
mercoledì 8 febbraio 2012
Anniversario di “Fides Catholica” (2006-2011)

mercoledì 18 gennaio 2012
Alla scuola della più sicura teologia cattolica sul Mistero Eucaristico: un nuovo studio alla portata di tutti

«Il presente libro compie una indispensabile ed urgente opera di chiarificazione, di approfondimento e di difesa della fede nel mistero eucaristico. In un tempo di grande crisi della fede e della vita eucaristica, come è il nostro, abbiamo il sacro dovere di diffondere la sana e chiara dottrina sull'Eucaristia. L'autore ci presenta in modo corretto la ricchezza degli insegnamenti del Magistero sull'Eucaristia, c'è realmente bisogno di parlare con la voce chiara della Chiesa stessa».
Dalla Prefazione, S. Ecc. Athanasius Schneider
«Alla scuola della più sicura teologia cattolica sul Mistero Eucaristico, contenuta e spiegata così bellamente nel presente studio, unita alla grande scuola dei Santi, possiamo anche noi percorrere le vie della crescita nell'esperienza dell'amore divino più ineffabile, ossia dell'amore di Gesù Eucaristico, Ostia d'amore che vuole venire in noi per farci stare in Lui: " Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, rimane in Me e Io in lui" (cf. Gv 6, 54-56)»
Dalla Presentazione, Rev. mo P. Stefano M. Manelli
Il compendio e la somma della nostra fede», così, con sentenza scultorea, è stata descritta l’Eucaristia[1], come pure, «la fonte e il culmine della vita cristiana», secondo una felice formula sintetica del Vaticano II[2].
Chi si accosta al mistero dell’Eucaristia, in effetti, fin da subito deve avvertire che si tratta del tesoro più prezioso che Dio abbia donato all’umanità raccolta nella Chiesa: «nella Santissima Eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua»[3]. Nell’Eucaristia, infatti, non c’è solamente la virtù dinamico-salvifica di Cristo come negli altri Sacramenti, ma Egli stesso è presente veramente, realmente, sostanzialmente, personalmente e, nella santa riserva delle sacre specie, in modo permanente.
In un’epoca difficile in cui il mondo sembra spesso vivere spiritualmente immerso in una sorta di “eclissi del senso di Dio”, mentre avanza un’“apostasia silenziosa” che, nella negazione pratica della fede ricevuta, porta a vivere come se Dio non ci fosse e come se il Verbo non si fosse incarnato, Gesù Eucaristico rimane soprannaturalmente il Faro che sprigiona la luce della verità per orientare l’esistenza, ma anche più il Fuoco che scalda il cuore con il Suo amore che supera ogni conoscenza. Nulla al mondo vale quanto l’Eucaristia; il Mistero donato da Cristo alla Chiesa non dovrà mai andare perduto. Per la vita dei fedeli e la salvezza del mondo, perché sia viva e salvifica una spiritualità eucaristica autentica, Esso va accolto e trasmesso in tutta la sua integrità. […]
Il presente lavoro, evidentemente, non è che una semplice opera compilatoria di un giovane discepolo di buoni maestri. Essa vuole porsi su un piano dogmatico-catechetico, ma con frequenti richiami all’aspetto liturgico, nell’ambito della letteratura prodotta, perché possa sorgere un nuovo movimento liturgico, che giunga ad operare una riforma della riforma liturgica post-Vaticano II.
L’aspirazione è quella di fornire un opuscolo teologico d’indole divulgativa, che non può avere, ovviamente, la profondità di un manuale scolastico per le questioni più sottili dal punto di vista dogmatico. Esso è offerto come possibile strumento di studio a sacerdoti e catechisti, ma anche a quei fedeli – e oggi non sono affatto pochi – che, nella piena fedeltà al Magistero della Chiesa, desiderano una formazione più accurata in materia. Questa nuova sensibilità di numerosi fedeli alle rette dottrina e liturgia, in effetti, è da vedersi come un vero dono di Dio per la Chiesa navigante nelle acque agitate di questo inizio di millennio.
Non è possibile per i cristiani vivere pienamente dell’Eucaristia, infatti, senza rettamente credere in Essa e, quindi, senza rettamente partecipare ad Essa.
La speranza è che, coniugando nova (Magistero a seguire il Vaticano II) et vetera (Magistero perenne, con speciale attenzione a quello del Concilio di Trento che per l’Eucaristia è con ogni evidenza imprescindibile), questo contributo possa essere di qualche giovamento al recupero e al rafforzamento, in solidità e vitalità, in ortodossia e ortoprassi, di una spiritualità eucaristica autentica nella vita della Chiesa. Possa la Chiesa Madre e Maestra valorizzare sempre più tutta la potenzialità santificante della verità di questo mistero d’amore, che è vincolo d’alleanza sponsale tra Dio Unitrino e l’umanità nella Chiesa!
La prima dedica, pertanto, è senz’altro per il Santo Padre Benedetto XVI, che con i suoi insegnamenti e il suo esempio indica le vie delle rette dottrina e vita eucaristiche a tutta la Chiesa; come si noterà, numerosi suoi impulsi teologico-liturgici sono stati accolti e sviluppati in queste pagine. Gratitudine vuole essere espressa, tuttavia, anche a tutti i Sommi Pontefici che l’hanno preceduto nell’ultimo secolo, dall’intrepido san Pio X passando per Pio XII – il Pastor Angelicus d’immortale memoria – fino al venerato Giovanni Paolo II, i quali hanno difeso illustrato ed approfondito con il loro magistero la verità del mistero eucaristico.
La considerazione del Magistero ecclesiastico come norma prossima e definitiva della fede, il grande apprezzamento segnatamente per il magistero eucaristico dei Sommi Pontefici dell’ultimo secolo, unitamente al desiderio di offrire un contributo realmente cattolico nel senso di universale, sono le ragioni principali del perché si è optato per indicare in calce, eccetto alcuni pochi riferimenti ai Padri e Dottori della Chiesa, soltanto i rimandi all’autorità dei documenti pontifici. È, questa, una segnalazione metodologica doverosa [Dalla premessa, continua].
[1] Catechismo della Chiesa Cattolica (=CCC), 19992, n. 1327.
[2] Concilio Vaticano II, Cost. Dogm. Lumen Gentium (=LG), 21.11.1964, n. 11.
[3] Idem, Decr. Presbyterorum Ordinis (=PO), 07.12.1965, n. 5.
L'Autore: p. Massimiliano M. Degasperi, FI è docente di teologia dogmatica presso l'Istituto Teologico Immacolata Mediatrice dei Francescani dell'Immacolata. Dottorando in teologia dogmatica, ha fatto la sua tesi di licenza sul mistero della SS. Trinità nel Card. Leo Scheffczyk.
Ordina il libro on-line oppure telefonando allo 06.68.68.490
sabato 14 gennaio 2012
I non credenti e la ricerca di Dio
Dopo lo storico invito di Benedetto XVI ad Assisi
Fonte: L'Osservatore Romano, del 14.01.2012

Traduzione italiana di un articolo del direttore dell’Istituto di ricerche filosofiche della Universidad Nacional Autónoma del Messico, che esce sulla rivista «Palabra».
Il 27 ottobre 2011 sono stato invitato, insieme a Walter Baier, Remo Bodei e Julia Kristeva, all’incontro ecumenico e interreligioso organizzato ad Assisi dalla Chiesa cattolica. Noi quattro siamo non credenti dichiarati, ma siamo stati invitati con uno storico gesto di Papa Benedetto XVI a favore del dialogo fra credenti e non credenti. Mi sembra che l’importanza di questo dialogo non si possa ignorare. Credo tuttavia che per configurarlo meglio occorra fare alcune distinzioni.
Così come i credenti non sono tutti uguali — ce ne sono di fedi e atteggiamenti differenti — non lo sono neppure i non credenti. Potremmo dire che normalmente i non credenti si trovano tra due estremi: da una parte ci sono gli atei pieni di rabbia, nemici di Dio e della religione, dall’altra gli agnostici spirituali che stanno per convertirsi a una religione specifica. Fra questi due estremi, tanto distanti fra loro, ci sono molti tipi di non credenti: i tolleranti, gli indifferenti, quelli che cercano Dio, quelli che si rifiutano di credere in lui, e così via.
Ci sono anche atei che in realtà non lo sono, che credono in Dio nel profondo del loro animo, ma che sono arrabbiati con lui e che perciò lo negano. Ci sono pure agnostici che in realtà non lo sono, che credono nella divinità ma che non ne conoscono il volto e quindi non adottano una religione specifica. Lo spettro delle posizioni è amplissimo e perciò parlare di non credenti in astratto genera non poche difficoltà.
Di questo noi quattro non credenti invitati ad Assisi ci siamo subito resi conto. Le nostre posizioni di fronte alla religione e di fronte alla divinità erano molto diverse. Sembra che, dei quattro, io sia stato l’unico a sentirsi identificato con il messaggio del Papa agli agnostici. Nel suo discorso di Assisi, Benedetto XVI ha fatto una distinzione fra atei e agnostici. Ha descritto i primi come antireligiosi e i secondi come persone che soffrono per la loro mancanza di fede e che nella loro ricerca della verità e del bene cercano anche Dio.
Quando ho ascoltato questa definizione degli agnostici mi sono commosso. In effetti, nella mia umile ricerca della verità mi sono interrogato sull’esistenza di un Dio che potesse dare una risposta alle mie domande. E nello scoprirmi senza fede, senza protezione, ho anche desiderato l’esistenza di un Dio che mi offrisse sostegno nei giorni più neri.
Ma non sempre penso e sento allo stesso modo. A volte, la stessa ricerca della verità, vale a dire della verità oggettiva — quale altra potrebbe essere? — mi fa pensare che Dio non esiste, che dobbiamo cercare le risposte da soli. Altre volte, quando soffro per la mia solitudine, per la mia finitezza, qualcosa dentro di me mi fa ribellare contro l’idea che solo un Dio magnanimo potrebbe tirarmi fuori da questo stato. E allora ritrovo nella mia condizione la dignità e il coraggio sufficienti per andare avanti. L’agnostico che soffre perché è senza Dio e lo cerca è, a mio parere, un tipo molto speciale di non credente che non si può prendere come esempio paradigmatico dell’agnostico.
Se la Chiesa cattolica desidera veramente dialogare con tutti i non credenti, dovrà riconoscere che ce ne sono di tanti tipi, che non tutti cercano Dio o soffrono per la sua mancanza, e che tuttavia molti di essi sono disposti ad aprire la propria mente e il proprio cuore per avviare un dialogo costruttivo con i cattolici. Se qualcosa possiamo prendere da quello che potremmo chiamare il “nuovo spirito di Assisi” è proprio questo.
Guillermo Hurtado
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Leggi anche l'intervista ad Hurtado
Lo UAAR si era accorto di questa distinzione che aveva fatto Benedetto XVI ad Assisi tra atei ed agnostici (leggi), definendo il Pontefice un "ateofobo" (leggi). Intanto è chiaro che Benedetto XVI non intende mettere gli atei in cattedra ma annunciare ad ogni uomo di buona volontà il Dio vero, il Dio Amore che salva.
martedì 10 gennaio 2012
La rappresentazione blasfema di R. Castellucci, nel silenzio dei più

Come cattolici chiediamo rispetto. Castellucci non può insultare pubblicamente il Sacro Volto di Cristo, dolorante e maestoso, come risulta anche dalla Sacra Sindone.
A nulla vale poi camuffare il proprio dileggio per l'altrui fede, trincerandosi dietro i contorni evanescenti dell'arte contemporanea, il cui vero intento sarebbe noto solo all'artista, rimanendo ad altri (profani) sfuggevole e sempre al di là. Sia il regista che diversi interpreti (anche credenti), infatti, trovano una giustificazione allo spettacolo nel definirlo artistico e il liquame inchiostro. L’arte stessa sembra diventata un grande calderone dove tutto bolle, e deve bollire. No, si tratta di buon senso e, anche, di rispetto per le persone credenti in Gesù Cristo.
La libertà religiosa è anzitutto un'esigenza del rispetto del diritto alla libertà religiosa dell’uomo e di conseguenza di tutto ciò che è contenuto sacro di una fede religiosa, del cristianesimo in questo caso.
È necessario che i nostri Pastori, i Vescovi cioè, facciano sentire la loro voce di protesta, ferma e caritatevole, perché cessi davvero questo clima di cristianofobia che sempre più si alimenta. Sarebbe confortante per tutti i credenti se la Conferenza Episcopale Italiana, sempre così attenta ai problemi della società, intervenisse ora con parole di chiara disapprovazione. Non ne va di mezzo il dialogo con l’arte e la cultura, ma la dignità di Nostro Signore.
I nostri fratelli cristiani in altre parti del mondo vengono uccisi perché sono di Cristo. Uniamo la nostra voce al loro sangue e difendiamo la nostra identità.
p. Serafino M. Lanzetta, FI
lunedì 9 gennaio 2012
domenica 8 gennaio 2012
Il dono del Battesimo: diventare figli di Dio nel Figlio diletto. Per sempre

Il Battesimo del Signore è una delle tre epifanie del Figlio di Dio. La prima è quella ai Magi, poi questa nel fiume Giordano e infine quella a Cana. In tutti e tre questi momenti Gesù si svela quale Figlio di Dio Salvatore. Nel Giordano, il giorno in cui il Figlio entrò nelle acque, si realizzò l’epifania della SS. Trinità: una voce dal cielo, il Padre, che attesta che quel Gesù di Nazaret è il suo Figlio diletto; lo Spirito di Dio che scende su di lui sotto forma di colomba. Lo Spirito che all’inizio della creazione del cosmo aleggiava sulle acque (cf. Gn 1,1) ora è sul Figlio, colui per mezzo del quale e in vista del quale tutto è stato fatto (cf. Eb 1,2 e Col 1,16).
Lui, il Cristo ora toccando le acque e istituendo inizialmente il Sacramento del Battesimo è veramente colui che santifica la creazione, la rinnova. Il Signore, infatti, istituirà il Sacramento del Battesimo per la nostra salvezza, perché lavati dal peccato, in Lui diventassimo figli di Dio per la vita eterna. Cristo nel Giordano ci apre la porta della vita vera ed eterna, che ci raggiungerà grazie al S. Battesimo. Tre sono i testimoni del Figlio: lo Spirito, l’acqua e il sangue, e questi tre sono concordi nell’attestare che Cristo è il Redentore e il Signore (cf. 1Gv 5,8). L’acqua e il sangue scaturirono dal costato trafitto di Gesù sulla Croce e lo Spirito Santo, ora disceso su di Lui, fu dal Figlio soffiato alla sua morte e mandato sulla Chiesa a Pentecoste. Acqua, sangue e Spirito fanno i Sacramenti della Chiesa, quei mezzi di salvezza istituiti dal Cristo per la nostra salvezza. Di questa il Battesimo è la porta.
Il Sacramento del Battesimo è necessario alla salvezza. Senza il Battesimo, ordinariamente, non c’è salvezza. L’ha insegnato il Signore stesso, in un passaggio poco e raramente ricordato dai predicatori: «Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà, sarà condannato» (Mc 16,16). A nulla vale dire che si tratta della finale di Marco per ignorare la vera posta in gioco. Certo vi è anche un Battesimo di desiderio (accanto al Battesimo di sangue o martirio), o meglio il desiderio del Battesimo, salvifico nella misura in cui, in retta coscienza, l’uomo che non ha conosciuto il Vangelo desidera il vero Dio, la verità e quindi la salvezza. Il desiderio del Battesimo è salvifico in ragione del Sacramento del Battesimo – di qui trae la sua efficacia salvifica straordinaria – e quindi della volontà salvifica universale di Dio, divenuta visibile e tangibile nel Figlio e nei Sacramenti del Figlio. Il desiderio del Battesimo, quindi, mentre ci ripete con S. Cipriano che fuori della Chiesa non c’è salvezza, ovvero fuori del Corpo sacramentale e vivente del Signore, non elude la necessità del Sacramento del Battesimo e il dovere della Chiesa di essere missionaria fino ai confini del mondo. La Chiesa è chiamata dal suo Signore ad evangelizzare tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo: il Dio Unitrino, che si rivela nel giorno del Battesimo del Signore.
Un «cristianesimo anonimo» fu la soluzione molto affrettata di K. Rahner per risolvere il problema pastorale dell’ateismo occidentale, più che il problema della scarsezza dei missionari: l’uomo, in quanto tale, sarebbe già cristiano, confondendo però il desiderio implicito del Battesimo con la conoscenza esistenziale e universale dell’essere.
In realtà, il desiderio del Battesimo è sì salvifico, ma non sostituisce i Sacramenti, via ordinaria, ma ancor più, via sicura per la salvezza, e oltretutto dono del carattere sacramentale: il sigillo dei figli di Dio riconoscibili in eterno.
Oggi purtroppo assistiamo sempre più ad una richiesta insulsa di essere sbattezzati. Perché chiedere di essere cancellati dal registro dei battesimi – ciò che significa propriamente sbattezzo –, quando per non credere basta escludere la fede e non praticarla? Ciò è in realtà sintomo di un grave vuoto culturale della nostra società: in una cultura occidentale senza più un volto si chiede non solo di non credere più ma anche di non appartenere più alla Chiesa, rinnegando però le proprie origini, il dono dei miei genitori e quindi indirettamente anche i miei stessi genitori. In una parola, si tratta del rinnegamento delle proprie radici. Ma un uomo senza radici è un uomo senza futuro; un uomo in balia di qualsiasi vento, come una canna sbattuta di qua e di là. Soprattutto oggi, in una società in cui manca sempre più la famiglia, viene meno la propria consapevolezza identitaria. Rinnegare le proprie radici cristiane è poi il sintomo ultimo del rinnegamento di se stessi fino in fondo, del rinnegamento della mia cultura e della mia possibilità di vivere anche domani.
Non pochi genitori poi oggi dicono: «Non voglio battezzare mio figlio. Aspetto che diventi maturo perché decida lui cosa fare della sua fede e della sua religione». Potremmo però chiedere a questi genitori, animati da un vuoto concetto di libertà: scegliere il proprio desiderio, e non più il bene, se hanno chiesto ai lori figli il consenso ad essere concepiti e a venire nel mondo. Se un genitore non dà al figlio quel bene che veramente conta e fa grandi, cosa sarà capace di donargli?
La vita è un dono e il Battesimo è il dono soprannaturale della pienezza della vita. È la vita in pienezza, la vita eterna. Una riflessione cristiana sul dono inestimabile del Battesimo, la nostra eterna salvezza, può aiutare la società a ritrovare se stessa, a ridiventare cristiana nella sua più profonda identità umana, e la Chiesa a non perdere di vista questo mistero grande di cui è preziosa depositaria e per il quale è Madre incorruttibile, semprevergine.
p. Serafino M. Lanzetta, FI
venerdì 6 gennaio 2012
L'Epifania: adorare Gesù con un cuore vero. Come i Santi Magi

mercoledì 4 gennaio 2012
Il Papa e la storia
L'Editoriale di oggi de L'Osservatore Romano è dedicato ad una chiara ed opportuna critica di L. Scaraffia al libro di G. Miccoli, La Chiesa dell'anticoncilio. I tradizionalisti alla conquista di Roma, Laterza, Bari 2011, pp. 420. Si critica la categoria parziale di "storia" utilizzata da Miccoli, secondo il quale, storia sarebbe tutto quello che si è attestato intorno agli anni '60: in realtà una «temperie culturale che è stata il contesto del Vaticano II e dei suoi documenti». Criticare i documenti e gli avvenimenti che a quella temperie son seguiti, per Miccoli è una riconquista di Roma (del Vaticano II). Anche Melloni parla di ritorno del tradizionalismo. Entrambi però, Miccoli e Melloni, sono accomunati in questa lucida critica: la storia non è sola una parte degli avvenimenti, e magari quella che collima con il proprio sentire. Le categorie-etichette "conservatori" e "progressisti" ormai non spiegano più niente. La storia va avanti.
(Fonte: L'Osservatore Romano del 4.01.2012, p. 1)
«La questione centrale, sottesa alle scelte da compiere, sta ancora una volta nel tipo di rapporto che la Chiesa di Roma intende stabilire con la storia: sta, per dire più precisamente, nel suo modo di pensarsi nella storia: riconosce di farne pienamente parte, come ne fa parte il Vangelo cui si richiama, o se ne sottrae, perché portatrice, intangibile dalle contingenze umane, di un messaggio che ha saputo mantenere inviolato e inalterato nel corso di duemila anni?». Con queste parole lo storico Giovanni Miccoli sintetizza il suo lungo discorso critico nei confronti di Benedetto XVI nel recente volume La Chiesa dell’anticoncilio. I tradizionalisti alla riconquista di Roma (Laterza). Una requisitoria, la sua, fondata sulla consultazione di una massa di testi e documenti e che si basa su una lettura del concilio Vaticano II come momento di rottura di un secolare immobilismo.
Con il concilio, finalmente, la Chiesa si sarebbe messa al passo con la storia, accogliendo in quegli anni la modernità. Secondo lo studioso, quindi, la Chiesa avrebbe accettato di ridiscutere tutta la sua cultura e tutta la sua tradizione alla luce di quel cambiamento radicale che ha segnato le società occidentali del XIX e XX secolo.
L’accento sulla mancata attenzione alla storia e sul rifiuto di prenderla in considerazione da parte di Benedetto XVI — che, proprio a causa di questa presunta rimozione, viene accusato da Miccoli di rifuggire dalle distinzioni e quindi di indulgere a una «semplificazione banalizzante» — costituisce infatti l’asse portante di questo libro.
Stupisce in uno storico di vaglia — il quale, come si deduce dalle note, ha letto almeno qualche opera di Ratzinger — l’assoluta incapacità di riconoscere che il teologo oggi Papa ha sempre rivelato una straordinaria attenzione per gli aspetti storici di questioni e problemi; cercando sempre, poi, anche nei suoi interventi, di offrire un’interpretazione storica del momento che stiamo vivendo ricca di richiami all’attualità e alle sue trasformazioni. Parlare di ricerca della verità e accusare il pensiero contemporaneo di relativismo non significa certo negare la storia. Significa piuttosto dare della storia un’interpretazione che non piace all’autore del libro, ma questa è cosa ben diversa.
Per Miccoli la storia sembra identificarsi soltanto con quella degli anni sessanta, cioè con la temperie culturale che è stata il contesto del Vaticano II e dei suoi documenti. Come se tutto ciò che è successo dopo — l’applicazione cioè di quei testi, ma anche il fallimento delle utopie della modernità allora predicate nella società, nonché l’emergere di nuovi gravi problemi, quali le questioni bioetiche — non fosse anch’esso storia, e non meritasse oggi attenzione e critica. E, di conseguenza, non sollecitasse uno sguardo diverso sul concilio, diverso da quello dei suoi contemporanei. Uno sguardo storico, appunto.
Così come storico è lo sguardo da portare sulle fratture e sulle opposizioni nate negli anni del Vaticano II. Il fatto che sia passato mezzo secolo da quei tempi significa ovviamente che se ne può tentare un bilancio differente, che utilizza quali elementi di giudizio non solo proclamazioni teoriche, necessariamente datate, ma anche il comportamento degli oppositori nei decenni successivi.
La storia che secondo Miccoli dovrebbe entrare nei discorsi del Papa è sempre quella passata, e più precisamente quella che si svolgeva durante il concilio e ne influenzava ovviamente le decisioni; come se soltanto gli avvenimenti che piacciono e che si condividono siano meritevoli di essere considerati storici. Gli altri devono essere archiviati come resistenze, opposizioni, immobilismi.
Si tratta di una concezione della storia perlomeno discutibile, di cui è portatore non solo Miccoli, ma altri storici della Chiesa e in particolare del Vaticano II, i quali in questo modo arrivano facilmente a concludere ciò che a loro preme di più: che cioè i tradizionalisti — con il Papa in testa — sarebbero alla riconquista della Chiesa.
Ma perché il modo di riflettere di Benedetto XVI, chiaramente espresso nei suoi libri e nei suoi interventi, e quindi accessibile a chiunque cerchi seriamente di capire, troppo spesso non viene letto nella sua originalità e novità? Perché ogni cosa che egli dice deve per forza rientrare nei logori schemi dei progressisti e dei conservatori, che in fondo erano stati già messi in crisi dallo stesso Papa del concilio, Paolo VI, con la pubblicazione dell’Humanae vitae?
È come se la schematicità della visione politica del nostro tempo facesse velo a una vera e libera interpretazione — che naturalmente può essere anche critica — di questo pontificato che, in qualsiasi modo lo si voglia giudicare, si sta rivelando sempre più sorprendente e interessante. Gli storici ci metteranno cento anni per capirlo? Speriamo di no.
Lucetta Scaraffia
martedì 3 gennaio 2012
New San Francesco

(Fonte: Il Foglio del 29/12/2011) Il fascino della predicazione di padre Manelli, un miracolo nella sterile chiesa post conciliare.
Nella mia città, Trento, vi è un immenso seminario. Prima che la chiesa si “addormentasse”, per citare il titolo dell’ultimo libro di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro (“La bella addormentata”, Vallechi), il seminario era straboccante.
Circa mille giovani salivano e scendevano le scale, ogni giorno, dalle aule alla cappella, in attesa di un futuro da ministri di Dio. Trento è infatti una città che ha sempre dato molto, alla chiesa, e soprattutto alle missioni, in Africa e in America latina. Poi la crisi che tutti conosciamo, e il seminario prosciugato. Cinque, sei, dieci persone massimo (questo il trend da molti anni) si aggirano in una struttura immensa, sproporzionata, che parla di uno splendore lontano.
Dove c’erano vita, movimento, speranze, desideri, oggi ci sono stanze quasi vuote e locali pressoché silenti. Ma chi crede, sa che Dio non abbandona gli uomini. I tempi di Dio sono lunghi, è vero, e talora viene voglia di cantare, con san Filippo Neri: “Capitan Gesù, non stà lassù, lui sta quaggiù con la bandiera in mano…”. Ma i segni di un lento risveglio ci sono. Penso, per esempio, a due famiglie trentine che conosco, che hanno visto partire, sacerdoti e suore, l’una tre figli su tre, l’altra tre figli su quattro.
Rifletto con mia moglie, ogni tanto, sui prodigi di Dio: prendersi, oggi, sei giovani su sette, in due sole famiglie! Convincerli a lasciare tutto, il rumore del mondo, la carriera, per indossare un abito azzurrino, semplice semplice, come quello di san Massimiliano Kolbe, e un paio di sandali. Per affrontare una vita, quella del religioso, spesso dura, ricca di privazioni, senza una propria famiglia e una propria fissa dimora.
C’è veramente una potenza immensa nella chiamata di Dio. Come uomini rimaniamo liberi di accoglierla o meno, ma quando il cuore lascia spazio al soprannaturale, esso esplode nella natura umana, capovolgendola, trasformandola, spingendo a scelte che sarebbero, altrimenti, incomprensibili.
Dio può ancora oggi entrare in una famiglia, aperta alla voluntas Dei, come un tuono che entra dalla finestra della torre, per spazzare via ogni cosa! Certo, perché sei giovani su sette lascino la loro casa, i loro studi, il loro lavoro, legittime ambizioni, occorre che l’abito che indosseranno abbia un grande fascino. E quello dei francescani dell’Immacolata lo ha. Grazie, soprattutto, al suo fondatore, ancora in vita: padre Stefano Maria Manelli.
“Padre Stefano”, come lo chiamano familiarmente i suoi frati, è per me una conoscenza di infanzia. Mio padre leggeva a noi figli, intorno al lettone matrimoniale, le sue meditazioni, molti anni prima che avessi l’opportunità di conoscerlo dal vivo. Io allora non lo sapevo, ma i libri di spiritualità di Mannelli, sono, oggi, quasi un unicum. Hanno un sapore medioevale, cioè un gusto forte, dolce e amaro nello stesso tempo.
Padre Stefano, dopo il Concilio Vaticano II, nel 1970, a causa di un progressivo indebolimento dell’osservanza religiosa, aveva chiesto ai superiori di iniziare con un compagno, padre Gabriele Maria Pellettieri, un’esperienza di vita secondo il modello francescano delle origini. Andare alle origini del francescanesimo significa anche tornare a una predicazione essenziale, quella dei fioretti, degli exempla medievali.
Leggere un libro di padre Stefano, ascoltare una sua predica, significa gustare la dottrina cattolica calata nel reale, incarnata nella storia. Niente a che vedere con i fumosi discorsi di taluni teologi, che vorrebbero assomigliare ai filosofi del passato o agli psicologi del presente. Nulla a che vedere con le prediche sciape, assolutamente vaghe, senza alcun contatto con la realtà, o assolutamente sociologiche (tutte uomomondo- società), di tanti predicatori odierni.
I frati con la telecamera
Padre Stefano propone sempre una visione teocentrica: Dio, l’uomo, i santi; morte, giudizio, inferno e paradiso. La dottrina viene mescolata con la vita, con gli esempi concreti tratti appunto dall’esistenza dei più fedeli seguaci di Cristo. Un po’ come le catechesi di padre Livio a Radio Maria, anche quelle di padre Stefano non lasciano indifferenti lettori e ascoltatori: li scuotono, li incalzano, non temono di turbare. Nello stesso tempo indicano cime, vette da raggiungere, da scalare; additano esempi affascinanti, propongono visioni soprannaturali.
Qualcuno si ritrae spaventato, qualcuno, invece, percepisce la voce di Colui che è venuto a salvarci, ma anche a svegliarci dal sonno. Quando decise di tentare la sua strada, padre Stefano scelse la città di Frigento, vicino ad Avellino, dove vi era un convento vecchio e malmesso, che divenne la prima Casa Mariana dell’Istituto dei frati francescani dell’Immacolata (dal 1998 di diritto pontificio).
Padre Manelli è fondatore anche delle suore francescane dell’Immacolata, molto dedite, come i frati, alla buona stampa (si va dalle pubblicazioni edificanti, popolari, alle riviste filosofiche e teologiche di alto livello) e all’evangelizzazione attraverso l’uso dei media più moderni. Se incontrate per strada un frate o una suora, azzurri, stile francescano, con in mano una sporta stile fra Galdino, e nell’altra una telecamera modernissima, ora sapete a che ordine appartiene.
Francesco Agnoli
lunedì 2 gennaio 2012
Benedetto XVI e il mistero della verginità di Maria

Nell’Angelus del 18 dicembre 2011, il S. Padre si è soffermato sulla verità della verginità di Maria, segno della divinità del Verbo che in Lei si incarna. Benedetto XVI ha principiato la sua riflessione dalla stupenda icona dell’Annunciazione, quando Maria accoglie la Parola e risponde con il suo generoso Sì. Questo Fiat paradigmatico di Maria, che dà inizio alla storia della salvezza, sarà al centro anche dell’Angelus del 1° gennaio, che dava inizio alla catechesi petrina per il nuovo anno.
Diceva il S. Padre nella IV domenica di Avvento:
«Contemplando l’icona stupenda della Vergine Santa, nel momento in cui riceve il messaggio divino e dà la sua risposta, veniamo interiormente illuminati dalla luce di verità che promana, sempre nuova, da quel mistero».
Il S. Padre così conferma il valore mariologico della profezia messianica di Isaia 7,14: la donna profetizzata non può che essere Maria SS. Non la moglie di Acaz (dove l’Emmanuele sarebbe Ezechia, figlio di Acaz) o un’altra donna contemporanea al profeta. È necessario muovere dal contesto storico immediato al futuro messianico dell’unico “Dio-con-noi”, Gesù Figlio di Dio e di Maria; solo così si rispetta il valore profetico del testo:
«Sullo sfondo dell’avvenimento di Nazaret c’è la profezia di Isaia. “Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele” (Is 7,14). Questa antica promessa ha trovato compimento sovrabbondante nell’Incarnazione del Figlio di Dio. Infatti, non solo la Vergine Maria ha concepito, ma lo ha fatto per opera dello Spirito Santo, cioè di Dio stesso. L’essere umano che comincia a vivere nel suo grembo prende la carne da Maria, ma la sua esistenza deriva totalmente da Dio. È pienamente uomo, fatto di terra – per usare il simbolo biblico – ma viene dall’alto, dal Cielo».
Di qui la riflessione magisteriale sulla necessità di accogliere il mistero della verginità di Maria, perché da esso dipende la retta fede in Gesù vero Dio e Salvatore. La verginità di Maria e la divinità di Cristo, dice il S. Padre, si richiamano e si illuminano a vicenda: se Maria è vergine quel Figlio è Dio; se quell’uomo Gesù è vero Dio disceso dal cielo Maria è madre e vergine. Se una vergine poteva essere madre questa vergine non poteva che essere la Madre di Dio, e se una donna poteva essere la Madre di Dio, questa madre non poteva che essere sempre vergine, direbbe S. Bernardo. Pertanto, chi nega la verginità di Maria, di conseguenza nega la divinità di Cristo e viceversa. Non è un caso che tutte quelle cristologie dal basso, pullulate nello sfrenato post-concilio, abbiano messo in seria discussione la verginità fisica di Maria. Si pensi a K. Rahner, che pur di dialogare con Mitterer, mise in discussione la verginità di Maria nel parto. Maria in realtà è segno di Cristo: lo annuncia nella sua verità integrale, come integralmente è da conservarsi la verità della sempreverginità di Maria. Negare un aspetto del dogma mariano implica la negazione del dogma cristologico. Diceva il Pontefice:
«Il fatto che Maria concepisca rimanendo vergine è dunque essenziale per la conoscenza di Gesù e per la nostra fede, perché testimonia che l’iniziativa è stata di Dio e soprattutto rivela chi è il concepito. Come dice il Vangelo: “Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio” (Lc 1,35). In questo senso, la verginità di Maria e la divinità di Gesù si garantiscono reciprocamente».
Sembra, inoltre, che il Pontefice voglia dirimere la questione del voto/promessa di verginità di Maria. Molti esegeti sono concordi nel vedere nella domanda di Maria all’angelo: «Come avverrà questo…non conosco uomo», un chiaro riferimento alla promessa che la Madonna aveva già fatto in cuor suo di essere consacrata totalmente e verginalmente al Signore. Non mancano però anche altri esegeti che negano questa promessa di Maria, e quindi questa consapevolezza di dar inizio in modo stupendo al grande segno per la Chiesa di una consacrazione verginale, rispecchiata ed incarnata nella vita religiosa. Ma il S. Padre vi fa riferimento, e coglie il valore profetico-verginale della domanda di Maria, quando dice:
«Ecco perché è così importante quell’unica domanda che Maria, “molto turbata”, rivolge all’Angelo: “Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?” (Lc 1,34). Nella sua semplicità, Maria è sapientissima: non dubita del potere di Dio, ma vuole capire meglio la sua volontà, per conformarsi completamente a questa volontà. Maria è infinitamente superata dal Mistero, eppure occupa perfettamente il posto che, al centro di esso, le è stato assegnato. Il suo cuore e la sua mente sono pienamente umili, e, proprio per la sua singolare umiltà, Dio aspetta il “sì” di questa fanciulla per realizzare il suo disegno. Rispetta la sua dignità e la sua libertà. Il “sì” di Maria implica l’insieme di maternità e verginità, e desidera che tutto in Lei vada a gloria di Dio, e il Figlio che nascerà da Lei possa essere tutto dono di grazia».
E così concludeva, richiamando l’inestimabile valore della verginità-castità anche per i discepoli di Cristo, invitati dal Maestro a mettere al primo posto il Regno di Dio e la sua giustizia, ovvero la sua santità:
«Cari amici, la verginità di Maria è unica e irripetibile; ma il suo significato spirituale riguarda ogni cristiano. Esso, in sostanza, è legato alla fede: infatti, chi confida profondamente nell’amore di Dio, accoglie in sé Gesù, la sua vita divina, per l’azione dello Spirito Santo».
Infine, la grandezza di Maria, Madre di Dio e icona della presenza amorosa di Dio in mezzo al suo popolo, è stata al centro del primo Angelus del S. Padre, all’inizio del nuovo anno 2012:
«Il volto di Dio noi lo possiamo contemplare, si è fatto visibile, si è rivelato in Gesù: Egli è l’immagine visibile del Dio invisibile. E questo grazie anche alla Vergine Maria, della quale oggi celebriamo il titolo più grande, quello con cui partecipa in modo unico alla storia della salvezza: essere Madre di Dio. Nel suo grembo il Figlio dell’Altissimo ha assunto la nostra carne, e noi possiamo contemplare la sua gloria (cfr Gv 1,14), sentire la sua presenza di Dio-con-noi. Iniziamo così il nuovo anno 2012 fissando lo sguardo sul Volto di Dio che si rivela nel Bambino di Betlemme, e sulla sua Madre Maria, che ha accolto con umile abbandono il disegno divino. Grazie al suo generoso “sì” è apparsa nel mondo la luce vera che illumina ogni uomo (cfr Gv 1,9) e ci è stata riaperta la via della pace».
Il Sì di Maria è il vero inizio del tempo e della ricreazione: la Luce che è Cristo suo Figlio ha iniziato ad irradiare ogni uomo di buona volontà e a fugare le tenebre dell’ignoranza e del male. Dove c’è la Madonna lì vi è la luce del Verbo, il quale ci rende figli di Dio.
p. Serafino M. Lanzetta, FI

