne la scomparsa dall’immaginario apologetico. Così viene detto: «…ci si appella al sacrosanto principio giuridico della reciprocità: dimenticando tuttavia che tale principio vale solo fra soggetti rigorosamente omogenei». In realtà, più che di reciprocità bisognerebbe parlare di libertà religiosa, che in ultima analisi si radica nella libertà di coscienza: ogni uomo deve essere rispettato nella professione della sua fede, riconosciuta vera dalla sua coscienza, che mai può essere violentata con una costrizione esterna a rinnegarla o ad abbracciarne una diversa. La religione deve essere professata nella libertà. Questo principio (diciamolo pure della reciprocità) non vale solo tra omogenei (politici? religiosi?) ma vale per ogni uomo. È un diritto naturale radicato nel cuore di ogni essere umano. Precede la religione e allo stesso tempo la radica nel rispetto dell’altro in quanto uomo. Se si parla di «soggetti rigorosamente omogenei», facilmente il diritto scade in una visione positivista e il soggetto umano diventa un mezzo per il fine, che ormai è divenuto la legge. Proprio come accade nell’Islam, che non distinguendo tra natura umana e fede, tra libertà e religiosità, tra fede e ragione, omogeneizza gli uomini, fino ad imporre il Corano negando la libertà religiosa.
Qui però dobbiamo aggiungere ancora qualche elemento, per chiarire questo principio della libertà religiosa, che spesso e in nome del Vaticano II, ha dato origine a non pochi fraintendimenti, quando non a veri sincretismi. Dal fatto che ogni uomo ha il diritto di professare la sua fede, non segue necessariamente che ogni uomo ha il dovere di riconoscere come vera ogni religione. Bisogna coniugare in modo preciso verità e libertà. Se devo rispettare sempre la libertà altrui, non posso però esimermi dal dire la verità e di riconoscerla come tale. Forte delle parole della 1Pietro 3,15, il cattolico è chiamato a dare ragione della sua speranza in Cristo, e perciò a dire a tutti la verità nella carità, mettendo in evidenza i limiti e le contraddizioni a cui porta una religione che rifiuta Cristo, che rifiuta la verità. Nella carità anche ai musulmani, nel rispetto della loro libertà, facendo uso della ragione, annuncio la verità del Vangelo. La libertà, in definitiva, non è un assoluto e così la libertà di coscienza e di religione. Ha un limite: la verità, Dio, che è poi ciò che dà eternità alla libertà. La libertà è piena solo nella verità, quando abbraccio la vera fede, il vero Dio.
Il dialogo con l’Islam, auspicabile e nobile, non può però principiare dal permettere la costruzione di una moschea. Deve invece iniziare da valori condivisibili a livello naturale (che è ciò che veramente ci unisce, mentre le fedi ci separano), dai diritti naturali dell’uomo, dalla libertà religiosa, dalla pari dignità tra uomo e donna, dalla necessità di distinguere la sfera religiosa da quella politica, per non rischiare di scadere facilmente in un fondamentalismo politico ammantato di religiosità. Partire invece dalla moschea è come iniziare la costruzione di una casa dal tetto anziché dalle fondamenta. È questo che il Santo Padre auspicava nel suo discorso di Ratisbona: un sano illuminismo che aiutasse l’Islam a disfarsi di tante congetture troppo umane – Dio non diventa più grande se lo spingiamo in una dimensione impenetrabile e in un puro volontarismo –, per mettere al centro il vero culto di Dio che è Logos ed Amore e dare spazio ad un’immagine vera dell’uomo.
Crediamo, infine, che una riflessione positiva che spinga al dialogo, non debba prescindere dal significato che una moschea riveste per la fede islamica. Un elemento architettonico tipico può aiutarci a riflettere: il mihrâb, una nicchia nella parete di fondo che indica la direzione della Mecca, la cosiddetta qiblah, verso cui pregano i musulmani. All’inizio i musulmani pregavano verso Gerusalemme. Nel 623 Maometto ebbe una rivelazione, secondo la quale era necessario rivolgersi verso la Moschea Sacra per eccellenza, quella della Mecca: «Ovunque siate, volgetevi i vostri visi» (Corano 2a, 144). Anche il Cristianesimo sin dall’inizio ha guardato versus orientem, luogo donde nasce la salvezza, il Cristo. Si badi però: mentre per il Cristianesimo l’oriente non è meramente un punto geografico ma il luogo teologico della salvezza, che ben presto è diventato il Crocifisso, per l’Islam l’oriente è la Mecca e precisamente la Moschea Sacra, prima moschea dell’Islam. Mentre il cristiano adora Dio «in spirito e verità» (Gv 4,23), senza legami ad alcun tempio in particolare, il musulmano si rivolge verso un luogo geografico, ed è legato al luogo geografico in ragione dell’identità coranica originaria tra religione e politica, tra religione e territorio. L’Islam non mira “all’evangelizzazione” per convertire ad Allah gli uomini infedeli, ma a conquistarli conquistando le terre in cui vivono. La religione islamica avanza nella misura in cui conquista un territorio: la storia in questo è magistra. I musulmani che pregherebbero nella moschea di Firenze, come in tutte le moschee, guarderebbero comunque al loro luogo originario, per adorare Allah, il Dio che ha fondato l’Islam (sic!), ma che abita nella Città Santa, che fu culla di Maometto: tutti in qualche modo sono portati in questo abbraccio pregante verso la Mecca. Ci sarà poi il tempo di spiegare che qui siamo a Firenze e che preferiamo adorare quel Dio che abita lì dove abita l’uomo, accanto alla sua casa, in un piccolo tabernacolo, per farsi vicino ad ogni uomo e così donargli quella libertà di rivolgersi ovunque e di dire Padre nostro?
domenica 14 novembre 2010
Il Crocifisso che Giotto dipinse a' Frati d'Ognissanti
«Dipinse Giotto a’ Frati Umiliati d’Ognissanti di Firenze una cappella e quattro tavole; e fra l’altre, in una la Nostra Donna con molti Angeli intorno e col Figliuolo in braccio, ed un Crocifisso grande in legno…». Questa la notevole testimonianza del Vasari sulle due opere di Giotto dipinte per Ognissanti: la Maestà (la Madonna in trono col Bimbo sulle ginocchia, ora agli Uffizi) e il Crocifisso, che ora, dopo dieci anni di attento ed intelligente restauro, è tornato nella nostra chiesa. Ognissanti s’impreziosisce così di un altro gioiello – accanto a Botticelli e Ghirlandaio –, di cui ora risulta in primis la mano del Maestro di Vicchio, certo ed inevitabilmente insieme alla sua bottega, ma la mano di Giotto. Dipinto in un arco di tempo che va grossomodo dal 1310 al 1320, il Crocifisso fu realizzato dietro commissione degli Umiliati, per fungere, sul tramezzo eretto a modo d’iconostasi e separante l’altare del santo sacrificio dai fedeli, da elemento indicatore del retto orientamento della preghiera e della dimensione cosmica della liturgia. Con la nuova collocazione, nella Cappella dei caduti del transetto sinistro, su in alto, si è voluto richiamare la sua antica posizione: lasciata in alto, quasi sospesa tra la terra e il cielo, la Croce ci rammenta il mistero tremendo e glorioso della passione, morte e risurrezione di Cristo. Questo mistero, che il Cristianesimo definirà sin da subito Mysterium paschale, è scolpito in quel duro Legno, che Giotto fa splendere di una vivezza unica. Il Signore aveva infatti detto: «Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32). Il Signore Crocifisso esercita da quel Legno un potere d’attrazione, un giudizio di verità e d’amore sull’uomo, un giudizio che con Giotto potremmo compendiare così: il fascino del Bello, compendio dell’unità, della verità e dell’amore. Sì, guardando questo Crocifisso, tra le righe dell’arte pittorica s’esprime una potenza d’attrazione che induce alla riflessione: chi è quell’Uomo? E al contempo: nuovamente la Croce?
Con Giotto si delinea una svolta molto interessante: dall’arte iconica bizantina attraverso una lettura propriamente occidentale duecentesca – si pensi a Giunta Pisano e a Cimabue –, si inizia a mettere in rilievo la figura, il corpo umano. Con Giotto, il Crocifisso mentre riassume lo splendore dell’icona, appare però anche nella sua maestà umano-divina, ch’evidenzia con delicato chiarore la corporeità del Cristo, sì da farlo apparire vivo. Il Crocifisso così doveva risultare la più eminente catechesi per confutare l’eresia perniciosa del catarismo, sprezzante il corpo per rifugiarsi nei meandri di una spiritualizzazione egocentrica della materia. Non più un uomo di anima e di corpo, ma un uomo semi-divino, con un’anima spirituale capace di dominare il corpo fino a svilirlo, a ridurlo ad oggetto. Oggi purtroppo ritorna questo modo di pensare, che riduce il corpo a mera apparenza, ad un guscio vuoto. Si è liberi anche di “interpretare” il proprio corpo, con il rischio però di diventare noi stessi cosa, un semplice oggetto. La Croce del Signore, invece, è il manifesto che esalta il corpo dell’uomo, dandogli la vera dignità di tempio di Dio. Cristo ci ha redenti con il sacrificio del suo corpo: «Non hai chiesto olocausto e vittima per la colpa. Allora ho detto: “Ecco io vengo” (Sal 39,7-8; cf. Eb 10,6-7).
Dalla Croce Cristo ci parla, è il Maestro. In una meravigliosa incastonatura policroma, nel dipinto giottesco, assieme all’Attore della Passione, compaiono immediatamente a Lui vicino, la Madonna e S. Giovanni, mentre nel quadrilobo in alto, Gesù Maestro benedicente. L’insieme appare un tutto armonico e teologico, dove Gesù crocifisso, dolorante ma maestoso, compassionevole e regale, è il vero punto focale: la Croce porta il Signore e il Signore si rivela dall’alto della Croce.
Basti fissare il volto del Cristo. È un volto soffuso di splendore, in un atteggiamento d’immane sofferenza, ma una sofferenza composta, affrontata con grande dignità. Il Signore è il Servo di YHWH, «disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima» (Is 53,3). Ma quel volto è anche il volto del «più bello tra i figli dell’uomo» (Sal 44,3). Giotto riesce ad armonizzare questi due dati: la sofferenza vera e non apparente, con lo splendore di Colui che pur essendo Dio si è abbassato, si è umiliato (cf. Fil 2,6-8), ed ora è confitto, ma è cosciente che attraverso quel suo dolore, sorgerà per l’umanità intera un’alba nuova di salvezza e di libertà. «Per le sue piaghe siamo stati guariti» (Is 53,5). Per il suo sangue siamo stati lavati, siamo divenuti figli e col Figlio ora possiamo chiamare Dio col nome di Padre. La sua Croce ci ha reso figli di Dio in virtù dello Spirito che ci fa gridare «Abbà Padre!» (Rom 8,14). Quello Spirito che fa unità col Sangue. Acqua e Sangue, fluenti dal costato trafitto del Redentore, e lo Spirito dal suo soffio vitale, così da preparare i Sacramenti della Chiesa, impastati col suo Sangue e resi vivificanti dal suo Spirito. È impressionante osservare il sangue che esce dal costato trafitto del Crocifisso. Giotto accentua questo elemento dipingendo uno spruzzo rosso, che promana dall’Uomo dei dolori, una sorgente zampillante che irriga la Croce e lava. Così si richiama propriamente a Giovanni, il quale lega in altissima unità gli elementi dell’acqua e del sangue che scaturiscono dal cuore di Cristo con la sorgente zampillante che uscirà dal seno di coloro che crederanno in Lui, nel Figlio che solo dà la vita (cf. Gv 19,34 in relazione a 7,37).
Ora il Signore innalzato esclama ancora una volta, rivolto a tutti i visitatori: «Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me, come dice la Scrittura: fiumi d’acqua viva usciranno dal suo seno» (Gv 7,37-38).
Andare a Cristo allora significherà conoscere il suo amore, bere di Lui, accostarsi al memoriale del suo sacrificio, ripresentato sacramentalmente nella celebrazione della S. Messa. L’Eucaristia è quel memoriale: ripresenta l’unico e sommo sacrificio del Signore e ci dona la vita, quando umili e contriti ci accostiamo a Lui, mangiando di Lui. La Croce è quella scala che ci fa salire fino a Cristo. Dalla Croce e solo attraverso di essa si entra in comunione con Lui. Ecco perché, come chiede il Santo Padre, il Crocifisso deve essere ben visibile nella celebrazione dei Santi misteri. Deve essere al centro dell’altare, in modo che celebrante e fedeli vi volgano i loro sguardi. Solo chi guarda questo segno di salvezza è salvato, è redento dal morso del male e dalla morte.
Accanto al Signore Crocifisso, Giotto ha voluto mettere in risalto particolarmente la Vergine Madre, ammantata di quell’azzurro che riprende il fondo della Croce ed esprime un fatto: Maria prima di tutti e sopra tutti è avvolta dalla trascendenza e dal mistero. Il suo dolore di Madre, ben visibile nel suo volto compassionevole, è il dolore di Colei che è la Compagna fedelissima di Cristo, l’alma Socia Christi nel mistero della Redenzione. Con Gesù Maria ha collaborato in modo unico alla nostra rigenerazione soprannaturale. A Lei chiediamo di introdurci per mezzo della Croce nel mistero dell’amore di Dio: per Crucem ad lucem.
Vedendo quella folla accorsa il giorno 28 ottobre per il ritorno della Croce ad Ognissanti, pensavo tra me: «Non riusciranno a toglierci la Croce. Neanche la Corte di Strasburgo. La Croce ritorna sempre». Ora nel modo più aureo: quello della bellezza. Ed interroga ogni uomo.
mercoledì 27 ottobre 2010
Moschea? Meglio invertire l'ordine
Caro direttore, cresce la campagna di sensibilizzazione al progetto-moschea a Firenze. Un progetto, a dire il vero, alquanto anomalo: prima si è presentato il disegno e poi, soltanto dopo, se ne verifica l’eseguibilità. Non c’è il rischio che questa inversione si ripresenti proprio mentre ferve l’impegno a suscitare adesioni e clamori, coinvolgendo la società fiorentina in nome di un principio a noi sacrosanto, che è la tolleranza religiosa? Mi spiego. Un dato che accomuna normalmente i consensi, è il rispetto verso le altre religioni e il diritto che i musulmani hanno di pregare in un luogo di culto adatto. Il sì alla moschea sarebbe l’elemento discriminante, per verificare una reale tolleranza, o quando negato, un camuffato integralismo xenofobo. Quello che però non funziona – l’inversione –, è che la moschea è fattore di tolleranza e non piuttosto la tolleranza via alla possibilità di una moschea. In una cultura come quella islamica, che non distingue chiaramente tra politica e religione, tra ragione e fede, la cosa sarebbe giustificabile, ma per l’Occidente che si edifica sui principi della legge morale naturale, condivisibili dall’uomo in quanto tale, ciò raffigura un serio problema e pone una domanda a cui non si può rinunciare: bisogna partire dalla fede o dalla ragione? Dalla ragione, che, condivisibile da tutti, in una società civile, muova poi al dialogo interreligioso, sereno e rispettoso nei riguardi delle diversità. Se si dice di no alla moschea, non è in pericolo la libertà, ma si desidera far chiarezza sui principi imprescindibili o “non negoziabili”, per fondare il dialogo nella verità e non nei sentimenti (che in questa materia nascono facilmente anche in chi non crede in Dio).
Bisogna chiedersi cos’è la tolleranza religiosa, che va di pari passo con la libertà religiosa e questa, in ultima analisi, è radicata nella libertà di coscienza. Tolleranza, non può significare immediatamente, come conseguenza logica, apertura incondizionata ad una moschea, edificio che per sé stimola un discorso religioso unito ad uno politico-sociale-culturale. Deve significare, invece, dapprima rispetto della libertà religiosa, che è un diritto naturale e non un principio positivo di reciprocità, radicato in ultima analisi nella libertà di coscienza: ogni uomo ha diritto a scegliere e a professare in modo autonomo la religione riconosciuta come vera. Quando questa libertà è riconosciuta dai soggetti in dialogo, allora e solo allora si può passare anche al dato propriamente religioso, la possibilità di un edificio sacro. Altrimenti, si corre sempre il rischio che l’edificio religioso, nel nostro caso la moschea, rappresenti un’imposizione religioso-culturale, più che una condivisione di pari diritti e doveri naturali, che preserva dal sincretismo e da ogni fondamentalismo religioso. Nel dialogo con l’Islam, pertanto, non si può partire dalla moschea per poi “mettersi d’accordo” su questioni rilevanti per noi di casa ma non per i richiedenti un dovere del Comune (lo spazio edificabile) e un diritto alla società fiorentina (la libertà). C’è il rischio di non dialogare mai realmente, o di dialogare solo con alcuni.
Non basta neppure giustificare questo accordo frettoloso in nome di un dato di fede comune: crediamo nello stesso Dio. Non crediamo nello stesso Dio. Anche qui è opportuno distinguere. Gesù Cristo non è il profeta di Dio; anche, ma anzitutto il Logos, il Figlio uguale al Padre, che ci dona lo Spirito Santo. Solo a livello naturale possiamo convenire dicendo che crediamo nello stesso Creatore del cielo e della terra, ma il Dio rivelatosi è diverso. Il Corano postula un Dio che in ragione della sua onnipotenza è slegato dal concetto analogico di bontà. E così è sempre più spinto al di là. Dispiace, perché l’analogia dell’ambito creazionale non viene più mantenuta nell’ambito della salvezza, sì da porre una frattura tra il Dio creatore di tutti gli uomini e il Dio che ha fondato l’Islam. E gli altri? Partiamo allora dalla ragione: così illumineremo la fede e la società.
p. Serafino M. Lanzetta, FI
da Il Corriere Fiorentino, del 22 ottobre 2010
mercoledì 6 ottobre 2010
Il Vaticano II: un concilio pastorale. Analisi storico-filosofico-teologica

programma
16 dicembre 2010
ore 9,15 Inaugurazione dei lavori: prolusione di Sua Ecc.za Mons. Luigi Negri (Vescovo di S. Marino-Montefeltro)
ore 9,30 Conferenza: Rev.do Prof. Brunero Gherardini (Pont. Università Lateranense): Sull’indole pastorale del Vaticano II: una valutazione
10,30 Pausa
ore 11,00 Comunicazione: Rev.do Prof. Rosario M. Sammarco (Sem. T. Immacolata Mediatrice): La formazione permanente del Clero alla luce della Presbyterorum ordinis
ore 11,30 Conferenza: Rev.do Prof. Ignacio Andereggen (Pont. Università Gregoriana): La modernità: un’analisi filosofica
ore 16,00 Conferenza: Prof. Roberto de Mattei (Università Europea di Roma): La Chiesa nel XX secolo. Immagini di un repentino cambiamento
ore 17,00 Conferenza: Prof. Yves Chiron (Direttore del Dictionnaire de biographie française): Dal Vaticano I al Vaticano II. I Pontefici dinanzi ad un possibile concilio
ore 18,00 Dibattito con i relatori intervenuti
17 dicembre 2010
ore 9,30 Conferenza: Rev.do Prof. Paolo M. Siano (Sem. T. Immacolata Mediatrice): Alcuni personaggi, fatti e influssi al Concilio Vaticano II (1962-1965)
ore 10,30 Pausa
ore 11,00 Comunicazione: Rev.do Prof. Giuseppe M. Fontanella (Sem. T. Immacolata Mediatrice): Il Perfectae caritatis e la vita religiosa. Dove hanno condotto gli esperimenti pastorali?
ore 11,30 Sua Ecc.za Mons. Atanasio Schneider (Vescovo ausiliare di Karaganda): La teologia pastorale: sviluppi alla luce del Vaticano II per leggere correttamente il Concilio
ore 16,00 Conferenza Rev.do Prof. Serafino M. Lanzetta (Sem. T. Immacolata Mediatrice): Approccio teologico al Vaticano II. Status quaestionis
ore 17,00 Conferenza: Rev.do Dott. Florian Kolfhaus (Segreteria di Stato): Annuncio di un insegnamento pastorale – motivo fondamentale del Vaticano II. Ricerche su Unitatis redintegratio, Dignitatis humanae e Nostra aetate
ore 18,00 Dibattito con i relatori intervenuti
18 dicembre 2010
ore 9,30 Conferenza: Sua Ecc.za Mons. Agostino Marchetto: Rinnovamento all’interno della Tradizione
ore 10,30 Pausa
ore 11,00 Conferenza: Rev.do Prof. Don Nicola Bux (Istituto Ecumenico di Bari): La Sacrosanctum Concilium e la sua esecuzione postconciliare: dagli adattamenti all'inosservanza dello ius divinum nella liturgia
ore 12,00 Chiusura dei lavori: intervento di Sua Ecc.za Mons. Velasio de Paolis (Presidente della Prefettura degli Affari Economici della S. Sede): Il diritto nell’edificazione della Chiesa
(055) 2398700
email: ffifirenze@immacolata.ws
(0776) 3560272 email: fficassino@immacolata.ws
www.catholicafides.blogspot.com
lunedì 27 settembre 2010
Porta Pia: una breccia nella civiltà, 140 anni dopo

Il 20 settembre 2010, presso la Chiesa di Ognissanti di Firenze, si è fatto memoria del 140°anniversario dell'aggressione sabauda - ingiustificabile dal punto di vista del Diritto internazionale -, attraverso la breccia di Porta Pia, allo Stato della Chiesa, al fine di conquistare non solo un territorio da annettere al nascente Regno unitario, ma molto di più per spodestare l'autorità magisteriale-spirituale del Papa, il beato Pio IX. Così si voleva costringere la Chiesa, come voleva Cavour, ad essere libera ma inglobata in uno "Stato libero" (liberista e massonico-anticleriacale). Con questa celebrazione controcorrente, non si è voluto mettere in discussione l'unità d'Italia e Roma capitale d'Italia, ma evidenziare le cause per le quali ancora soffre la nostra amata Nazione, una tra tutte il nascere di una "Questione meridionale", degenerata poi in comportamenti malavitosi a tutti noti. Far finta che quell'unione così come è stata progettata ed eseguita è del tutto innocente o addirittura provvidenziale, è vuota retorica e remissiva storiografia. Lo storico Cardini non ha esitato, invece, a definirla “infame e sacrilega aggressione”, ai danni di uno Stato libero che non aveva dichiarato guerra a nessuno ma che si è visto invadere per la pura bramosia di alcuni, che progetteranno addirittura di uccidere il Pontefice, simbolo dell'oscurantismo, dell'infelicità della nostra Italia. Eppure all'ingresso degli invasori i romani non si mossero, non offrirono alcun aiuto agli sgradevoli aggressori. La Chiesa, umiliata, non è stata però assorbita o sconfitta dal potere demagogico e poiché ha avuto questa assicurazione dal suo Signore: non praevalebunt, rimane ancora segno di contraddizione, madre di civiltà e di vera libertà per i Popoli. Solo se il Papa è ancora libero di parlare e di regnare felicemente, il bene e la verità avranno ancora diritto di cittadinanza nel nostro mondo dominato dal potere del relativismo, dell'indifferentismo e del liberismo suicida.
Ascolta la registrazione audio. Intervengono: Pucci Cipriani (giornalista), Domenico del Nero (storico) e Massimo Viglione (storico).