giovedì 21 aprile 2011

«Cristo nostra Pasqua è stato immolato» (1Cor 5,7)


«Egli è colui che prese su di sé le sofferenze di tutti. Egli è colui che fu ucciso in Abele, e in Isacco fu legato ai piedi. Andò pellegrinando in Giacobbe, e in Giuseppe fu venduto. Fu esposto sulle acque in Mosè, e nell'agnello fu sgozzato. Fu perseguitato in Davide e nei profeti fu disonorato. Egli è colui che si incarnò nel seno della Vergine, fu appeso alla croce, fu sepolto nella terra e, risorgendo dai morti, salì alle altezze dei cieli. Egli è l'agnello che non apre bocca, egli è l'agnello ucciso, egli è nato da Maria, agnella senza macchia. Egli fu preso dal gregge, condotto all'uccisione, immolato verso sera, sepolto nella notte. Sulla croce non gli fu spezzato osso e sotto terra non fu soggetto alla decomposizione» (Omelia sulla Pasqua, di Melitone di Sardi).


Santa Pasqua a tutti i nostri lettori, con l'augurio di risorgere con Cristo alla vita nuova dei Figli di Dio: Lui è l'Agnello immolato per noi!




martedì 12 aprile 2011

Il Prof. Roberto De Mattei, ovvero un intellettuale cattolico nel mirino

Il Prof. Roberto De Mattei, Vice-presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche, storico cattolico, apprezzato autore di libri e conferenze su temi storici, apologetici e finanche liturgici, è venuto recentemente alla ribalta con un libro sulla storia del Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta in cui l’Autore, tra l’altro, ha messo in discussione il trionfalismo e l’ottimismo fallace di coloro che da decenni interpretano il Vaticano II come rottura con la Tradizione e inizio di una nuova Chiesa.

De Mattei è noto anche per le sue critiche scientifiche all’ipotesi darwiniana che purtroppo riscuote consensi tra quei cattolici che ammettono l’evoluzionismo moderato, per cui, secondo costoro, Dio avrebbe infuso l’anima umana in uno scimmione e così sarebbe stato creato Adamo... Ora, anche un tale evoluzionismo “moderato” non ha fondamento, né biblico e né tanto meno scientifico.

A proposito di atei e darwinisti assoluti (i quali negano il creazionismo), è interessante la disputa che De Mattei (a Chiasso, 20 novembre 2009) ha brillantemente ingaggiato contro l’ateo matematico (ex-cattolico) Piergiorgio Odifreddi, il quale – per quanto mi risulta – è stato lodato in ambienti massonici italiani molto laicisti. De Mattei ha mostrato l’inconsistenza scientifica dell’evoluzionismo darwiniano e soprattutto dell’ateismo.

Il 16 marzo 2011, il Prof. De Mattei ha tenuto un programma su Radio Maria. In merito ad alcuni fatti di attualità, tra cui il recente terremoto in Giappone, De Mattei ha parlato in generale dei terremoti come possibili castighi di Dio[1]. Subito sono seguiti attacchi da parte dell’Unione Agnostici Atei e Razionalisti (UAAR) che ha chiesto le dimissioni di De Mattei dal CNR. Anche la Federazione dei Lavoratori della Conoscenza (FLC) della CGIL ha chiesto le dimissioni dello studioso cattolico[2].

Desidero fermare un attimo l’attenzione sull’UAAR, in quanto è la principale e notoria agenzia culturale (non escludendone altre più o meno sotterranee…) che ha dichiarato guerra al Prof. De Mattei. L’UARR è contro il Crocifisso nelle scuole, inneggia al Darwin Day, è contraria al concordato tra Stato e Chiesa, si rallegra dell’aborto e di tutto ciò che la Chiesa Cattolica condanna come contrario alla morale naturale e cristiana, tra cui il “matrimonio” omosessuale, i Gay Pride…

Presidente onorario dell’UAAR è l’anziana scienziata Margherita Haack (tale carica onorifica l’ha anche Odifreddi). Varie volte ospitata in incontri e dibattiti organizzati dalla Massoneria del Grande Oriente d’Italia[3], la Dr.ssa Haack (figlia di un teosofo) è atea, non crede nel Dio Creatore. Secondo lei il Big Bang (il grande scoppio) non è altro che la più grande flatulenza intestinale dell’universo (sic!) da cui sarebbero derivate tutte le cose che osserviamo...[4]

Sul website dell’UAAR è possibile trovare anche varie foto blasfeme contro verità di fede e oggetti religiosi cristiani. In una foto intitolata Jesus Christ Super Trans: un transessuale con muscoli da uomo e seno “da donna” (parzialmente coperto) che imita Gesù in Croce… In un’altra foto, un primo, o primissimo, piano del fianco e della coscia destra, del pancino e dei genitali di una statua di Gesù Bambino in braccio alla Madonna; la foto è intitolata Anatomia del Trascendente.

Addirittura, dal versante opposto a quello degli atei dell’UAAR, un giornalista di un quotidiano cattolico ha accusato duramente e ingiustamente De Mattei (pur senza nominarlo) di essere un bestemmiatore in quanto avrebbe attribuito a Dio la causa del male[5]. È evidente che le parole di De Mattei sono state ampiamente fraintese. E il nostro amico e storico cattolico, in un articolo reperibile sul sito di Corrispondenza romana, ha impeccabilmente replicato alle accuse mossegli sia dall’UAAR e sia da certi ambienti cattolici benpensanti e superficiali[6].

De Mattei non ha certamente accusato i Giapponesi di esser più peccatori degli altri e nemmeno ha detto che il terremoto del Giappone sia certamente castigo dei giapponesi peccatori. Ciò che è certo è che Dio esiste e che è disgustato dal peccato. Pensiamo a ciò che avvenne a Sodoma e Gomorra (Gen 19, 1-25)… San Giuda Taddeo, nella sua Lettera canonica e ispirata da Dio, scrive che Sodoma e Gomorra stanno subendo il fuoco dell’inferno (Gd 7).

Idee, iniziative, propagande come quelle dell’UAAR, non fanno che diffondere l’immoralità, l’incredulità tra noi cattolici italiani e così renderci peggiori dei non-cristiani e prepararci castighi peggiori dei terremoti… Castighi nel tempo e nell’eternità!

Siamo grati al Prof. De Mattei per il suo coraggio e accompagnamolo con la nostra preghiera. E ricordiamoci di pregare il Buon Dio e la Vergine Santa anche per la conversione dei membri dell’UAAR, nonché per la nostra perseveranza nella Fede.

p. Paolo M. Siano, FI



[1] Cf. A. Carioti, L’«eretico» del CNR. «I terremoti? Un castigo divino», in Il Corriere della Sera, 27-3-2011.

[3] A. Statera, I massoni di sinistra? Nelle logge sono 4mila, in Repubblica, http://www.repubblica.it/politica/2010/06/09/news/massoneria_pd-4683769/

Quando di Dio si smarrisce l'orizzonte: il caso de Mattei

Il mondo si divide ancora in chi crede in Dio e in chi non ci crede e lo nega. Ma in questo negar Dio si riscontrano oggi due categorie di persone: chi ci crede ma lo nega e chi non ci crede e lo stesso lo nega. Sembra strano ma Dio è assente, è lontano, anche quando crediamo di crederci. Soprattutto in questi ultimi tempi, definiti “liquidi”, il rischio è quelli di fregiarsi di una fede in Dio ma che è irrazionale, un fideismo che esclude la ragione. Un caso lampante: l’assedio mass-mediale al Prof. Roberto De Mattei, che in una trasmissione radiofonica su Radio Maria (16 marzo 2011), metteva in luce la presenza di Dio nel mondo e nella storia, anche quando si verificano episodi spiacevoli quali un terremoto, uno tsunami. Pochi hanno preso in considerazione anche il secondo episodio spiacevole commentato da de Mattei: la barbara uccisione del ministro pakistano cattolico Shahbaz Bhatti. Tutti invece si sono concentrati sulle dichiarazioni circa il mistero del dolore e del male nella sua relazione col terremoto in Giappone, permesso da Dio per motivi di misericordiosa giustizia. De Mattei, giustamente, distingueva un dolore procurato dall’uomo con la persecuzione (da combattere) e un dolore che l’uomo non provoca ma che inerme subisce (da accettare e a cui rassegnarsi). Questo ha imbestialito tanti. Che c’entra Dio con quel dolore inerme, quale il terremoto giapponese, che con proporzioni spaventose ed impreviste, ha provocato morte e sconquassi ed una radiazione nucleare allarmante? Se così è, il Dio cristiano allora è un dio crudele, hanno detto. Altri invece: se il terremoto è affare di Dio, che permette il disastro per punire il male del peccato e salvare gli uomini dalla miseria più grave, allora de Mattei non ha diritto di cittadinanza nell’universo scientifico (meglio scientista). Porterebbe una questione di fede (?) nel mondo dei terremoti, e banalizzerebbe (?) il terremoto che ha una causa naturale verificabile.

Il vero problema, che sta a monte, volutamente banalizzato invece, è espresso molto chiaramente: in una distruzione così massiccia, quale è stata il violento terremoto giapponese, e del resto imprevista in quegli effetti di lunga durata, nonostante l’avanguardia tecnologica di un Giappone primo per tanta industria, Dio dov’è? Sta a guardare? Chiude gli occhi per non vedere? Era certamente una domanda che il Prof. de Mattei poneva ai credenti, ma che guarda caso ha insospettito i non credenti e i diversamente credenti. Una domanda a cui la fede cattolica, illuminata da una ragione forte, aveva già risposto da tempo, da molti secoli: Dio non è la causa del male, di nessun male, né di quello morale (il peccato) né di quello fisico (la malattia, terremoto, ecc.). La causa del male morale è la perversa volontà dell’uomo peccatore; la causa del male fisico è nella contingenza della natura umana (ferita dal peccato). Ma siccome Dio è Padre e Provvidenza d’amore, sa trarre da ogni male un bene: mentre non ha nessun legame col male, essendo però la Causa prima e necessaria di tutto, tollera o permette il male (morale o fisico) per un fine di bontà; e questo in ragione del fatto che le cause seconde (le cause dipendenti nell’essere da Colui che è l’Essere e la Vita: gli uomini, gli eventi naturali, ecc.) sarebbero incapaci di agire senza la Causa prima, la quale tutto governa. Il vero male da temere è il peccato dell’uomo, punibile col castigo eterno. Per sfuggirlo, Dio che è Padre, permette ad esempio un male fisico, affinché l’uomo si ravveda. Ma né dell’uno né dell’altro è la causa.

Certamente un terremoto ha la sua ragion d’essere immediata in un movimento tellurico: ma perché Dio fa essere anche quel movimento, se è l’Unico che governa il mondo ed è il solo Buono? Perché è crudele e si compiace della sofferenza? Assolutamente no. Unicamente per manifestare il suo amore misericordioso verso i suoi figli, che sedotti spesso dal male, si dimenticano di Lui, lo ingiuriano e trasformano la terra in un luogo di perversione. È la terra stessa, talvolta, a ribellarsi all’uomo. Ma Dio rivolge anche queste ribellioni di un mondo stanco della perversità umana, verso un fine di salvezza e di redenzione. Un terremoto, infatti, permesso da Dio, può insegnare che: 1) non sono gli uomini i creatori del mondo, né tantomeno il cieco evoluzionismo (se così fosse perché cerchiamo una causa anche nel terremoto?); 2) gli eventi nel mondo hanno delle cause che superano la capacità e la tecnologia umane ma non la sapienza divina; 3) bisogna invocare Dio per essere salvati da ogni calamità, soprattutto da quella più terribile che è il peccato e la perdizione eterna. Questa visione, in fondo, è l’unica che riesce a dare speranza ad ogni popolo provato, ma che senza la fede e la visione soprannaturale, rischia di esser tragicamente disperato. È doveroso ed umano cercare di sconfiggere ogni causa di queste tragedie, ma non rischiamo, come spesso accade oggi, di voler semplicemente recidere la causa del dolore mettendo a tacere Dio, che invece in quel dolore come in ogni dolore ci parla.

Non fa tanto ribrezzo leggere invettive di un Odifreddi e della sua cricca volte a squalificare l’antiscientificità del Vicepresidente del CNR, per il fatto che introduce questioni oscurantiste nel campo delle indagini scientifiche (e se fosse la ragione a comprovare il dato affermato?), quanto piuttosto vedere un silente imbarazzo di cattolici condannati in nome di un misericordiosismo tipicamente post-moderno, o meglio post-conciliare, a non allinearsi ad una dottrina considerata vecchia (veterotestamentaria: Dio che punisce col dolore) e perciò preconciliare. Il male che oggi ci attanaglia è il sonno nel quale stagna la nostra ragione e di rimando la fede, che facilmente diventa fideismo: un irrazionalismo credente che ci fa accontentare di non rispondere in queste situazioni, per paura di offendere le orecchie sensibili di un mondo chiuso al trascendente o di rispondere con categorie talmente nuove, che coinvolgono Dio stesso nel problema del male e del dolore. Sicuramente, se ponessimo la domanda: dove era Dio mentre il Giappone tremava? qualcuno ci direbbe: era lì in quel terremoto (giustamente, ma con tanti distinguo). Ma se questo tale ha anche una certa preparazione teologica, aggiungerebbe: soffriva con chi lì soffriva e moriva con chi lì moriva (sic!). Una rinnovata teologia, chiusa alla metafisica dell’essere di Dio, infatti, non avendo altre categorie per descrivere il mistero di Dio se non quelle poetiche, o bibliche viste in opposizione alla metafisica, giustificherebbe il dolore innocente o colpevole, col tirare in ballo Dio stesso, coinvolgendolo in quanto Dio in questo mistero umano ma non divino. Col dire che Dio soffre (non in quanto uomo nel Figlio ma in quanto Dio), sembra aver risposto al problema del male, e del terremoto in questo caso. Invece, si tratta di una non-soluzione e oltretutto di un errore: Dio ha sofferto solo nell’umanità santissima del Figlio e durante la sua vita terrena. Il dolore di Cristo è modello di ogni dolore e redime ogni altro dolore, che, se portato con Lui, ci salva. Col dolore di Dio in quanto Dio, che soffre con l’uomo che soffre e ogni volta che l’uomo soffre, si complica invece ancora di più il mistero del dolore, rendendolo semplicemente eterno come Dio, senza alcuna possibilità di una sua definitiva redenzione. Anche in questo tentativo emerge il problema di fondo: non si può semplicemente sganciare Dio dal problema del dolore e del male, sia che lo si escluda sia che lo si includa arbitrariamente. Farlo, significa condannare Dio, la teologia e la stessa fede al mutismo dinanzi a queste vicende raccapriccianti. Tutta la colpa ricadrà sull’uomo, il quale presto inveirà contro il Cielo per incolpare Dio. Siamo punto e a capo.

Meglio allora la dottrina della Provvidenza d’amore di un Dio che è giustizia e misericordia.

Piena solidarietà dunque al Prof. de Mattei, con l’augurio di essere sempre cattolico “tutto d’un pezzo”. Una parola però agli atei, sia non credenti che diversamente tali (o “catto-ateisti”, per dirla con lo stesso de Mattei): non rischiamo di fare di un terremoto un affare solo umano col pericolo di negare Dio per la sua crudeltà o per la sua longanime irrazionale vuota bontà!

Preghiamo invece Iddio per tutte le vittime del terremoto, per il Giappone e perché abbia pietà di noi poveri mortali.

p. Serafino M. Lanzetta, FI

sabato 12 marzo 2011

Indagine sul Cristianesimo. Come si costruisce una civiltà

Presso la Parrocchia di Ognissanti, il giorno 11 marzo 2011, è stato presentato il recente libro di Francesco Agnoli, Indagine sul Cristianesimo. Come si costruisce una civiltà (Piemme 2010).



«Negare che il Cristianesimo abbia avuto un'enorme influenza nel promuovere il positivo sviluppo della civiltà e della cultura a livello mondiale significa non solo avere un pregiudizio contro la religione cristiana ma anche ignorare la storia degli ultimi duemila anni» (dalla IV di copertina).

Dopo un'introduzione di P. Serafino M. Lanzetta, ha preso la parola l'Autore del libro, che con passione per la verità cattolica, spiega il perché essere cristiani è motivo di grande orgoglio. E' col Cristianesimo che si edifica una società a misura d'uomo. Cristo, infatti, ci ha liberato dalla paura e dalla morte, che dominavano in un mondo guidato dal fato e da un destino cieco. Cristo ci ha liberato perché restassimo liberi da ogni schiavitù. I suoi discepoli impareranno a portare nella loro carne quel mistero apparso in mezzo a noi: diranno con la carità operosa, con le mani intente al lavoro quotidiano e con la mente elevata al cielo che Dio si è fatto carne. Ed abita con noi.









lunedì 7 marzo 2011

Distinguere frequenter. Il Vaticano II e gli assolutismi. In dialogo con P. Giovanni Cavalcoli

P. Giovanni Cavalcoli, OP in un recente articolo pubblicato su Riscossa Cristiana, dal titolo La Tradizione contro il Papa, continuava a riflettere sul Concilio Vaticano II, con una volontà precisa di riscattarlo dai modernisti e dai tradizionalisti. Il Padre domenicano, portava a difesa dell'infallibilità delle dottrine del Concilio, il Motu proprio Ad tuendam fidem del 1998. Di seguito gli risponde il P. Serafino M. Lanzetta, argomentando su due cose: 1) non è necessario per accettare il Vaticano II rendere tutte le sue dottrine infallibili; 2) perché una dottrina sia infallibile è necessaria la sua definitività dichiarata dal Magistero, secondo il citato Motu proprio.


Carissimo P. Giovanni,
ho letto i suoi ultimi interventi sul Vaticano II, pubblicati da Riscossa Cristiana. Ammiro la sua infaticabile passione per un argomento così spinoso ma centrale nell’attuale situazione ecclesiale. Mi permetta di rivolgerle qualche domanda e di riflettere insieme con lei, come abbiamo avuto già modo di fare in precedenza. Muoverei da un primo approccio: la situazione della Chiesa dopo il Concilio Vaticano II. È indubitabile che dopo ogni concilio la Chiesa abbia vissuto momenti di forti turbolenze, in ragione di un riassestamento lento e progressivo della compagine ecclesiale, scossa, normalmente, da errori che la minacciavano, smascherati però dalle definizioni delle verità di fede. Non sono mancate fratture, riacutizzatesi proprio in ragione della chiara ed infallibile posizione dei concili. Mi sovviene quanto si verificò per il Concilio di Nicea. È vero che l’errore subordinazionista, che ammaliava anche vescovi dal calibro di Eusebio, fu sconfitto definitivamente solo con il Concilio successivo di Costantinopoli, definendo la divinità della Spirito Santo, mentre, nel frattempo, gli ariani si muovevano con sinodi ben precisi volti a conquistare dalla loro parte le Chiese. I confini dell’esagitazione ecclesiale però erano ben delineati: da un lato la fede della Chiesa, difesa da S. Atanasio e definita al Concilio, dall’altra l’eresia della non-consustanzialità del Figlio col Padre e di conseguenza un principio di svuotamento del mistero stesso della Redenzione. La cattolicità si stringeva intorno alla stessa fede, mettendo sempre più al bando l’errore dottrinale, che qui si avvaleva dell’accondiscendenza dell’Imperatore. Anche dopo il Concilio di Trento i confini della fede cattolica furono ben presto visibili, e con un’opera di intelligenza pastorale, la Chiesa tornò a risplendere della sua bellezza, graffiata dai suoi figli rivoltosi. Si insegnò che la S. Scrittura e le Tradizioni non scritte sono le due fonti dell’unico deposito rivelato da Dio e consegnato alla sua Chiesa. La Chiesa attinge la sua regola di fede da entrambe, unite nell’unico atto rivelativo, custodite e trasmesse indefettibilmente dal Magistero autentico.
Dopo il Vaticano II, però, si assiste a qualcosa di nuovo: è la stessa Chiesa ad essere colpita da una profonda crisi. Una crisi d’identità. È nel suo interno che si mettono in discussione i dogmi: o li si vuole superare in nome di un meta-dogmatismo o – ciò che mi sembra abbia prevalso – li si vuole arrestare ad ogni costo al Vaticano I, per dare una svolta nuova all’Assise ultima: quella della conciliarità. Che presto diventa neo-conciliarismo.
Lo stesso approccio pastorale del Concilio – che lei dice esser il cavallo di battaglia dei lefebvriani per affossare il Vaticano II – si prestò a svariate letture. Ci fu chi come Y. Congar voleva un concilio pastorale, che non fosse da meno di uno dottrinale e che non si limitasse a definire o ad atomizzare la fede, ma raggiungesse gli uomini del tempo. A questi gli farà presto eco G. Alberigo, il quale dirà che il Concilio pastorale aveva messo in discussione l’ecumenismo dottrinale, fino a far abbandonare la via antiqua per una svolta epocale; chi, poi, come il card. G. Siri, che vedeva proprio nell’elevata enfasi data al lemma pastorale un «equivoco-ombra» per risistemare la dottrina passando al lato della condanna degli errori, ma provocando necessariamente una certa mescolanza. Una misericordia verso gli erranti poteva trasformarsi in una misericordia verso l’errore. Questo in larga parte si è verificato, seppur involontariamente. Riporto una lucida e coraggiosa analisi di questa situazione, fatta dal card. G. Biffi, che dice: «Un magistero che non condanna niente e nessuno – naturalmente con tutta la prudente attenzione alle concrete circostanze e alle esigenze della carità pastorale – è fatale che diventi complice involontario dell’errore e quindi di colui che il Signore Gesù ha chiamato “menzognero e padre della menzogna” (cfr. Gv 8,44)» (Memorie e digressioni di un italiano cardinale, Siena 2010, p. 53).
Per questa ragione, caro Padre, trovo il suo argomentare un po’ troppo affrettato. Non risponde al vero dire, a mio modo di vedere, che i lefebvriani: solo loro o anche altri?, correggono il Papa e il Concilio in nome della Tradizione – mi sentirei anch’io chiamato in causa, per quanto ciò possa aver peso –, in ragione della pastoralità del Concilio e del fatto che il Vaticano II non ha emanato nuovi dogmi. Questo lo dice anche Paolo VI e con lui in modo particolare Giovanni Paolo II, che ne attuò le istanze più proprie. Si pensi solo alla missionarietà interreligiosa ed ecumenica di questo amato Pontefice.
Mi rendo conto della sua accorata preoccupazione per il Concilio e per le sue dottrine. Il riconoscimento del Concilio: a priori irrinunciabile per ogni figlio della «Cattolica», la spinge però a rendere infallibili tutte le sue dottrine. Giustamente, dall’accettazione delle dottrine dipende l’accettazione del Concilio, ma non necessariamente l’accettazione delle dottrine deve prevederne l’infallibilità perché si accetti il Concilio. Leggo nei suoi scritti, e questo è sicuramente invidiabile, una grande volontà di riscattare il Concilio dai modernisti e dai tradizionalisti. Ma così facendo, ho l’impressione che il “nuovo” del Concilio, che comunque lei riconosce come sviluppo e aggiunta e mai abrogante quello di prima, perché sempre infallibile, debba richiedere necessariamente un atto di fede teologale. Questo vale sempre? In questo modo, però, come si potrà distinguere ciò che è dottrinale da ciò che è pastorale?, cosa che invece lei giustamente vuole fare.
Allora, le mie domande: quali sono a suo modo di vedere le dottrine infallibili del Concilio e gli insegnamenti pastorali fallibili e rivedibili? Riuscirebbe a farne un quadro ben delineato o troverebbe sempre la difficoltà di dover disgiungere il fine e la natura pastorali del Concilio anche dai suoi insegnamenti dottrinali? E se gli insegnamenti dottrinali non sono definiti quindi dichiarati infallibili, in ragione di cosa li si può vedere come tali? Solo in ragione del dato dottrinale nuovo portato dal Concilio o non piuttosto in ragione della Tradizione della Chiesa, metro dello sviluppo dogmatico? Il criterio dell’infallibilità non sta nel dopo, ma nel prima. La Tradizione non dovrebbe essere mai contro il Papa. Se lo è, è perché si è smarrito il suo vero concetto. Pertanto, distinguerei tra accettazione delle dottrine/insegnamenti del Concilio e loro (generale) infallibilità. Accettarle non dipende dalla loro infallibilità, ma dal fatto che sono insegnamenti del Magistero della Chiesa. È la Chiesa la garanzia della loro autenticità. Questo potrebbe aiutarci a liberarci da una soffusa ondata di neo-conciliarismo, quando, ad ogni piè sospinto, si invoca l’autorità dottrinale del Concilio, con un generalissimo “il Concilio dice”, “il Concilio insegna”, ignorando magari lo stesso Magistero post-conciliare. Potrebbe essere anche il modo con cui ci si accosta alle dottrine del Vaticano II, senza prevenzioni dogmatiste, con una libertà, sempre nei confini del vero tracciati dall’Autorità, per verificarne, ad un tempo, il loro ancoraggio al Deposito della fede e lo sforzo della novità in ragione della nuova pastoralità voluta dai Padri.
È vero che il Magistero post-conciliare ha dichiarato a più riprese la continuità delle dottrine conciliari con la Tradizione della Chiesa. Si pensi ultimamente alla Verbum Domini quanto al rapporto Scrittura e Tradizione in Dei Verbum. Ma questo non ci redime ancora, purtroppo, da un angosciante e sordo appello al Concilio e sempre al Concilio. Non sarebbe inopportuno un nuovo Sillabo per mettere in guardia dagli errori declamati in nome del Concilio, con il quale non si chiederebbe alla Chiesa di correggersi ma di correggere gli errori.
Dopo il Vaticano I, ad esempio, non c’era molto da dibattere sul contenuto della Pastor aeternus. Ci furono quelli che lo rifiutarono, ma la Chiesa non dovette ritornare sul suo significato per una sapiente ermeneutica. Invece, si nota una singolarità del Vaticano II, che nasconde un problema ermeneutico di approccio e di lettura degli insegnamenti. Mi convinco sempre più, che più che nelle dottrine del Vaticano II, il vero problema si nasconde nel principio ermeneutico con cui le si legge, tema classico della modernità, postasi proprio come problema gnoseologico. Quel mondo moderno con cui si voleva dialogare ha presentato alla Chiesa il conto della sua principale difficoltà: mettersi in questione per arrivare, solo dopo, alla sua comprensione?
Vengo così all’Ad tuendam fidem (Motu proprio di Giovanni Paolo II, del 1998), che lei cita nel suo ultimo scritto (28 febbraio 2011). Con questo documento, il venerabile Pontefice, si premurava di munire di due paragrafi il canone 750 del CIC (e rispettivamente il can. 598 del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali) per preservare la fede della Chiesa dagli errori che insorgono. Il primo paragrafo di detto canone richiama le cose da credere con fede divina e cattolica, in quanto insegnate infallibilmente dal Magistero solenne o dal Magistero ordinario e universale e contenute nella Parola di Dio scritta o tramandata (allusione alla due fonti della Rivelazione). Il secondo paragrafo, invece, riguarda l’accoglienza ferma di quelle cose che il Magistero insegna come definitive circa la fede e i costumi. Non si fa però menzione, per appurare l’infallibilità di una dottrina, alla sola “materia” di fede come lei invece dice. Il metro è ancora una volta il Magistero. È interessante notare che questa definitività della dottrina, sebbene di cose non rivelate ma connesse con la Rivelazione e dichiarate tali dal Magistero, fu riconosciuta anche dalla Scuola di Bologna, che all’uscita del Motu proprio, subito s’allarmò con un intero numero monografico di Cristianesimo nella Storia (n. 1, 2000). Si sarebbe così compromessa la voluta scelta del Vaticano II di mettere un certo silenziatore alla Tradizione costitutiva, che ora Giovanni Paolo II, pretendeva rispolverare quanto all’infallibilità di dottrine definitive, insegnate infallibilmente dal Magistero. Si andava così a riprendere un certo modo controversistico e antiprotestante, accantonato dal Concilio. Si ripiombava in una visione dottrinale contro quella propriamente pastorale (vedi ad esempio G. Ruggieri, in Ibid., pp. 4. 103-131: l’unico italiano ad aver firmato il controverso memorandum “Chiesa 2011” dei teologi tedeschi).
Con accenti di rottura, certo, ma anche quest’ermeneutica riconosce che Ad tuendam fidem parla di definitività delle dottrine appurata dal Magistero e dà così piena cittadinanza alla Traditio constitutiva.
Con Benedetto XVI possiamo allora affermare, che «la Parola di Dio si dona a noi nella sacra Scrittura, quale testimonianza ispirata della Rivelazione, che con la viva Tradizione della Chiesa costituisce la regola suprema della fede» (Verbum Domini 18).
Ogni dottrina, anche quella di un concilio, non dovrà mai prescindere da questa «regola suprema».

Con devoti sensi di fraterna amicizia.
p. Serafino M. Lanzetta, FI

Firenze, 5 marzo 2011

mercoledì 2 marzo 2011

Il Concilio Vaticano II e l'ermeneutica della continuità: perché tanti abusi post-conciliari?

Sabato 19 febbraio 2011, presso la Chiesa di Ognissanti in Firenze, si è tenuto un convegno sul Concilio Vaticano II, durante il quale è stato presentato il recente saggio del Prof. Roberto de Mattei, Il Concilio Vaticano II, una storia mai scritta, Lindau 2010. Al convegno sul tema dell'ermeneutica della continuità nel Vaticano II, sono intervenuti oltre all'Autore del libro, anche il p. Serafino M. Lanzetta, il Prof. Pietro de Marco e il Dr. Alessandro Gnocchi.










venerdì 18 febbraio 2011

Il Vaticano II: l'anno zero della Chiesa?

In prossimità del Convegno su Il Vaticano II e l'ermeneutica della continuità. Perché tanti abusi post-conciliari?, pubblichiamo un articolo del P. Lanzetta, apparso sul Corriere fiorentino, del 17 febbraio 2011.

Il Concilio Vaticano II fu il 21° concilio ecumenico della Chiesa cattolica, celebrato dal 1962 al 1965. Fu uno dei più grandi concili della storia della Chiesa, per la partecipazione così numerosa di Padri, di teologi e di osservatori e per la sua internazionalizzazione, al punto che K. Rahner lo definì un vero inizio, “l’inizio dell’inizio”, inaugurante una nuova fase della Chiesa e un nuovo paradigma: quello della “Chiesa a dimensione mondiale”. Altri, su questa linea, hanno salutato il Vaticano II come il “Concilio della storia”. Ad esempio, per M. D. Chenu il Vaticano II è da leggersi soprattutto come svolta (storica): la fine dell’era costantiniana che equivale alla fine dell’epoca di cristianità.

Un Concilio, dunque, che inaugurava una nuova epoca, principiante dal Concilio stesso divenutone il motore, e che si apriva finalmente alla storia e al mondo, liberando la Chiesa da pregiudizi e chiusure, in nome di un nuovo approccio alla modernità. Fu questa una prospettiva che si impose ben presto, sin dal rifiuto compatto degli schemi preparatori, accusati di manualismo e di esser impedimento soprattutto ad un dialogo ecumenico con gli esponenti della Riforma. La teologia scolastica, di cui quegli schemi erano pregni, avrebbe segnato un arroccamento. Non si volevano nuove condanne, né pronunciamenti dogmatici o requisitorie intorno ad errori che il modernismo teologico aveva lasciato stagnare in una visione che dagli anni ’40 inaugurava la cosiddetta “nouvelle théologie”. Si desiderava il dialogo. Si volle un Concilio che fosse pastorale e che inaugurasse un nuovo modo di porsi del Magistero solenne della Chiesa. Fu questo il discorso programmatico di Giovanni XXIII dell’ottobre 1962: la Chiesa non doveva temere i soliti “profeti di sventura”; era ormai adulta per trovare una strada d’incontro con il mondo moderno.

Qui però si delineava un problema: quale era il mondo moderno con il quale la Chiesa voleva dialogare? Quale modernità? Quella che da Cartesio fino a Kant chiuderà l’accesso al noumeno (a Dio) per dare all’uomo piena cittadinanza solo nell’ambito del fenomeno? Con l’hegelismo, Dio, l’inconoscibile, diventerà una sola cosa col pensiero, fino a confondersi col mondo. Rahner aveva cercato di dialogare con questa modernità, ma arrivando a postulare i “cristiani anonimi”: uomini che in quanto tali ponevano una domanda a Dio e su Dio; uomini che sarebbero già salvi perché uomini. La modernità, infatti, non era un unicum.

Ci fu tanto ottimismo. Tante preveggenze però s’infransero sugli scogli di una realtà che non si guadagna a prezzo della verità su Dio e sull’uomo. La Chiesa aveva cercato sin dai suoi albori di dialogare con gli uomini. Una linea, che poi fu in qualche modo quella più influente – di qui i dissapori e gli abusi scoppiati in modo altisonante nel post-concilio –, volle il Concilio stesso come via al dialogo: non partire dal dogma per avvicinare pastoralmente gli uomini a Dio, ma partire dalla prassi per risalire al dogma. Spesso però il dogma si smarrì nei meandri di una prassi esagitata, che voleva il cambiamento. Cambiare, aggiornarsi, resourcemment: queste erano le parole d’ordine che circolavano e che s’udirono così preponderanti nell’immediato post-concilio. Crebbe fino all’inverosimile una “smania di dir male del passato”, come diceva il cardinale E. Florit.

Il Concilio voleva emanciparsi da una Chiesa di prima? Sicuramente no e neppure lo poteva: un albero senza radici muore. Eppure in tanti si fecero – e si fanno – paladini di un’assoluta novitas, fino a far iniziare la Chiesa dal Vaticano II. Qui all’aspetto misterico si è sostituito quello socio-politico, che non risponde però al connotato “Chiesa”.

Il ritorno alle fonti: la S. Scrittura, i Padri, la Liturgia, era necessario. Ma in larga misura fu voluto ed eseguito andando indietro senza tener troppo conto dello sviluppo omogeneo della Tradizione della Chiesa. Una Chiesa senza la sua Tradizione non ha più una forma e ormai, smarrita, cerca il suo Io in tanti surrogati. Il mondo fu uno di questi. Ma a quale prezzo?

p. Serafino M. Lanzetta, FI

martedì 8 febbraio 2011

L’iniziativa dei teologi tedeschi “Chiesa 2011”: rinnovamento o demolizione della Chiesa?

Il 3 febbraio scorso, un gruppo di 143 teologi e teologhe di diverse facoltà di teologia cattolica tedesche, hanno scritto un "Memorandum" (Promemoria), nel quale si propone alla Chiesa del 2011 un nuovo inizio. Quale inizio? Meglio dire la sua fine. Infatti, il "Memorandum", commette un abuso gravissimo, partendo dagli scandali sessuali nella Chiesa tedesca: questo dovrebbe rassegnarci a rifiutare una "morale doppia" ed abolire così il celibato dei sacerdoti, ammettere le donne al sacerdozio ministeriale e gli omosessuali al matrimonio. Così il dialogo dovrebbe andare verso una democraticizzazione della Chiesa. Purtroppo il numero di questi teologi che, più che esprimere la teologia cattolica si fanno paladini di un'anti-Chiesa, di una "sinagoga di satana", oggi è lievitato già a 208 e forse crescerà ancora. A questo Promemoria risponde Don Manfred Hauke, docente di teologia dogmatica alla Facoltà Teologica di Lugano. Hauke fa notare ai teologi del dissenso (dalla fede e dalla Chiesa), che le soluzioni proposte, sono semplicemente ideologiche, distruggono la fede e non risolvono i problemi di cui gli scandali sessuali rappresentano semplicemente un pretesto.

Il Memorandum è stato pubblicato qui. La riposta di Hauke è pubblicata oggi sul "Die Tagespost". Di seguito ne offriamo ai lettori una traduzione italiana.


Il 3 febbraio 2011, un noto quotidiano tedesco, la “Süddeutsche Zeitung”, ha pubblicato un promemoria (“Memorandum”) firmato da 143 teologi di lingua tedesca sotto il titolo “Chiesa 2011: una partenza necessaria” (“ein notwendiger Aufbruch”). Le richieste ricordano per molti aspetti la cosiddetta “Dichiarazione di Colonia” del 1992 e l’iniziativa “Noi siamo Chiesa” del 1995. La Facoltà teologica più rappresentata tra i firmatari è quella di Münster, con 17 teologi, tra cui il decano Klaus Müller; una teologa di Münster fa parte del comitato di redazione del promemoria (secondo M. Drobinski, “Theologen gegen den Zölibat”, Süddeutsche Zeitung, 3.2.2011). Anche una richiesta molto specifica rinvia all’influsso di Münster, quella di costituire dei tribunali amministrativi per la Chiesa (Klaus Lüdicke). Perciò potremmo chiamare il testo tranquillamente la “Dichiarazione di Münster” (DM).

Come occasione della DM, i suoi firmatari indicano il dibattito pubblico sull’abuso sessuale nell’anno scorso. Cercando le “cause dell’abuso, del tacere e della morale doppia”, sarebbe “cresciuta la convinzione che sono necessarie delle riforme profonde”. L’invito dei Vescovi tedeschi al “dialogo” avrebbe suscitato delle attese che bisognerebbe accogliere. I teologi vogliono fare del 2011 un “anno di partenza” affinché la Chiesa possa uscire “da strutture fossilizzate”. Il “dialogo aperto” deve comprendere sei “campi di azione”: (1) Occorrono “più strutture sinodali” a tutti i livelli della Chiesa” secondo il principio “Ciò che riguarda tutti, va deciso da tutti”. (2) La vita della comunità avrebbe bisogno per la sua conduzione di strutture più democratiche (per la guida). “La Chiesa ha anche bisogno di preti sposati e di donne nel ministero ecclesiale”. (3) Un primo passo per una migliore “cultura del diritto” sarebbe “la costituzione di una giurisdizione amministrativa” (cioè di tribunali amministrativi). (4) Sotto la voce “libertà di coscienza” si dice: “La grande stima del matrimonio da parte della Chiesa … non richiede di escludere delle persone le quali vivono in maniera responsabile l’amore, la fedeltà e la sollecitudine reciproca in un’unione di persone dello stesso sesso [coppie omosessuali] o come divorziati risposati”. (5) Nello spirito della “riconciliazione” bisognerebbe contrastare “una morale rigorosa senza misericordia”. (6) La liturgia vive grazie alla partecipazione attiva di tutti i fedeli e non dovrebbe essere unificata in maniera centralistica.

Bisogna dare ragione ai firmatari della DM che la Chiesa (di lingua tedesca) subisce una “crisi profonda”. D’altra parte, molti suggerimenti formulati dai teologi firmatari fanno parte di questa crisi e non possono favorire il superamento dei problemi.

Le richieste contenute nel promemoria sono, in buona parte, delle domande ben note provenienti dagli anni `60 e `70 del secolo scorso. C’è un passo “più avanti” nell’impegno a favore della prassi vissuta dell’omosessualità. Il dibattito pubblico sull’abuso sessuale viene strumentalizzato per spingere una Chiesa indebolita verso una situazione che si distacca dalla sua origine apostolica e si avvicina alle correnti liberali del protestantesimo. Secondo le apposite statistiche, la percentuale (deplorabile) dell’abuso sessuale da parte di chierici cattolici è molto più basso a confronto di quanto succede in strutture (paragonabili) dell’ambito secolare (p.es. famiglie, scuole e associazioni sportive) e anche di quanto si sa dei pastori protestanti (nella maggior parte sposati) (vedi i riferimenti in J.M. Schwarz, “Kirche, Zölibat und Kindesmissbrauch”, www.kath.net, 3.2.2010).

I teologi della DM commettono un “abuso con l’abuso” per promuovere delle richieste che sicuramente non possono combattere le cause che si trovano alla base degli abusi stessi. Non si dice che ci vuole la castità per un vero rinnovamento. Non si parla neanche dell’esigenza della conversione. Al contrario: si vuole il riconoscimento da parte della Chiesa della situazione dei divorziati risposati, i quali vivono (secondo le parole di Gesù) nello stato di adulterio (cf. Mc 10,11s par), e persino le coppie omosessuali la cui prassi sessuale, secondo i cataloghi dei vizi nel Nuovo Testamento, porta all’esclusione dal regno di Dio (cf. 1Cor 6,10 ecc.). Qui non si vede solamente l’influsso di una più profonda conoscenza teologica, bensì una perdita di fede e di morale. Gli elementi fondamentali della dottrina apostolica vengono sacrificati ad un pensiero che vuol essere “aggiornato” alla situazione attuale. La richiesta di togliere l’obbligo del celibato ricorda le richieste del tardivo illuminismo sorpassate già da lungo tempo da Johann Adam Möhler e altri protagonisti del rinnovamento cattolico del sec. XIX. Persino agli illuministi delle chiese statali dell’epoca giuseppinista, (però) non sarebbe venuto in mente di svendere i valori del matrimonio cristiano o di favorire dei concubinati omosessuali.

Anche la richiesta di avere “donne nel ministero apostolico” si rivolge contro l’origine apostolica della Chiesa, almeno quando si intende “ministero” nel senso del sacramento dell’Ordine. Va ricordato qui la Lettera apostolica di Giovanni Paolo II, “Ordinatio Sacerdotalis” (1994), in cui il Papa sottolinea “che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa”. Quello che vale per “tutti i fedeli della Chiesa”, vale sicuramente ancora in maniera più forte per i teologi che possiedono una “missio canonica”.

Diamo un breve sguardo alle altre richieste, senza poter dare qui una risposta esauriente. Certamente è importante una “partecipazione” di tutti i fedeli alla vita della Chiesa, ma questa partecipazione è va confusa con le forme politiche della democrazia. Secondo la successione apostolica, la Chiesa è guidata dal Papa e dai Vescovi. Nella Chiesa antica, anche i popolo credente, di solito, prese la sua parte nell’elezione dei Vescovi tramite la sua testimonianza e il suo assenso: questi fedeli, però, erano preparati dalla testimonianza dei martiri all’epoca delle persecuzioni; non era la situazione di oggi in cui circa il 90 percento dei “cattolici” tedeschi non frequenta la Messa domenicale e dipende quasi totalmente dall’influsso dominante dei mass-media i quali, nella stragrande maggioranza, sono decisamente sfavorevoli alla fede cattolica. Le elezioni episcopali, comunque, non erano (delle) decisioni prese del popolo neanche nella Chiesa antica. Secondo Papa Leone Magno, il Vescovo doveva essere eletto dal clero, richiesto dal popolo e ordinato dai Vescovi della provincia con l’assenso del Metropolita. Il principio giuridico citato dalla DM viene originalmente dal diritto privato romano e venne interpretato nel 1958 da Yves Congar nel senso della ricezione all’interno della Chiesa, ma non come democratizzazione del Magistero oppure del ministero di guida (“Quod omnes tangit, ab omnibus tractari et approbari debet”); spiegare l’assenso del popolo di Dio come “decisione” oppure come base di “strutture più sinodali”, è il segno di una ideologizzazione fuori dalla storia ecclesiale.

Quanto affermato sulla problematica delle “parrocchie XXL”, riguarda una realtà dolorosa. La soluzione delle difficoltà non sta nel cambiamento delle strutture della Chiesa provenienti da Cristo (come il sacerdozio ministeriale riservato agli uomini e la sua responsabilità specifica per la guida della comunità). Per organizzare bene la vita delle comunità, ci vogliono la prudenza pastorale e l’impegno di tutti, ma nessuna laicizzazione nella guida delle comunità parrocchiali.

La “libertà di coscienza” proclamata dalla DM separa evidentemente la coscienza del soggetto dalla verità oggettiva a cui la coscienza deve orientarsi. Non fa senso applicare la “libertà di coscienza” per approvare delle coppie omosessuali e l’adulterio. Newman parlerebbe qui di un preteso “diritto alla caparbietà” (Lettera al Duca di Norfolk).

La “misericordia” nella morale, menzionata sotto la voce della “riconciliazione”, non va distaccata dall’esigenza di rispettare i divini comandamenti: Dio perdona il peccatore sinceramente pentito, ma fa anche capire (come Gesù nei confronti dell’adultera): “D’ora in poi non peccare più!” (Gv 8,11).

La richiesta della DM d’integrare le “esperienze ed espressioni del tempo contemporaneo” nella liturgia ha già il suo luogo conveniente nell’ordinamento presente, ad esempio nella preghiera dei fedeli e nella omelia. L’accoglienza di “situazioni concrete della vita” non deve oscurare l’importanza della liturgia come glorificazione di Dio, assieme alla Chiesa tutta intera la quale prevede delle forme ben precise per l’espressione comune.

Certamente va salutato il “dialogo” all’interno della Chiesa. Per una discussione legittima tra cristiani cattolici, però, deve essere chiara la condizione previa che sta nella professione comune della fede cattolica. Diversi punti nella DM mettono in questione questa base comune. I firmatari della DM possono sinceramente presentare la “Professio fidei” richiesta come condizione indispensabile per insegnare a nome della Chiesa nelle Facoltà di teologia? I Vescovi responsabili avranno il coraggio d’insistere nei confronti del dissenso sul carattere ecclesiale della teologia?

La prossima visita del Santo Padre in Germania è una grande opportunità per un rinnovamento nella fede cattolica. Il promemoria dei 143 teologi, però, rende triste: non offre nessun contributo per lanciarsi verso un futuro pieno di speranza, bensì una demolizione che mette a repentaglio il tesoro della fede ecclesiale.


Don Manfred Hauke

mercoledì 2 febbraio 2011

Il Magistero pastorale del Concilio Vaticano II

Don Florian Kolfhaus, autore di una tesi dottorale alla Gregoriana (vedi sotto) e conferenziere al nostro convegno sul Vaticano II, espone le ragioni di un errore ermeneutico oggi spesso ricorrente: leggere tutti i documenti del Concilio con lo stesso metro teologico, senza distinguere il portato delle costituzioni, da quello dei decreti e delle dichiarazioni. Normalmente, si è equiparato i decreti e le dichiarazioni del Vaticano II alle costituzioni: questo però porta a far iniziare una nuova dottrina dal Concilio, ciò che lo stesso Concilio non voleva, perché, in queste ultime, non esponeva una dottrina, ma dava solo delle indicazioni riguardanti la prassi.

Recentemente ha preso avvio una nuova discussione sull’interpretazione del Concilio Vaticano II; oggetto del dibattito è fino a che punto i testi conciliari si collochino effettivamente nella continuità del Magistero. Lo stesso papa Benedetto, nell’ormai famoso discorso natalizio alla Curia Romana del 22 dicembre 2005, ha affermato che il Concilio Vaticano II può essere adeguatamente compreso solo nel contesto dell’intera tradizione della Chiesa. Non ci fu alcuna “rivoluzione copernicana”, alcun nuovo inizio, alcuna rottura con tutto ciò che i papi e i concili precedenti avevano insegnato. Oggi si pone, tuttavia, la pressante domanda di come abbiano potuto svilupparsi, nella ricezione del Concilio, certe teologie (e non pochi dei loro autori ne fanno motivo di vanto) che rappresentano proprio un “nuovo inizio”, per superare le strette guide dogmatiche del Magistero. Sembrerà paradossale, ma uno dei motivi di questa rottura con la Tradizione è una modalità del tutto “tradizionale” di lettura del Concilio Vaticano II come concilio dogmatico. Il Concilio Vaticano II voleva essere un concilio pastorale, cioè orientato alle necessità del suo tempo, rivolto all’ordine della prassi. Il cardinal Ratzinger già nel 1988 davanti ai vescovi del Cile affermava che «il Concilio stesso non ha definito alcun dogma e volle coscientemente esprimersi a un livello inferiore, come concilio puramente pastorale». Il Vaticano II deve essere compreso nella continuità ininterrotta del Magistero, poiché esso fu un concilio della Chiesa legittimo, ecumenico e dotato della relativa autorità. Il problema centrale è la tensione creata dal concetto di “concilio pastorale” o di magistero pastorale. Il Vaticano II ha introdotto, non sul piano concettuale, ma su quello della prassi, un nuovo tipo di concilio. Qui non è in discussione il carattere vincolante del Magistero, che, anche quando non si tratta di dogmi, ovvero di definizioni infallibili della dottrina rivelata, si pronuncia in questioni di fede e morale con autorità, cioè esigendo consenso o obbedienza. Si tratta piuttosto della questione se il magistero dogmatico – inteso almeno come esercizio del “munus determinandi” – sia affatto presente in tutti i documenti del Concilio. Il Concilio non ha proclamato nessun nuovo dogma, ma ha forse esercitato un magistero paragonabile a quello del papa nelle sue encicliche? Certamente nelle costituzioni viene esposta della dottrina (come ad esempio nella Lumen Gentium, in cui si afferma esplicitamente per la prima volta la sacramentalità dell’ordinazione episcopale), mentre nei decreti e nelle dichiarazioni si tratta dell’agire pratico, cioè della pastorale come conseguenza della dottrina. Nella teologia manca un concetto per questo magistero pastorale, e proprio questo conduce spesso alle interpretazioni del Concilio sopra menzionate. Non si può fare a meno di rimproverare a certi teologi “moderni” un atteggiamento troppo conservatore, poiché essi non di rado guardano ai decreti e alle dichiarazioni del Vaticano II come a testi dogmatici, che definiscono “nuove” verità. Il Concilio stesso non voleva questo. Per esempio, a proposito della dichiarazione sul dialogo interreligioso, il 18 novembre 1964 il relatore del Segretariato per l’unità affermava nell’aula conciliare: «Per quanto concerne lo scopo della dichiarazione, il Segretariato non vuole emanare alcuna dichiarazione dogmatica sulle religioni non cristiane, bensì presentare norme pratiche e pastorali» (cfr. Acta Synodalia (AS) III/8. 644). La pastorale poggia sulla dottrina, la prassi presuppone la retta dottrina. Il rovesciamento di questo ordine porta troppo facilmente a far sì che con “una nuova realtà pastorale” si sviluppi una “nuova” dottrina. Il Vaticano II, in contrasto con i due concili precedenti, utilizza tre diverse categorie di documenti (costituzioni, decreti, dichiarazioni), per ponderare in tal modo il suo discorso. Questa evidente realtà spesso non viene presa in considerazione. Accanto alla “Dei Verbum” il documento dottrinale centrale del Concilio è la costituzione sulla Chiesa “Lumen Gentium”. Altri documenti, vale a dire decreti e dichiarazioni, come “Unitatis Redintegratio” sull’ecumenismo, “Nostra Aetate” sulle religioni non cristiane e “Dignitatis Humanae” sulla libertà religiosa, non sono né documenti dottrinali in cui si definiscono verità infallibili, né testi disciplinari che presentano norme concrete. Queste vengono di regola rinviate ai direttori che dovrebbero essere redatti dopo il Concilio. Un errore ampiamente diffuso nell’interpretazione del Concilio consiste proprio nel leggere decreti e dichiarazioni sullo stesso piano delle costituzioni del Vaticano II – quindi come documenti dottrinali. Che questo non possa essere vero lo mostra già uno sguardo attento alle categorie dei documenti. Così può sembrare provocatoria la constatazione oggettiva che “Unitatis Redintegratio” detiene la stessa qualifica formale del decreto sui mezzi di comunicazione sociale “Inter mirifica”. A entrambi i testi si dovrebbe perciò attribuire la medesima qualifica formale. Ma nessuno presume che “Inter mirifica” sia un testo dogmatico! Entrambi i temi sono svolti all’interno della stessa categoria di documenti; non perché siano ugualmente significativi, ma perché ad essi è comune l’orientamento alla prassi. Nei due documenti non si tratta di una dottrina nuova, bensì di una prassi nuova, o meglio, rinnovata. I Padri non volevano pronunciare alcuna definizione di dialogo ecumenico, perché erano coscienti che questa prassi pastorale può e, se vuole essere efficace, deve assumere forme molto diverse. Essi hanno chiaramente messo da parte le questioni dottrinali, a cui “Unitatis Redintegratio” per l’appunto non doveva rispondere: il decreto tace esplicitamente sulla controversia riguardo all’appartenenza alla Chiesa, sul problema della bona fides, sulla chiara valutazione di quali comunità al di fuori della Chiesa cattolica siano Chiesa in senso teologico, sul tema della definizione del rapporto tra Scrittura e Magistero, sulla descrizione dettagliata del primato papale come su una rappresentazione differenziata delle diversità dogmatiche tra cattolici e ortodossi (AS III/7. 675ss.). Il Concilio non ha proclamato alcun “nuovo” dogma e non ha revocato alcuna “vecchia” dottrina, ma piuttosto ha fondato e promosso una nuova prassi nella Chiesa. Non si tratta di mettere in gioco dottrina e prassi l’una contro l’altra, di intendere “pastorale” come sinonimo di “non vincolante” o di “discrezionale” e di vedere la cura d’anime costantemente in conflitto con il Magistero. Forse i Padri conciliari furono sotto certi aspetti troppo ottimisti quando rinunciarono a definizioni dottrinali e condanne solenni, volendo tuttavia conservare e difendere il dogma. Della loro intenzione di fare ciò, non c’è peraltro da dubitare. In questo senso Paolo VI, nella seduta di approvazione dei due documenti conciliari sulla Chiesa “Lumen gentium” e sull’ecumenismo “Unitatis Redintegratio” ha affermato: «Questo sembra essere il più significativo commento alla promulgazione di questi documenti; quanto Cristo ha voluto, lo vogliamo anche noi. Quel che era, tale rimane. Quel che la Chiesa ha insegnato nel corso dei secoli, proprio questo insegnamo anche noi» (AS III/8. 911).

Cfr. anche: Florian Kolfhaus, Pastorale Lehrverkündigung – Grundmotiv des Zweiten Vatikanischen Konzils. Untersuchungen zu Unitatis Redintegratio, Dignitatis Humanae und Nostra Aetate”, Münster 2010. LIT-Verlag. ISBN: 978-3-634-10628-5. Si tratta della prima pubblicazione della nuova collana di tesi dottorali prodotte a Roma che si sono particolarmente distinte: Theologia Mundi ex Urbe.


da: Il Settimanale di P. Pio, n. 5, 6 febbraio 2011, pp. 18-19.

sabato 29 gennaio 2011

Convegno a Firenze sul Vaticano II: perché tanti abusi post-conciliari?

Il giorno 19 febbraio 2011, alle 17,30, si terrà a Firenze, nel Cenacolo del Ghirlandaio (Borgo Ognissanti 42 - 50123, presso la Chiesa di Ognissanti), un interessante convegno sul Concilio Vaticano II:

Il Vaticano II nell'ermeneutica della continuità. Perché tanti abusi post-conciliari?

Intervengono:
Prof. Pietro de Marco (Università di Firenze)
Prof. p. Serafino M. Lanzetta (S. T. Immacolata Mediatrice)
Prof. Roberto de Mattei (Università Europea di Roma)
Dr. Alessandro Gnocchi (scrittore, giornalista de "Il Foglio")

Alle ore 16,30 sarà celebrata nella Chiesa di Ognissanti la S. Messa in Rito romano antico

Invitiamo tutti i nostri lettori a partecipare