sabato 11 febbraio 2012

Cosa dico quando affermo: credo? Alcuni principi per credere


1) Io credo

Cosa diciamo quando affermiamo nella nostra professione di fede “credo”?

Si tratta di un atto dell’uomo che supera la ragione e mi fa accogliere per la grazia di Dio una verità più grande di me, che mi supera ma che al contempo mi dà la ragione di me e di tutto ciò che esiste. Credere è accogliere la Rivelazione di Dio, ovvero la verità che Dio mi da conoscere per la mia salvezza. Credere è un atto di obbedienza a Dio, mossi dalla sua grazia.

Ma credere è possibile per l’uomo del XXI secolo sempre più sofisticatamente esperto della realtà e dei processi della materia?

Sì, infatti, se osservo le cose mi accorgo che la realtà è più grande di me. Mi rendo conto che non sono io il centro dell’universo, né la ragione di ciò che esiste, neppure la ragione di me stesso. Questo mi dà modo di riflettere che necessariamente debbo andare oltre il finito, oltre me stesso e oltre la mia stessa ragione. O scelgo il mistero o il nulla. Non c’è alternativa. La fede è la scelta di Dio, del tutto. L’unica vera alternativa al nichilismo.

"Chi non ammette l’insondabile mistero non può essere neanche uno scienziato". (A. Einstein)

Count Kessler un giorno chiese ad Einstein: "Professore sento dire che lei è profondamente religioso". Einstein gli rispose: "Sì, Lei può dirlo. Cerchi e penetri con i limiti della nostra mente i segreti della natura e scoprirà che, dietro tutte le discernibili concatenazioni, rimane sempre qualcosa di sottile, di intangibile e inesplicabile. La venerazione per questa forza, al di là di ogni altra cosa che noi possiamo comprendere, è la mia religione. A questo titolo io sono religioso".

Oggi, in un momento di grande crisi e smarrimento sociali, siamo semplicemente di fronte al problema del PIL, del debito sovrano, oppure ad un problema della ragione chiusa a Dio? Non è forse vero che viviamo in un mondo meno umano e tante volte disumano? È sempre più difficile nascere ed è sempre più facile morire. Si consuma ma non si produce e si importa. Col decrescere del PIL decresce anche la nostra capacità di essere uomini, mentre aumentano le disperazioni e i delitti più orridi. Viviamo una delle più grandi crisi economiche, ma che prima ancora di essere crisi dell’euro è una crisi di valori umani e cristiani. Così l’economista della S. Sede Ettore Gotti Tedeschi ha riassunto il problema:

«Ci troviamo di fronte a un nuovo ordine economico mondiale provocato dal crollo delle nascite in Occidente, dalla globalizzazione accelerata che ha delocalizzato troppe produzioni in Asia, dividendo il mondo tra Paesi consumatori e non produttori e Paesi produttori ma non ancora consumatori. Il nuovo scenario attuale è dovuto in sostanza alla crescita consumistica a debito, insostenibile, nel mondo occidentale».

Questa tremenda inversione della realtà ha a che fare con l’assenza di Dio oppure no? Sì, se ci riflettiamo scopriremo che sottraendo il primato a Dio e alla fede, la ragione, mettendo al centro se stessa, si autodemolisce. In tutti gli ambiti della vita umana. Il mito della ragione onnipotente diventa esperienza e risultato di un’umanità miserevole. L’inversione della fede in Dio in una fede nella scienza e nell’economia senza più Dio ha provocato la caduta miserevole dei principi primi della vita umana. L’economia si regge sui veri valori umani e l’uomo si regge solo su Dio. Se viene meno Dio, la fede in Lui, cade l’edificio umano.


2) Io credo in Dio. Ma credo solo in Dio

Non si può non credere. Credere perciò è profondamente umano. L’ateo militante è un credente all’incontrario. Con un giovane filosofo francese, Fabrice Hadiadj, figlio di ebrei tunisini, convertitosi al cristianesimo in età adulta, possiamo dire:

«Il rimprovero che si può fare agli atei è quello di non essere ciò che pretendono di diventare. Un ateo è per definizione qualcuno che è “senza dio”. Egli deve sbarazzarsi di tutti gli idoli. E di conseguenza deve sforzarsi di non fare un idolo del suo proprio ateismo».

Tra gli atei militanti e i credenti che fanno di Dio una proprietà privata si collocano oggi, al dire di Benedetto XVI gli agnostici, cioè quegli atei che in fondo sono in ricerca, quelli che sono aperti a Dio almeno ed inizialmente come ad uno Sconosciuto. Diceva il S. Padre ad Assisi nell’ottobre scorso:

«Io penso che la Chiesa dovrebbe anche oggi aprire una sorta di “cortile dei gentili” dove gli uomini possano in una qualche maniera agganciarsi a Dio, senza conoscerlo e prima che abbiano trovato l’accesso al suo mistero, al cui servizio sta la vita interna della Chiesa. Al dialogo con le religioni deve oggi aggiungersi soprattutto il dialogo con coloro per i quali la religione è una cosa estranea, ai quali Dio è sconosciuto e che, tuttavia, non vorrebbero rimanere semplicemente senza Dio, ma avvicinarlo almeno come Sconosciuto».

Queste persone, continua il Pontefice,

«tolgono agli atei combattivi la loro falsa certezza, con la quale pretendono di sapere che non c’è un Dio, e li invitano a diventare, invece che polemici, persone in ricerca, che non perdono la speranza che la verità esista e che noi possiamo e dobbiamo vivere in funzione di essa. Ma chiamano in causa anche gli aderenti alle religioni, perché non considerino Dio come una proprietà che appartiene a loro così da sentirsi autorizzati alla violenza nei confronti degli altri».


3) Credo è affidarsi ad una testimonianza basata sulla verità

Qui è implicato il concetto di trasmissione della fede, che viene dall’alto e ci raggiunge di bocca in bocca, di cuore in cuore. Credere è riscoprire la Tradizione della Chiesa per credere con la Chiesa. La fede è possibile solo nella compagine vivente del Cristo risorto, la Chiesa e con la fede viva del Corpo mistico del Signore. La fede è un dono che viene dall’alto e mi incorpora con i miei fratelli nella Comunità dei salvati.

Chi crede non è mai solo. Si crede sempre come corpo di Cristo. Questo mi preserva dalla solitudine, dall’individualismo, da una fede “fai da te”, che oggi impera nella nostra cultura. Credere oggi è più urgente che ieri: è l’unica vera ripresa del mondo in frantumi.


Proponiamo ai nostri lettori la registrazione audio di una conferenza di P. Serafino M. Lanzetta su Cosa significa credere. Fondamenti di dottrina cristiana.


Ascolta







mercoledì 8 febbraio 2012

Anniversario di “Fides Catholica” (2006-2011)



(Fonte: Corrispondenza Romana) E’ arrivata già al VI anno di vita, nel sospetto silenzio della letteratura teologica che va perla maggiore – e con all’attivo ben 12 numeri pubblicati (per oltre 3000 pagine complessive) – la densa “Rivista [semestrale] di apologetica teologica”, “Fides Catholica” (può richiedersi a: fifirenze@davide.it. L’abbonamento annuale è di soli 20 euro).
Ottimamente diretta da padre Serafino M. Lanzetta, uno dei più giovani e promettenti teologi cattolici contemporanei e non solo all’interno della Congregazione a cui appartiene (i Frati Francescani dell’Immacolata, fondati a Frigento nel 1970 da p. Stefano M. Manelli), FC si staglia in controtendenza in rapporto ad un clima ecclesiale segnato da una crisi strutturale che parrebbe quasi irreversibile, caratterizzata, in estrema sintesi, dall’appiattimento generale sulle posizioni filosofiche e “scientifiche” dominanti, laiche e relativiste.
La Rivista, sorta all’indomani del Discorso alla Curia Romana di Benedetto XVI (22 dicembre 2005) in cui per la prima volta si parlava chiaramente della discontinuità tra teologia post-conciliare e universale Tradizione cattolica, ha presentato e presenta in ogni numero (di oltre 200 pagine) un vasto materiale di ricerca, di alto tenore scientifico.
Tra i vari Dossier tematici finora trattati spiccano, per scientificità, competenza teologica e amore della piena ortodossia cattolica, quello sull’incompatibilità tra Cristianesimo e Massoneria di ogni rito e tendenza (cf FC, 1/2006, 2/2006, 1/2011, 2/2011) e quello sull’impossibilità di cassare le verità teologiche, dedotte dalla fede e dalla intera Tradizione dogmatica, dell’inferno dei dannati (cf. FC, 2/2008 e 1/2009) e dello stesso Limbo per i bambini non battezzati (cf. FC, 2/2009 e 1/2010).
Rilevante poi l’analisi sistematica del pensiero e delle opere del gesuita Karl Rahner, giustamente ritenuto dalla rivista come l’artefice o uno degli artefici della nuova impostazione teologica post-conciliare, antropocentrica e immanentista (cf. FC 2/2007; 2/2009; 2/2011). Molti i collaboratori di chiara fama e di rara competenza: oltre agli ormai noti teologi francescani p. Alessandro M. Apollonio e p. Paolo M. Siano, si segnalano i nomi di mons. Brunero Gherardini, don Manfred Hauke, don Ignacio Andereggen, mons. Nicola Bux e vari altri. Insomma nell’apparente trionfo ecclesiale, seguito al Vaticano II, di riviste eretizzanti, “Fides Catholicaˮ (che ha ricevuto l’apprezzamento di insigni prelati) rappresenta oggi una voce di verità e di fedeltà indiscussa alla Tradizione, al Magistero perenne e all’immutabile Vangelo di Cristo.

Fabrizio Cannone

mercoledì 18 gennaio 2012

Alla scuola della più sicura teologia cattolica sul Mistero Eucaristico: un nuovo studio alla portata di tutti


«Il presente libro compie una indispensabile ed urgente opera di chiarificazione, di approfondimento e di difesa della fede nel mistero eucaristico. In un tempo di grande crisi della fede e della vita eucaristica, come è il nostro, abbiamo il sacro dovere di diffondere la sana e chiara dottrina sull'Eucaristia. L'autore ci presenta in modo corretto la ricchezza degli insegnamenti del Magistero sull'Eucaristia, c'è realmente bisogno di parlare con la voce chiara della Chiesa stessa».

Dalla Prefazione, S. Ecc. Athanasius Schneider


«Alla scuola della più sicura teologia cattolica sul Mistero Eucaristico, contenuta e spiegata così bellamente nel presente studio, unita alla grande scuola dei Santi, possiamo anche noi percorrere le vie della crescita nell'esperienza dell'amore divino più ineffabile, ossia dell'amore di Gesù Eucaristico, Ostia d'amore che vuole venire in noi per farci stare in Lui: " Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, rimane in Me e Io in lui" (cf. Gv 6, 54-56)»

Dalla Presentazione, Rev. mo P. Stefano M. Manelli


Il compendio e la somma della nostra fede», così, con sen­tenza scultorea, è stata descritta l’Eucaristia[1], come pure, «la fonte e il culmine della vita cristiana», secondo una felice for­mula sintetica del Vaticano II[2].

Chi si accosta al mistero dell’Eucaristia, in effetti, fin da su­­bito deve avvertire che si tratta del tesoro più prezioso che Dio abbia donato all’umanità raccolta nella Chiesa: «nella San­tis­si­ma Eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale del­la Chie­sa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua»[3]. Nel­l’Eu­caristia, in­fat­ti, non c’è solamente la virtù dinamico-sal­vi­fica di Cristo co­­me negli altri Sacra­menti, ma Egli stesso è pre­sente vera­men­te, realmente, so­stan­zialmente, per­so­nal­men­te e, nella santa ri­­serva delle sa­cre specie, in modo per­manente.

In un’epoca difficile in cui il mondo sembra spesso vi­ve­re spiritualmente immerso in una sorta di “eclissi del senso di Dio”, mentre avanza un’“apostasia silenziosa” che, nella ne­ga­zione pratica della fede ricevuta, porta a vi­ve­re come se Dio non ci fosse e come se il Verbo non si fos­se incarnato, Gesù Eu­caristico rimane sopranna­tu­ral­men­te il Faro che sprigiona la luce della verità per orien­tare l’e­si­sten­za, ma anche più il Fuo­co che scalda il cuore con il Suo a­more che supera ogni co­no­scenza. Nulla al mon­do vale quan­to l’Eucaristia; il Mistero do­nato da Cri­sto alla Chiesa non dovrà mai andare perduto. Per la vita dei fedeli e la sal­vez­za del mondo, perché sia viva e sal­­vifica una spiritualità eucaristica autentica, Esso va accol­to e trasmesso in tutta la sua integrità. […]

Il presente lavoro, evidentemente, non è che una sem­pli­ce opera compilatoria di un giovane discepolo di buo­ni mae­stri. Essa vuole porsi su un piano dogmatico-cate­chetico, ma con frequenti richiami all’aspetto litur­gi­co, nel­l’ambito della let­teratura prodotta, perché possa sorgere un nuovo movimento li­tur­gi­co, che giunga ad o­perare una riforma della ri­for­ma liturgica post-Vaticano II.

L’aspirazione è quella di fornire un opuscolo teolo­gico d’in­dole divulgativa, che non può avere, ovvia­men­te, la pro­fondità di un manuale scolastico per le que­stio­ni più sottili dal punto di vista dogmatico. Esso è of­fer­to co­me possibile stru­mento di studio a sacerdoti e catechisti, ma anche a quei fe­deli – e oggi non sono affat­to pochi – che, nella piena fe­del­tà al Magistero della Chie­­sa, desi­de­rano una formazione più ac­curata in mate­ria. Que­sta nuova sensibilità di numerosi fe­de­li alle rette dottrina e liturgia, in effetti, è da vedersi come un vero do­no di Dio per la Chiesa navigante nelle acque agi­ta­te di questo inizio di millennio.

Non è possibile per i cristiani vivere pienamente del­l’Eu­­ca­­ristia, infatti, senza rettamente credere in Essa e, quin­di, sen­­­za rettamente partecipare ad Essa.

La speranza è che, coniugando nova (Magistero a se­gui­re il Vaticano II) et vetera (Magistero perenne, con spe­ciale at­ten­zione a quello del Concilio di Trento che per l’Eucaristia è con ogni evidenza imprescindibile), que­sto contributo pos­sa essere di qualche giovamento al re­cu­pero e al raf­for­za­men­­to, in solidità e vitalità, in ortodossia e or­to­prassi, di una spiritualità eucaristica autentica nella vita della Chiesa. Pos­sa la Chiesa Madre e Maestra valorizzare sempre più tutta la potenzialità santificante della verità di questo mistero d’amo­re, che è vincolo d’alleanza sponsale tra Dio Unitrino e l’u­ma­nità nella Chiesa!

La prima dedica, pertanto, è senz’altro per il Santo Pa­dre Be­nedetto XVI, che con i suoi insegnamenti e il suo e­sem­pio in­­dica le vie delle rette dottrina e vita eucaristiche a tut­ta la Chie­sa; come si noterà, numerosi suoi impulsi teo­lo­gico-li­tur­gici sono stati accolti e sviluppati in queste pagine. Gratitudine vuole essere espressa, tuttavia, an­che a tutti i Sommi Pontefici che l’hanno preceduto nel­l’ul­ti­mo secolo, dall’intrepido san Pio X pas­sando per Pio XII – il Pa­stor Angelicus d’immortale me­mo­ria – fino al vene­ra­to Gio­van­ni Paolo II, i quali hanno di­feso illustrato ed ap­pro­fondito con il loro magistero la ve­rità del mistero eu­ca­ri­sti­co.

La considerazione del Magistero ecclesiastico come nor­ma prossima e definitiva della fede, il grande apprezza­men­­­to se­gna­tamente per il magistero eucaristico dei Som­mi Pontefici del­l’ultimo secolo, unitamente al desi­de­rio di offrire un con­tri­buto realmente cattolico nel senso di uni­versale, sono le ra­gio­ni principali del perché si è op­ta­to per indicare in calce, ec­cetto alcuni pochi rife­ri­men­ti ai Padri e Dottori della Chie­sa, soltanto i rimandi al­l’au­torità dei documenti pontifici. È, que­sta, una se­gna­la­zione meto­do­lo­gica doverosa [Dalla premessa, continua].


[1] Catechismo della Chiesa Cattolica (=CCC), 19992, n. 1327.

[2] Concilio Vaticano II, Cost. Dogm. Lumen Gentium (=LG), 21.11.1964, n. 11.

[3] Idem, Decr. Presbyterorum Ordinis (=PO), 07.12.1965, n. 5.


L'Autore: p. Massimiliano M. Degasperi, FI è docente di teologia dogmatica presso l'Istituto Teologico Immacolata Mediatrice dei Francescani dell'Immacolata. Dottorando in teologia dogmatica, ha fatto la sua tesi di licenza sul mistero della SS. Trinità nel Card. Leo Scheffczyk.


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sabato 14 gennaio 2012

I non credenti 
e la ricerca di Dio


Dopo lo storico invito di Benedetto XVI ad Assisi

Fonte: L'Osservatore Romano, del 14.01.2012


Traduzione italiana di un articolo del direttore dell’Istituto di ricerche filosofiche della Universidad Nacional Autónoma del Messico, che esce sulla rivista «Palabra». 



Il 27 ottobre 2011 sono stato invitato, insieme a Walter Baier, Remo Bodei e Julia Kristeva, all’incontro ecumenico e interreligioso organizzato ad Assisi dalla Chiesa cattolica. Noi quattro siamo non credenti dichiarati, ma siamo stati invitati con uno storico gesto di Papa Benedetto XVI a favore del dialogo fra credenti e non credenti. Mi sembra che l’importanza di questo dialogo non si possa ignorare. Credo tuttavia che per configurarlo meglio occorra fare alcune distinzioni.

Così come i credenti non sono tutti uguali — ce ne sono di fedi e atteggiamenti differenti — non lo sono neppure i non credenti. Potremmo dire che normalmente i non credenti si trovano tra due estremi: da una parte ci sono gli atei pieni di rabbia, nemici di Dio e della religione, dall’altra gli agnostici spirituali che stanno per convertirsi a una religione specifica. Fra questi due estremi, tanto distanti fra loro, ci sono molti tipi di non credenti: i tolleranti, gli indifferenti, quelli che cercano Dio, quelli che si rifiutano di credere in lui, e così via.

Ci sono anche atei che in realtà non lo sono, che credono in Dio nel profondo del loro animo, ma che sono arrabbiati con lui e che perciò lo negano. Ci sono pure agnostici che in realtà non lo sono, che credono nella divinità ma che non ne conoscono il volto e quindi non adottano una religione specifica. Lo spettro delle posizioni è amplissimo e perciò parlare di non credenti in astratto genera non poche difficoltà.

Di questo noi quattro non credenti invitati ad Assisi ci siamo subito resi conto. Le nostre posizioni di fronte alla religione e di fronte alla divinità erano molto diverse. Sembra che, dei quattro, io sia stato l’unico a sentirsi identificato con il messaggio del Papa agli agnostici. Nel suo discorso di Assisi, Benedetto XVI ha fatto una distinzione fra atei e agnostici. Ha descritto i primi come antireligiosi e i secondi come persone che soffrono per la loro mancanza di fede e che nella loro ricerca della verità e del bene cercano anche Dio.

Quando ho ascoltato questa definizione degli agnostici mi sono commosso. In effetti, nella mia umile ricerca della verità mi sono interrogato sull’esistenza di un Dio che potesse dare una risposta alle mie domande. E nello scoprirmi senza fede, senza protezione, ho anche desiderato l’esistenza di un Dio che mi offrisse sostegno nei giorni più neri.

Ma non sempre penso e sento allo stesso modo. A volte, la stessa ricerca della verità, vale a dire della verità oggettiva — quale altra potrebbe essere? — mi fa pensare che Dio non esiste, che dobbiamo cercare le risposte da soli. Altre volte, quando soffro per la mia solitudine, per la mia finitezza, qualcosa dentro di me mi fa ribellare contro l’idea che solo un Dio magnanimo potrebbe tirarmi fuori da questo stato. E allora ritrovo nella mia condizione la dignità e il coraggio sufficienti per andare avanti. L’agnostico che soffre perché è senza Dio e lo cerca è, a mio parere, un tipo molto speciale di non credente che non si può prendere come esempio paradigmatico dell’agnostico.

Se la Chiesa cattolica desidera veramente dialogare con tutti i non credenti, dovrà riconoscere che ce ne sono di tanti tipi, che non tutti cercano Dio o soffrono per la sua mancanza, e che tuttavia molti di essi sono disposti ad aprire la propria mente e il proprio cuore per avviare un dialogo costruttivo con i cattolici. Se qualcosa possiamo prendere da quello che potremmo chiamare il “nuovo spirito di Assisi” è proprio questo.


Guillermo Hurtado


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Leggi anche l'intervista ad Hurtado

Lo UAAR si era accorto di questa distinzione che aveva fatto Benedetto XVI ad Assisi tra atei ed agnostici (leggi), definendo il Pontefice un "ateofobo" (leggi). Intanto è chiaro che Benedetto XVI non intende mettere gli atei in cattedra ma annunciare ad ogni uomo di buona volontà il Dio vero, il Dio Amore che salva.

martedì 10 gennaio 2012

La rappresentazione blasfema di R. Castellucci, nel silenzio dei più



Purtroppo nella città di Milano, proveniente dalla Francia, sarà presto inscenata una rappresentazione davvero blasfema contro il Volto e quindi la Persona di Gesù Cristo, opera del regista romagnolo Romeo Castellucci, dal titolo «Sul concetto di volto nel Figlio di Dio». L’allusione è quindi chiara e determinata a Cristo e al suo Volto. Il problema veramente grave è che questo Volto diventa oggetto di orribili esecrazioni, quando l’anziano incontinente versa in faccia a Cristo il liquame delle sue dissenterie. Quel Volto sarà anche preso a sassate e gli si dirà «(Non) sei il mio pastore».

Come cattolici chiediamo rispetto. Castellucci non può insultare pubblicamente il Sacro Volto di Cristo, dolorante e maestoso, come risulta anche dalla Sacra Sindone.

A nulla vale poi camuffare il proprio dileggio per l'altrui fede, trincerandosi dietro i contorni evanescenti dell'arte contemporanea, il cui vero intento sarebbe noto solo all'artista, rimanendo ad altri (profani) sfuggevole e sempre al di là. Sia il regista che diversi interpreti (anche credenti), infatti, trovano una giustificazione allo spettacolo nel definirlo artistico e il liquame inchiostro. L’arte stessa sembra diventata un grande calderone dove tutto bolle, e deve bollire. No, si tratta di buon senso e, anche, di rispetto per le persone credenti in Gesù Cristo.

La libertà religiosa è anzitutto un'esigenza del rispetto del diritto alla libertà religiosa dell’uomo e di conseguenza di tutto ciò che è contenuto sacro di una fede religiosa, del cristianesimo in questo caso.

È necessario che i nostri Pastori, i Vescovi cioè, facciano sentire la loro voce di protesta, ferma e caritatevole, perché cessi davvero questo clima di cristianofobia che sempre più si alimenta. Sarebbe confortante per tutti i credenti se la Conferenza Episcopale Italiana, sempre così attenta ai problemi della società, intervenisse ora con parole di chiara disapprovazione. Non ne va di mezzo il dialogo con l’arte e la cultura, ma la dignità di Nostro Signore.

I nostri fratelli cristiani in altre parti del mondo vengono uccisi perché sono di Cristo. Uniamo la nostra voce al loro sangue e difendiamo la nostra identità.


p. Serafino M. Lanzetta, FI

domenica 8 gennaio 2012

Il dono del Battesimo: diventare figli di Dio nel Figlio diletto. Per sempre


Il Battesimo del Signore è una delle tre epifanie del Figlio di Dio. La prima è quella ai Magi, poi questa nel fiume Giordano e infine quella a Cana. In tutti e tre questi momenti Gesù si svela quale Figlio di Dio Salvatore. Nel Giordano, il giorno in cui il Figlio entrò nelle acque, si realizzò l’epifania della SS. Trinità: una voce dal cielo, il Padre, che attesta che quel Gesù di Nazaret è il suo Figlio diletto; lo Spirito di Dio che scende su di lui sotto forma di colomba. Lo Spirito che all’inizio della creazione del cosmo aleggiava sulle acque (cf. Gn 1,1) ora è sul Figlio, colui per mezzo del quale e in vista del quale tutto è stato fatto (cf. Eb 1,2 e Col 1,16).

Lui, il Cristo ora toccando le acque e istituendo inizialmente il Sacramento del Battesimo è veramente colui che santifica la creazione, la rinnova. Il Signore, infatti, istituirà il Sacramento del Battesimo per la nostra salvezza, perché lavati dal peccato, in Lui diventassimo figli di Dio per la vita eterna. Cristo nel Giordano ci apre la porta della vita vera ed eterna, che ci raggiungerà grazie al S. Battesimo. Tre sono i testimoni del Figlio: lo Spirito, l’acqua e il sangue, e questi tre sono concordi nell’attestare che Cristo è il Redentore e il Signore (cf. 1Gv 5,8). L’acqua e il sangue scaturirono dal costato trafitto di Gesù sulla Croce e lo Spirito Santo, ora disceso su di Lui, fu dal Figlio soffiato alla sua morte e mandato sulla Chiesa a Pentecoste. Acqua, sangue e Spirito fanno i Sacramenti della Chiesa, quei mezzi di salvezza istituiti dal Cristo per la nostra salvezza. Di questa il Battesimo è la porta.

Il Sacramento del Battesimo è necessario alla salvezza. Senza il Battesimo, ordinariamente, non c’è salvezza. L’ha insegnato il Signore stesso, in un passaggio poco e raramente ricordato dai predicatori: «Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà, sarà condannato» (Mc 16,16). A nulla vale dire che si tratta della finale di Marco per ignorare la vera posta in gioco. Certo vi è anche un Battesimo di desiderio (accanto al Battesimo di sangue o martirio), o meglio il desiderio del Battesimo, salvifico nella misura in cui, in retta coscienza, l’uomo che non ha conosciuto il Vangelo desidera il vero Dio, la verità e quindi la salvezza. Il desiderio del Battesimo è salvifico in ragione del Sacramento del Battesimo – di qui trae la sua efficacia salvifica straordinaria – e quindi della volontà salvifica universale di Dio, divenuta visibile e tangibile nel Figlio e nei Sacramenti del Figlio. Il desiderio del Battesimo, quindi, mentre ci ripete con S. Cipriano che fuori della Chiesa non c’è salvezza, ovvero fuori del Corpo sacramentale e vivente del Signore, non elude la necessità del Sacramento del Battesimo e il dovere della Chiesa di essere missionaria fino ai confini del mondo. La Chiesa è chiamata dal suo Signore ad evangelizzare tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo: il Dio Unitrino, che si rivela nel giorno del Battesimo del Signore.

Un «cristianesimo anonimo» fu la soluzione molto affrettata di K. Rahner per risolvere il problema pastorale dell’ateismo occidentale, più che il problema della scarsezza dei missionari: l’uomo, in quanto tale, sarebbe già cristiano, confondendo però il desiderio implicito del Battesimo con la conoscenza esistenziale e universale dell’essere.

In realtà, il desiderio del Battesimo è sì salvifico, ma non sostituisce i Sacramenti, via ordinaria, ma ancor più, via sicura per la salvezza, e oltretutto dono del carattere sacramentale: il sigillo dei figli di Dio riconoscibili in eterno.

Oggi purtroppo assistiamo sempre più ad una richiesta insulsa di essere sbattezzati. Perché chiedere di essere cancellati dal registro dei battesimi – ciò che significa propriamente sbattezzo –, quando per non credere basta escludere la fede e non praticarla? Ciò è in realtà sintomo di un grave vuoto culturale della nostra società: in una cultura occidentale senza più un volto si chiede non solo di non credere più ma anche di non appartenere più alla Chiesa, rinnegando però le proprie origini, il dono dei miei genitori e quindi indirettamente anche i miei stessi genitori. In una parola, si tratta del rinnegamento delle proprie radici. Ma un uomo senza radici è un uomo senza futuro; un uomo in balia di qualsiasi vento, come una canna sbattuta di qua e di là. Soprattutto oggi, in una società in cui manca sempre più la famiglia, viene meno la propria consapevolezza identitaria. Rinnegare le proprie radici cristiane è poi il sintomo ultimo del rinnegamento di se stessi fino in fondo, del rinnegamento della mia cultura e della mia possibilità di vivere anche domani.

Non pochi genitori poi oggi dicono: «Non voglio battezzare mio figlio. Aspetto che diventi maturo perché decida lui cosa fare della sua fede e della sua religione». Potremmo però chiedere a questi genitori, animati da un vuoto concetto di libertà: scegliere il proprio desiderio, e non più il bene, se hanno chiesto ai lori figli il consenso ad essere concepiti e a venire nel mondo. Se un genitore non dà al figlio quel bene che veramente conta e fa grandi, cosa sarà capace di donargli?

La vita è un dono e il Battesimo è il dono soprannaturale della pienezza della vita. È la vita in pienezza, la vita eterna. Una riflessione cristiana sul dono inestimabile del Battesimo, la nostra eterna salvezza, può aiutare la società a ritrovare se stessa, a ridiventare cristiana nella sua più profonda identità umana, e la Chiesa a non perdere di vista questo mistero grande di cui è preziosa depositaria e per il quale è Madre incorruttibile, semprevergine.

p. Serafino M. Lanzetta, FI

venerdì 6 gennaio 2012

L'Epifania: adorare Gesù con un cuore vero. Come i Santi Magi


L’Epifania del Signore è la manifestazione di Gesù a tutte le genti, a tutti gli uomini di buona volontà, che nei Magi vedono i loro precursori. Gesù esile Bambino, con la sua grazia conquista e attira il cuore di questi uomini di scienza e di sapienza, che vengono da lontano. Da un paese straniero e da una religione pagana, estranea all’Alleanza di Dio con Israele. I Magi erano uomini sinceri. Avevano un cuore assetato di verità. Mettono da parte i propri interessi, i loro comodi; non si fidano solo della loro scienza, ma chiedono a Dio nel loro cuore soprattutto il dono della sapienza. Si mettono dunque in cammino e arrivano prima a Gerusalemme e lì cercano il nato Re-Messia. Pensavano di trovarlo in una regia. Un re non può che vivere in una regia. Ma quel Re era diverso. Dovevano imparare a conoscere il vero Re, il vero Dio, che non è un semplice uomo. Da Gerusalemme a Betlemme qualcosa cambiò dentro di loro. Impararono, guidati dalla stella, che Dio era diverso. Finalmente, istruiti dal Maestro interiore, lo Spirito Santo, riconobbero, in quel Bambino adagiato tra le braccia della Mamma, il nato Re: si prostrarono e lo adorarono. Due verbi che segneranno il cuore della celebrazione liturgica della Chiesa. Quell’icona, Gesù in braccio alla sua Madre, si scolpì così profondamente in loro sì da scolpirsi poi nella cultura e nell’arte, che da quel giorno si origineranno e trasformeranno il mondo, da pagano in cristiano. I Magi volevano adorare Gesù.
Erode disse ai Magi di ripassare da lui perché sarebbe andato anche lui ad adorare il Bambino. Non era vero. Era un tiranno che voleva strumentalizzare l’adorazione e la religione per un fine politico, per salvaguardare il suo potere mondano e la sua poltrona: in una parola, era un uomo dal cuore perverso e ottenebrato. Non era un uomo libero, come invece lo erano i Magi. La tentazione storica è stata, in verità, sempre quella: strumentalizzare la fede per i propri interessi di potere. Ma questo nasconde normalmente la tirannia dell’uomo sull’uomo. Erode fece uccidere tutti i bambini da due anni in giù.
E purtroppo la strage dei bimbi innocenti continua ancora oggi, spesso camuffata dal pretesto paternalistico della pietà e della falsa adorazione. Se si nascondesse ancora, dietro tutto, l’odio per quel divin Bambino, ci troveremmo di fronte ai nuovi innocenti martiri. Ma spesso la strage è dettata dalla convenienza e dal piatto desiderio di potere politico. Che il Divin Bambino ci insegni la via della vera adorazione, e ci conduca sulla via della salvezza. Amen!

mercoledì 4 gennaio 2012

Il Papa e la storia


L'Editoriale di oggi de L'Osservatore Romano è dedicato ad una chiara ed opportuna critica di L. Scaraffia al libro di G. Miccoli, La Chiesa dell'anticoncilio. I tradizionalisti alla conquista di Roma, Laterza, Bari 2011, pp. 420. Si critica la categoria parziale di "storia" utilizzata da Miccoli, secondo il quale, storia sarebbe tutto quello che si è attestato intorno agli anni '60: in realtà una «temperie culturale che è stata il contesto del Vaticano II e dei suoi documenti». Criticare i documenti e gli avvenimenti che a quella temperie son seguiti, per Miccoli è una riconquista di Roma (del Vaticano II). Anche Melloni parla di ritorno del tradizionalismo. Entrambi però, Miccoli e Melloni, sono accomunati in questa lucida critica: la storia non è sola una parte degli avvenimenti, e magari quella che collima con il proprio sentire. Le categorie-etichette "conservatori" e "progressisti" ormai non spiegano più niente. La storia va avanti.


(Fonte: L'Osservatore Romano del 4.01.2012, p. 1)

«La questione centrale, sottesa alle scelte da compiere, sta ancora una volta nel tipo di rapporto che la Chiesa di Roma intende stabilire con la storia: sta, per dire più precisamente, nel suo modo di pensarsi nella storia: riconosce di farne pienamente parte, come ne fa parte il Vangelo cui si richiama, o se ne sottrae, perché portatrice, intangibile dalle contingenze umane, di un messaggio che ha saputo mantenere inviolato e inalterato nel corso di duemila anni?». Con queste parole lo storico Giovanni Miccoli sintetizza il suo lungo discorso critico nei confronti di Benedetto XVI nel recente volume La Chiesa dell’anticoncilio. I tradizionalisti alla riconquista di Roma (Laterza). Una requisitoria, la sua, fondata sulla consultazione di una massa di testi e documenti e che si basa su una lettura del concilio Vaticano II come momento di rottura di un secolare immobilismo.

Con il concilio, finalmente, la Chiesa si sarebbe messa al passo con la storia, accogliendo in quegli anni la modernità. Secondo lo studioso, quindi, la Chiesa avrebbe accettato di ridiscutere tutta la sua cultura e tutta la sua tradizione alla luce di quel cambiamento radicale che ha segnato le società occidentali del XIX e XX secolo.

L’accento sulla mancata attenzione alla storia e sul rifiuto di prenderla in considerazione da parte di Benedetto XVI — che, proprio a causa di questa presunta rimozione, viene accusato da Miccoli di rifuggire dalle distinzioni e quindi di indulgere a una «semplificazione banalizzante» — costituisce infatti l’asse portante di questo libro.

Stupisce in uno storico di vaglia — il quale, come si deduce dalle note, ha letto almeno qualche opera di Ratzinger — l’assoluta incapacità di riconoscere che il teologo oggi Papa ha sempre rivelato una straordinaria attenzione per gli aspetti storici di questioni e problemi; cercando sempre, poi, anche nei suoi interventi, di offrire un’interpretazione storica del momento che stiamo vivendo ricca di richiami all’attualità e alle sue trasformazioni. Parlare di ricerca della verità e accusare il pensiero contemporaneo di relativismo non significa certo negare la storia. Significa piuttosto dare della storia un’interpretazione che non piace all’autore del libro, ma questa è cosa ben diversa.

Per Miccoli la storia sembra identificarsi soltanto con quella degli anni sessanta, cioè con la temperie culturale che è stata il contesto del Vaticano II e dei suoi documenti. Come se tutto ciò che è successo dopo — l’applicazione cioè di quei testi, ma anche il fallimento delle utopie della modernità allora predicate nella società, nonché l’emergere di nuovi gravi problemi, quali le questioni bioetiche — non fosse anch’esso storia, e non meritasse oggi attenzione e critica. E, di conseguenza, non sollecitasse uno sguardo diverso sul concilio, diverso da quello dei suoi contemporanei. Uno sguardo storico, appunto.

Così come storico è lo sguardo da portare sulle fratture e sulle opposizioni nate negli anni del Vaticano II. Il fatto che sia passato mezzo secolo da quei tempi significa ovviamente che se ne può tentare un bilancio differente, che utilizza quali elementi di giudizio non solo proclamazioni teoriche, necessariamente datate, ma anche il comportamento degli oppositori nei decenni successivi.

La storia che secondo Miccoli dovrebbe entrare nei discorsi del Papa è sempre quella passata, e più precisamente quella che si svolgeva durante il concilio e ne influenzava ovviamente le decisioni; come se soltanto gli avvenimenti che piacciono e che si condividono siano meritevoli di essere considerati storici. Gli altri devono essere archiviati come resistenze, opposizioni, immobilismi.

Si tratta di una concezione della storia perlomeno discutibile, di cui è portatore non solo Miccoli, ma altri storici della Chiesa e in particolare del Vaticano II, i quali in questo modo arrivano facilmente a concludere ciò che a loro preme di più: che cioè i tradizionalisti — con il Papa in testa — sarebbero alla riconquista della Chiesa.

Ma perché il modo di riflettere di Benedetto XVI, chiaramente espresso nei suoi libri e nei suoi interventi, e quindi accessibile a chiunque cerchi seriamente di capire, troppo spesso non viene letto nella sua originalità e novità? Perché ogni cosa che egli dice deve per forza rientrare nei logori schemi dei progressisti e dei conservatori, che in fondo erano stati già messi in crisi dallo stesso Papa del concilio, Paolo VI, con la pubblicazione dell’Humanae vitae?

È come se la schematicità della visione politica del nostro tempo facesse velo a una vera e libera interpretazione — che naturalmente può essere anche critica — di questo pontificato che, in qualsiasi modo lo si voglia giudicare, si sta rivelando sempre più sorprendente e interessante. Gli storici ci metteranno cento anni per capirlo? Speriamo di no.

Lucetta Scaraffia

martedì 3 gennaio 2012

New San Francesco


(Fonte: Il Foglio del 29/12/2011) Il fascino della predicazione di padre Manelli, un miracolo nella sterile chiesa post conciliare.

Nella mia città, Trento, vi è un immenso seminario. Prima che la chiesa si “addormentasse”, per citare il titolo dell’ultimo libro di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro (“La bella addormentata”, Vallechi), il seminario era straboccante.

Circa mille giovani salivano e scendevano le scale, ogni giorno, dalle aule alla cappella, in attesa di un futuro da ministri di Dio. Trento è infatti una città che ha sempre dato molto, alla chiesa, e soprattutto alle missioni, in Africa e in America latina. Poi la crisi che tutti conosciamo, e il seminario prosciugato. Cinque, sei, dieci persone massimo (questo il trend da molti anni) si aggirano in una struttura immensa, sproporzionata, che parla di uno splendore lontano.

Dove c’erano vita, movimento, speranze, desideri, oggi ci sono stanze quasi vuote e locali pressoché silenti. Ma chi crede, sa che Dio non abbandona gli uomini. I tempi di Dio sono lunghi, è vero, e talora viene voglia di cantare, con san Filippo Neri: “Capitan Gesù, non stà lassù, lui sta quaggiù con la bandiera in mano…”. Ma i segni di un lento risveglio ci sono. Penso, per esempio, a due famiglie trentine che conosco, che hanno visto partire, sacerdoti e suore, l’una tre figli su tre, l’altra tre figli su quattro.

Rifletto con mia moglie, ogni tanto, sui prodigi di Dio: prendersi, oggi, sei giovani su sette, in due sole famiglie! Convincerli a lasciare tutto, il rumore del mondo, la carriera, per indossare un abito azzurrino, semplice semplice, come quello di san Massimiliano Kolbe, e un paio di sandali. Per affrontare una vita, quella del religioso, spesso dura, ricca di privazioni, senza una propria famiglia e una propria fissa dimora.

C’è veramente una potenza immensa nella chiamata di Dio. Come uomini rimaniamo liberi di accoglierla o meno, ma quando il cuore lascia spazio al soprannaturale, esso esplode nella natura umana, capovolgendola, trasformandola, spingendo a scelte che sarebbero, altrimenti, incomprensibili.

Dio può ancora oggi entrare in una famiglia, aperta alla voluntas Dei, come un tuono che entra dalla finestra della torre, per spazzare via ogni cosa! Certo, perché sei giovani su sette lascino la loro casa, i loro studi, il loro lavoro, legittime ambizioni, occorre che l’abito che indosseranno abbia un grande fascino. E quello dei francescani dell’Immacolata lo ha. Grazie, soprattutto, al suo fondatore, ancora in vita: padre Stefano Maria Manelli.

“Padre Stefano”, come lo chiamano familiarmente i suoi frati, è per me una conoscenza di infanzia. Mio padre leggeva a noi figli, intorno al lettone matrimoniale, le sue meditazioni, molti anni prima che avessi l’opportunità di conoscerlo dal vivo. Io allora non lo sapevo, ma i libri di spiritualità di Mannelli, sono, oggi, quasi un unicum. Hanno un sapore medioevale, cioè un gusto forte, dolce e amaro nello stesso tempo.

Padre Stefano, dopo il Concilio Vaticano II, nel 1970, a causa di un progressivo indebolimento dell’osservanza religiosa, aveva chiesto ai superiori di iniziare con un compagno, padre Gabriele Maria Pellettieri, un’esperienza di vita secondo il modello francescano delle origini. Andare alle origini del francescanesimo significa anche tornare a una predicazione essenziale, quella dei fioretti, degli exempla medievali.

Leggere un libro di padre Stefano, ascoltare una sua predica, significa gustare la dottrina cattolica calata nel reale, incarnata nella storia. Niente a che vedere con i fumosi discorsi di taluni teologi, che vorrebbero assomigliare ai filosofi del passato o agli psicologi del presente. Nulla a che vedere con le prediche sciape, assolutamente vaghe, senza alcun contatto con la realtà, o assolutamente sociologiche (tutte uomomondo- società), di tanti predicatori odierni.

I frati con la telecamera 
Padre Stefano propone sempre una visione teocentrica: Dio, l’uomo, i santi; morte, giudizio, inferno e paradiso. La dottrina viene mescolata con la vita, con gli esempi concreti tratti appunto dall’esistenza dei più fedeli seguaci di Cristo. Un po’ come le catechesi di padre Livio a Radio Maria, anche quelle di padre Stefano non lasciano indifferenti lettori e ascoltatori: li scuotono, li incalzano, non temono di turbare. Nello stesso tempo indicano cime, vette da raggiungere, da scalare; additano esempi affascinanti, propongono visioni soprannaturali.

Qualcuno si ritrae spaventato, qualcuno, invece, percepisce la voce di Colui che è venuto a salvarci, ma anche a svegliarci dal sonno. Quando decise di tentare la sua strada, padre Stefano scelse la città di Frigento, vicino ad Avellino, dove vi era un convento vecchio e malmesso, che divenne la prima Casa Mariana dell’Istituto dei frati francescani dell’Immacolata (dal 1998 di diritto pontificio).

Padre Manelli è fondatore anche delle suore francescane dell’Immacolata, molto dedite, come i frati, alla buona stampa (si va dalle pubblicazioni edificanti, popolari, alle riviste filosofiche e teologiche di alto livello) e all’evangelizzazione attraverso l’uso dei media più moderni. Se incontrate per strada un frate o una suora, azzurri, stile francescano, con in mano una sporta stile fra Galdino, e nell’altra una telecamera modernissima, ora sapete a che ordine appartiene.



Francesco Agnoli