martedì 6 marzo 2012

Concilio, post-concilio e crisi nella Chiesa. Fatti e protagonisti


Convegno promosso dal Santuario dell'Addolorata di Campocavallo e dall'Associazione Culturale "Catholica Spes"
Campocavallo (Osimo), 27 gennaio 2012

Introduce i lavori il Prof. Matteo d'Amico
Intervengono:
p. Serafino M. Lanzetta, FI
Dott. Lorenzo Bertocchi


Proponiamo la prima parte della registrazione: introduzione al convegno



sabato 25 febbraio 2012

La Massoneria tra esoterismo, ritualità e simbolismo: un nuovo libro di P. Siano, FI


P. Paolo M. Siano, La Massoneria tra esoterismo,ritualità e simbolismo, Vol. I, Studi vari sulla Libera Muratoria, Casa Mariana Editrice, Frigento 2012, pp. 543.



Dopo anni di ricerche sulla Massoneria l’Autore raccoglie in un primo volume alcuni suoi studi in gran parte già editi su riviste di apologetica e di teologia. Il primo capitolo è dedicato ad un’analisi storica e filosofica della formazione e della “nascita” ufficiale della Massoneria moderna. L’Autore non si limita a fornire date, fatti e nomi, ma si addentra con disinvoltura, chiarezza e competenza nella “selva” di riti, rituali, gradi massonici mostrando che l’esoterismo è parte costitutiva ed essenziale della Massoneria “regolare” e “tradizionale” (anzitutto della Massoneria britannica) e ciò sin dal XVII-XVIII secolo. L’Autore parla del concetto di esoterismo e fornisce i lineamenti essenziali di “scienze occulte” quali l’alchimia, l’ermetismo, la cabala ebraica, i cui principi e simboli si trovano nei rituali massonici anche in quelle Massonerie che dicono di avere poco o nulla a che fare con l’esoterismo. L’Autore analizza concetti massonici quali morte iniziatica, illuminazione, unione degli opposti… Siamo certi che questo libro non mancherà di suscitare grande interesse in lettori appassionati e studiosi dell’argomento.


L'Autore: P. Paolo M. Siano, sacerdote religioso dei Francescani dell'Immacolata, nel 2003 ha conseguito il Dottorato in Storia ecclesiastica presso la Pontificia Università Gregoriana con la tesi su San Massimiliano M. Kolbe e la Massoneria. Ha pubblicato vari saggi massonologici sulle riviste Fides Catholica, Immaculata Mediatrix, Annales Franciscani e Religioni e Sette.
Docente presso il Seminario Teologico Immacolata Mediatrice dei Francescani dell'Immacolata, dal 2006 è direttore della rivista di studi francescani Annales Franciscani.


Aquista il libro on-line oppure telefona allo 06.68.68.490

sabato 18 febbraio 2012

giovedì 16 febbraio 2012

La carità è un bene totale. Il Messaggio del S. Padre per la Quaresima


Il tema del messaggio del S. Padre per la Quaresima 2012 è stato desunto dalla Lettera agli Ebrei, che recita così in un passaggio: «Prestiamo attenzione gli uni agli altri per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone» (10,24).

Fare attenzione al fratello, accorgersi di colui che ho accanto e vedere in lui un alter ego: così nasce la carità.

«Il grande comandamento dell'amore del prossimo – dice il Pontefice – esige e sollecita la consapevolezza di avere una responsabilità verso chi, come me, è creatura e figlio di Dio: l’essere fratelli in umanità e, in molti casi, anche nella fede, deve portarci a vedere nell'altro un vero alter ego, amato in modo infinito dal Signore».

L’attenzione all’altro nasce dal desiderio di voler aiutare il fratello, visto come una persona, nella sua interezza, perciò dal punto di vista fisico, morale e spirituale.

Infatti, «la responsabilità verso il prossimo significa allora volere e fare il bene dell'altro, desiderando che anch’egli si apra alla logica del bene…». Desiderare il bene dell’altro è fare del bene perché il mio fratello diventi buono e si apra anch’egli al bene. Quanto è distante il nostro concetto di carità da questa bellissima riflessione del S. Padre! Abituati al materialismo, per noi carità è dare qualcosa, un’elemosina, un soccorso immediato. Cose ottime, ma che non bastano. La carità è dare il bene, dare Dio; far sì che anche il mio fratello ritorni al bene, e vedendo dapprima in me il bene, si apra anch’egli alla sua logica. Alla logica del bene che vince la prepotenza del male.

Bisogna prendersi anzitutto cura delle sofferenze altrui, dei bisogni immediati dei nostri fratelli. Se un uomo ha la pancia vuota, con fatica, se non addirittura con disprezzo e sarcasmo, penserà al Padre nostro che è nei cieli. Dare un bicchiere d’acqua per amore di Dio, un pezzo di pane è la prima carità, quella più immediata e originaria. Ma, dicevamo, questo non basta.

Bisogna poi prendersi cura delle necessità spirituali del nostro fratello. Il S. Padre introduce nel suo Messaggio un aspetto della vita cristiana caduto ahimè in disuso, la correzione fraterna in vista dell’eternità, ovvero l’ammonire il peccatore per guadagnare la sua anima al Regno dei cieli (cf. Ef 5,11).

«E qui desidero richiamare un aspetto della vita cristiana – scrive il S. Padre – che mi pare caduto in oblio: la correzione fraterna in vista della salvezza eterna. Oggi, in generale, si è assai sensibili al discorso della cura e della carità per il bene fisico e materiale degli altri, ma si tace quasi del tutto sulla responsabilità spirituale verso i fratelli. Non così nella Chiesa dei primi tempi e nelle comunità veramente mature nella fede, in cui ci si prende a cuore non solo la salute corporale del fratello, ma anche quella della sua anima per il suo destino ultimo».

Ci si è appellati, in questi ultimi anni, quasi sempre, alla riscoperta della Chiesa delle origini, come nella liturgia, così nella vita di fede e nella pratica della carità. Ma è proprio così? Abbiamo riscoperto davvero la fede dei nostri primi fratelli cristiani o piuttosto, col pretesto di ritornare ai primi secoli, ci siamo fermati ai nostri tempi, accontentati semplicemente di ciò che da noi era considerato più sobrio, scevro di tanti orpelli? Dov’è quella fede che porta anche al martirio? Cosa abbiamo fatto della Croce del Signore? In realtà, abbiamo semplicemente rifiutato la trasmissione della verità, e della fede. Anche la carità così si è secolarizzata. La carità senza la fede diventa facilmente un adeguarsi alla mentalità corrente, alla legge del relativismo religioso. Se faccio un atto di carità partendo dal presupposto che tutte le religioni sono buone e salvifiche, quale contenuto avrà quel mio atto a favore del fratello? Non sarà forse solo un dargli ciò di cui ha bisogno per una vita umana più riuscita? Mi preoccuperò della sua vita eterna? Della sua salvezza? Purtroppo no. Il relativismo e il sincretismo sono una minaccia alla carità vera, all’essere spinti sempre e solo dall’amore di Cristo.

«Penso qui all’atteggiamento – continua il S. Padre – di quei cristiani che, per rispetto umano o per semplice comodità, si adeguano alla mentalità comune, piuttosto che mettere in guardia i propri fratelli dai modi di pensare e di agire che contraddicono la verità e non seguono la via del bene».

La carità deve mirare ad un fine escatologico, al Regno di Dio. Se la carità diventa – come purtroppo è successo in tanti strati ecclesiali – il mezzo della solidarietà e della mera accoglienza, dimentichi della salvezza eterna di quelle anime, di quegli uomini che ci chiedono il pane ma anche la verità e la libertà, allora la carità diventa un’altra faccia dell’assistenzialismo sociale. La Chiesa si secolarizza a causa di una carità intenta ormai ai mezzi sociali, o forse al riscatto sociale.

La carità è la preoccupazione per l’altro, che mi appartiene, che è parte di me, dell’unico Corpo di Cristo. Entrambi dobbiamo essere salvati da Cristo:

«l’altro mi appartiene – continua il S. Padre –, la sua vita, la sua salvezza riguardano la mia vita e la mia salvezza. Tocchiamo qui un elemento molto profondo della comunione: la nostra esistenza è correlata con quella degli altri, sia nel bene che nel male; sia il peccato, sia le opere di amore hanno anche una dimensione sociale».

Dobbiamo perciò ritornare in questa Quaresima al concetto autentico di carità: desiderare il bene integrale dell’uomo per amore di Dio; un bene naturale e soprannaturale, del corpo e dell’anima. Soprattutto dell’anima in vista dell’eterna salvezza e perciò del corpo, in vista della sua futura risurrezione alla fine dei tempi. La carità urge in noi il desiderio di avere accanto a noi nell’eternità quel fratello che abbiamo incontrato nel tempo.


p. Serafino M. Lanzetta, FI

sabato 11 febbraio 2012

Cosa dico quando affermo: credo? Alcuni principi per credere


1) Io credo

Cosa diciamo quando affermiamo nella nostra professione di fede “credo”?

Si tratta di un atto dell’uomo che supera la ragione e mi fa accogliere per la grazia di Dio una verità più grande di me, che mi supera ma che al contempo mi dà la ragione di me e di tutto ciò che esiste. Credere è accogliere la Rivelazione di Dio, ovvero la verità che Dio mi da conoscere per la mia salvezza. Credere è un atto di obbedienza a Dio, mossi dalla sua grazia.

Ma credere è possibile per l’uomo del XXI secolo sempre più sofisticatamente esperto della realtà e dei processi della materia?

Sì, infatti, se osservo le cose mi accorgo che la realtà è più grande di me. Mi rendo conto che non sono io il centro dell’universo, né la ragione di ciò che esiste, neppure la ragione di me stesso. Questo mi dà modo di riflettere che necessariamente debbo andare oltre il finito, oltre me stesso e oltre la mia stessa ragione. O scelgo il mistero o il nulla. Non c’è alternativa. La fede è la scelta di Dio, del tutto. L’unica vera alternativa al nichilismo.

"Chi non ammette l’insondabile mistero non può essere neanche uno scienziato". (A. Einstein)

Count Kessler un giorno chiese ad Einstein: "Professore sento dire che lei è profondamente religioso". Einstein gli rispose: "Sì, Lei può dirlo. Cerchi e penetri con i limiti della nostra mente i segreti della natura e scoprirà che, dietro tutte le discernibili concatenazioni, rimane sempre qualcosa di sottile, di intangibile e inesplicabile. La venerazione per questa forza, al di là di ogni altra cosa che noi possiamo comprendere, è la mia religione. A questo titolo io sono religioso".

Oggi, in un momento di grande crisi e smarrimento sociali, siamo semplicemente di fronte al problema del PIL, del debito sovrano, oppure ad un problema della ragione chiusa a Dio? Non è forse vero che viviamo in un mondo meno umano e tante volte disumano? È sempre più difficile nascere ed è sempre più facile morire. Si consuma ma non si produce e si importa. Col decrescere del PIL decresce anche la nostra capacità di essere uomini, mentre aumentano le disperazioni e i delitti più orridi. Viviamo una delle più grandi crisi economiche, ma che prima ancora di essere crisi dell’euro è una crisi di valori umani e cristiani. Così l’economista della S. Sede Ettore Gotti Tedeschi ha riassunto il problema:

«Ci troviamo di fronte a un nuovo ordine economico mondiale provocato dal crollo delle nascite in Occidente, dalla globalizzazione accelerata che ha delocalizzato troppe produzioni in Asia, dividendo il mondo tra Paesi consumatori e non produttori e Paesi produttori ma non ancora consumatori. Il nuovo scenario attuale è dovuto in sostanza alla crescita consumistica a debito, insostenibile, nel mondo occidentale».

Questa tremenda inversione della realtà ha a che fare con l’assenza di Dio oppure no? Sì, se ci riflettiamo scopriremo che sottraendo il primato a Dio e alla fede, la ragione, mettendo al centro se stessa, si autodemolisce. In tutti gli ambiti della vita umana. Il mito della ragione onnipotente diventa esperienza e risultato di un’umanità miserevole. L’inversione della fede in Dio in una fede nella scienza e nell’economia senza più Dio ha provocato la caduta miserevole dei principi primi della vita umana. L’economia si regge sui veri valori umani e l’uomo si regge solo su Dio. Se viene meno Dio, la fede in Lui, cade l’edificio umano.


2) Io credo in Dio. Ma credo solo in Dio

Non si può non credere. Credere perciò è profondamente umano. L’ateo militante è un credente all’incontrario. Con un giovane filosofo francese, Fabrice Hadiadj, figlio di ebrei tunisini, convertitosi al cristianesimo in età adulta, possiamo dire:

«Il rimprovero che si può fare agli atei è quello di non essere ciò che pretendono di diventare. Un ateo è per definizione qualcuno che è “senza dio”. Egli deve sbarazzarsi di tutti gli idoli. E di conseguenza deve sforzarsi di non fare un idolo del suo proprio ateismo».

Tra gli atei militanti e i credenti che fanno di Dio una proprietà privata si collocano oggi, al dire di Benedetto XVI gli agnostici, cioè quegli atei che in fondo sono in ricerca, quelli che sono aperti a Dio almeno ed inizialmente come ad uno Sconosciuto. Diceva il S. Padre ad Assisi nell’ottobre scorso:

«Io penso che la Chiesa dovrebbe anche oggi aprire una sorta di “cortile dei gentili” dove gli uomini possano in una qualche maniera agganciarsi a Dio, senza conoscerlo e prima che abbiano trovato l’accesso al suo mistero, al cui servizio sta la vita interna della Chiesa. Al dialogo con le religioni deve oggi aggiungersi soprattutto il dialogo con coloro per i quali la religione è una cosa estranea, ai quali Dio è sconosciuto e che, tuttavia, non vorrebbero rimanere semplicemente senza Dio, ma avvicinarlo almeno come Sconosciuto».

Queste persone, continua il Pontefice,

«tolgono agli atei combattivi la loro falsa certezza, con la quale pretendono di sapere che non c’è un Dio, e li invitano a diventare, invece che polemici, persone in ricerca, che non perdono la speranza che la verità esista e che noi possiamo e dobbiamo vivere in funzione di essa. Ma chiamano in causa anche gli aderenti alle religioni, perché non considerino Dio come una proprietà che appartiene a loro così da sentirsi autorizzati alla violenza nei confronti degli altri».


3) Credo è affidarsi ad una testimonianza basata sulla verità

Qui è implicato il concetto di trasmissione della fede, che viene dall’alto e ci raggiunge di bocca in bocca, di cuore in cuore. Credere è riscoprire la Tradizione della Chiesa per credere con la Chiesa. La fede è possibile solo nella compagine vivente del Cristo risorto, la Chiesa e con la fede viva del Corpo mistico del Signore. La fede è un dono che viene dall’alto e mi incorpora con i miei fratelli nella Comunità dei salvati.

Chi crede non è mai solo. Si crede sempre come corpo di Cristo. Questo mi preserva dalla solitudine, dall’individualismo, da una fede “fai da te”, che oggi impera nella nostra cultura. Credere oggi è più urgente che ieri: è l’unica vera ripresa del mondo in frantumi.


Proponiamo ai nostri lettori la registrazione audio di una conferenza di P. Serafino M. Lanzetta su Cosa significa credere. Fondamenti di dottrina cristiana.


Ascolta







mercoledì 8 febbraio 2012

Anniversario di “Fides Catholica” (2006-2011)



(Fonte: Corrispondenza Romana) E’ arrivata già al VI anno di vita, nel sospetto silenzio della letteratura teologica che va perla maggiore – e con all’attivo ben 12 numeri pubblicati (per oltre 3000 pagine complessive) – la densa “Rivista [semestrale] di apologetica teologica”, “Fides Catholica” (può richiedersi a: fifirenze@davide.it. L’abbonamento annuale è di soli 20 euro).
Ottimamente diretta da padre Serafino M. Lanzetta, uno dei più giovani e promettenti teologi cattolici contemporanei e non solo all’interno della Congregazione a cui appartiene (i Frati Francescani dell’Immacolata, fondati a Frigento nel 1970 da p. Stefano M. Manelli), FC si staglia in controtendenza in rapporto ad un clima ecclesiale segnato da una crisi strutturale che parrebbe quasi irreversibile, caratterizzata, in estrema sintesi, dall’appiattimento generale sulle posizioni filosofiche e “scientifiche” dominanti, laiche e relativiste.
La Rivista, sorta all’indomani del Discorso alla Curia Romana di Benedetto XVI (22 dicembre 2005) in cui per la prima volta si parlava chiaramente della discontinuità tra teologia post-conciliare e universale Tradizione cattolica, ha presentato e presenta in ogni numero (di oltre 200 pagine) un vasto materiale di ricerca, di alto tenore scientifico.
Tra i vari Dossier tematici finora trattati spiccano, per scientificità, competenza teologica e amore della piena ortodossia cattolica, quello sull’incompatibilità tra Cristianesimo e Massoneria di ogni rito e tendenza (cf FC, 1/2006, 2/2006, 1/2011, 2/2011) e quello sull’impossibilità di cassare le verità teologiche, dedotte dalla fede e dalla intera Tradizione dogmatica, dell’inferno dei dannati (cf. FC, 2/2008 e 1/2009) e dello stesso Limbo per i bambini non battezzati (cf. FC, 2/2009 e 1/2010).
Rilevante poi l’analisi sistematica del pensiero e delle opere del gesuita Karl Rahner, giustamente ritenuto dalla rivista come l’artefice o uno degli artefici della nuova impostazione teologica post-conciliare, antropocentrica e immanentista (cf. FC 2/2007; 2/2009; 2/2011). Molti i collaboratori di chiara fama e di rara competenza: oltre agli ormai noti teologi francescani p. Alessandro M. Apollonio e p. Paolo M. Siano, si segnalano i nomi di mons. Brunero Gherardini, don Manfred Hauke, don Ignacio Andereggen, mons. Nicola Bux e vari altri. Insomma nell’apparente trionfo ecclesiale, seguito al Vaticano II, di riviste eretizzanti, “Fides Catholicaˮ (che ha ricevuto l’apprezzamento di insigni prelati) rappresenta oggi una voce di verità e di fedeltà indiscussa alla Tradizione, al Magistero perenne e all’immutabile Vangelo di Cristo.

Fabrizio Cannone

mercoledì 18 gennaio 2012

Alla scuola della più sicura teologia cattolica sul Mistero Eucaristico: un nuovo studio alla portata di tutti


«Il presente libro compie una indispensabile ed urgente opera di chiarificazione, di approfondimento e di difesa della fede nel mistero eucaristico. In un tempo di grande crisi della fede e della vita eucaristica, come è il nostro, abbiamo il sacro dovere di diffondere la sana e chiara dottrina sull'Eucaristia. L'autore ci presenta in modo corretto la ricchezza degli insegnamenti del Magistero sull'Eucaristia, c'è realmente bisogno di parlare con la voce chiara della Chiesa stessa».

Dalla Prefazione, S. Ecc. Athanasius Schneider


«Alla scuola della più sicura teologia cattolica sul Mistero Eucaristico, contenuta e spiegata così bellamente nel presente studio, unita alla grande scuola dei Santi, possiamo anche noi percorrere le vie della crescita nell'esperienza dell'amore divino più ineffabile, ossia dell'amore di Gesù Eucaristico, Ostia d'amore che vuole venire in noi per farci stare in Lui: " Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, rimane in Me e Io in lui" (cf. Gv 6, 54-56)»

Dalla Presentazione, Rev. mo P. Stefano M. Manelli


Il compendio e la somma della nostra fede», così, con sen­tenza scultorea, è stata descritta l’Eucaristia[1], come pure, «la fonte e il culmine della vita cristiana», secondo una felice for­mula sintetica del Vaticano II[2].

Chi si accosta al mistero dell’Eucaristia, in effetti, fin da su­­bito deve avvertire che si tratta del tesoro più prezioso che Dio abbia donato all’umanità raccolta nella Chiesa: «nella San­tis­si­ma Eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale del­la Chie­sa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua»[3]. Nel­l’Eu­caristia, in­fat­ti, non c’è solamente la virtù dinamico-sal­vi­fica di Cristo co­­me negli altri Sacra­menti, ma Egli stesso è pre­sente vera­men­te, realmente, so­stan­zialmente, per­so­nal­men­te e, nella santa ri­­serva delle sa­cre specie, in modo per­manente.

In un’epoca difficile in cui il mondo sembra spesso vi­ve­re spiritualmente immerso in una sorta di “eclissi del senso di Dio”, mentre avanza un’“apostasia silenziosa” che, nella ne­ga­zione pratica della fede ricevuta, porta a vi­ve­re come se Dio non ci fosse e come se il Verbo non si fos­se incarnato, Gesù Eu­caristico rimane sopranna­tu­ral­men­te il Faro che sprigiona la luce della verità per orien­tare l’e­si­sten­za, ma anche più il Fuo­co che scalda il cuore con il Suo a­more che supera ogni co­no­scenza. Nulla al mon­do vale quan­to l’Eucaristia; il Mistero do­nato da Cri­sto alla Chiesa non dovrà mai andare perduto. Per la vita dei fedeli e la sal­vez­za del mondo, perché sia viva e sal­­vifica una spiritualità eucaristica autentica, Esso va accol­to e trasmesso in tutta la sua integrità. […]

Il presente lavoro, evidentemente, non è che una sem­pli­ce opera compilatoria di un giovane discepolo di buo­ni mae­stri. Essa vuole porsi su un piano dogmatico-cate­chetico, ma con frequenti richiami all’aspetto litur­gi­co, nel­l’ambito della let­teratura prodotta, perché possa sorgere un nuovo movimento li­tur­gi­co, che giunga ad o­perare una riforma della ri­for­ma liturgica post-Vaticano II.

L’aspirazione è quella di fornire un opuscolo teolo­gico d’in­dole divulgativa, che non può avere, ovvia­men­te, la pro­fondità di un manuale scolastico per le que­stio­ni più sottili dal punto di vista dogmatico. Esso è of­fer­to co­me possibile stru­mento di studio a sacerdoti e catechisti, ma anche a quei fe­deli – e oggi non sono affat­to pochi – che, nella piena fe­del­tà al Magistero della Chie­­sa, desi­de­rano una formazione più ac­curata in mate­ria. Que­sta nuova sensibilità di numerosi fe­de­li alle rette dottrina e liturgia, in effetti, è da vedersi come un vero do­no di Dio per la Chiesa navigante nelle acque agi­ta­te di questo inizio di millennio.

Non è possibile per i cristiani vivere pienamente del­l’Eu­­ca­­ristia, infatti, senza rettamente credere in Essa e, quin­di, sen­­­za rettamente partecipare ad Essa.

La speranza è che, coniugando nova (Magistero a se­gui­re il Vaticano II) et vetera (Magistero perenne, con spe­ciale at­ten­zione a quello del Concilio di Trento che per l’Eucaristia è con ogni evidenza imprescindibile), que­sto contributo pos­sa essere di qualche giovamento al re­cu­pero e al raf­for­za­men­­to, in solidità e vitalità, in ortodossia e or­to­prassi, di una spiritualità eucaristica autentica nella vita della Chiesa. Pos­sa la Chiesa Madre e Maestra valorizzare sempre più tutta la potenzialità santificante della verità di questo mistero d’amo­re, che è vincolo d’alleanza sponsale tra Dio Unitrino e l’u­ma­nità nella Chiesa!

La prima dedica, pertanto, è senz’altro per il Santo Pa­dre Be­nedetto XVI, che con i suoi insegnamenti e il suo e­sem­pio in­­dica le vie delle rette dottrina e vita eucaristiche a tut­ta la Chie­sa; come si noterà, numerosi suoi impulsi teo­lo­gico-li­tur­gici sono stati accolti e sviluppati in queste pagine. Gratitudine vuole essere espressa, tuttavia, an­che a tutti i Sommi Pontefici che l’hanno preceduto nel­l’ul­ti­mo secolo, dall’intrepido san Pio X pas­sando per Pio XII – il Pa­stor Angelicus d’immortale me­mo­ria – fino al vene­ra­to Gio­van­ni Paolo II, i quali hanno di­feso illustrato ed ap­pro­fondito con il loro magistero la ve­rità del mistero eu­ca­ri­sti­co.

La considerazione del Magistero ecclesiastico come nor­ma prossima e definitiva della fede, il grande apprezza­men­­­to se­gna­tamente per il magistero eucaristico dei Som­mi Pontefici del­l’ultimo secolo, unitamente al desi­de­rio di offrire un con­tri­buto realmente cattolico nel senso di uni­versale, sono le ra­gio­ni principali del perché si è op­ta­to per indicare in calce, ec­cetto alcuni pochi rife­ri­men­ti ai Padri e Dottori della Chie­sa, soltanto i rimandi al­l’au­torità dei documenti pontifici. È, que­sta, una se­gna­la­zione meto­do­lo­gica doverosa [Dalla premessa, continua].


[1] Catechismo della Chiesa Cattolica (=CCC), 19992, n. 1327.

[2] Concilio Vaticano II, Cost. Dogm. Lumen Gentium (=LG), 21.11.1964, n. 11.

[3] Idem, Decr. Presbyterorum Ordinis (=PO), 07.12.1965, n. 5.


L'Autore: p. Massimiliano M. Degasperi, FI è docente di teologia dogmatica presso l'Istituto Teologico Immacolata Mediatrice dei Francescani dell'Immacolata. Dottorando in teologia dogmatica, ha fatto la sua tesi di licenza sul mistero della SS. Trinità nel Card. Leo Scheffczyk.


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sabato 14 gennaio 2012

I non credenti 
e la ricerca di Dio


Dopo lo storico invito di Benedetto XVI ad Assisi

Fonte: L'Osservatore Romano, del 14.01.2012


Traduzione italiana di un articolo del direttore dell’Istituto di ricerche filosofiche della Universidad Nacional Autónoma del Messico, che esce sulla rivista «Palabra». 



Il 27 ottobre 2011 sono stato invitato, insieme a Walter Baier, Remo Bodei e Julia Kristeva, all’incontro ecumenico e interreligioso organizzato ad Assisi dalla Chiesa cattolica. Noi quattro siamo non credenti dichiarati, ma siamo stati invitati con uno storico gesto di Papa Benedetto XVI a favore del dialogo fra credenti e non credenti. Mi sembra che l’importanza di questo dialogo non si possa ignorare. Credo tuttavia che per configurarlo meglio occorra fare alcune distinzioni.

Così come i credenti non sono tutti uguali — ce ne sono di fedi e atteggiamenti differenti — non lo sono neppure i non credenti. Potremmo dire che normalmente i non credenti si trovano tra due estremi: da una parte ci sono gli atei pieni di rabbia, nemici di Dio e della religione, dall’altra gli agnostici spirituali che stanno per convertirsi a una religione specifica. Fra questi due estremi, tanto distanti fra loro, ci sono molti tipi di non credenti: i tolleranti, gli indifferenti, quelli che cercano Dio, quelli che si rifiutano di credere in lui, e così via.

Ci sono anche atei che in realtà non lo sono, che credono in Dio nel profondo del loro animo, ma che sono arrabbiati con lui e che perciò lo negano. Ci sono pure agnostici che in realtà non lo sono, che credono nella divinità ma che non ne conoscono il volto e quindi non adottano una religione specifica. Lo spettro delle posizioni è amplissimo e perciò parlare di non credenti in astratto genera non poche difficoltà.

Di questo noi quattro non credenti invitati ad Assisi ci siamo subito resi conto. Le nostre posizioni di fronte alla religione e di fronte alla divinità erano molto diverse. Sembra che, dei quattro, io sia stato l’unico a sentirsi identificato con il messaggio del Papa agli agnostici. Nel suo discorso di Assisi, Benedetto XVI ha fatto una distinzione fra atei e agnostici. Ha descritto i primi come antireligiosi e i secondi come persone che soffrono per la loro mancanza di fede e che nella loro ricerca della verità e del bene cercano anche Dio.

Quando ho ascoltato questa definizione degli agnostici mi sono commosso. In effetti, nella mia umile ricerca della verità mi sono interrogato sull’esistenza di un Dio che potesse dare una risposta alle mie domande. E nello scoprirmi senza fede, senza protezione, ho anche desiderato l’esistenza di un Dio che mi offrisse sostegno nei giorni più neri.

Ma non sempre penso e sento allo stesso modo. A volte, la stessa ricerca della verità, vale a dire della verità oggettiva — quale altra potrebbe essere? — mi fa pensare che Dio non esiste, che dobbiamo cercare le risposte da soli. Altre volte, quando soffro per la mia solitudine, per la mia finitezza, qualcosa dentro di me mi fa ribellare contro l’idea che solo un Dio magnanimo potrebbe tirarmi fuori da questo stato. E allora ritrovo nella mia condizione la dignità e il coraggio sufficienti per andare avanti. L’agnostico che soffre perché è senza Dio e lo cerca è, a mio parere, un tipo molto speciale di non credente che non si può prendere come esempio paradigmatico dell’agnostico.

Se la Chiesa cattolica desidera veramente dialogare con tutti i non credenti, dovrà riconoscere che ce ne sono di tanti tipi, che non tutti cercano Dio o soffrono per la sua mancanza, e che tuttavia molti di essi sono disposti ad aprire la propria mente e il proprio cuore per avviare un dialogo costruttivo con i cattolici. Se qualcosa possiamo prendere da quello che potremmo chiamare il “nuovo spirito di Assisi” è proprio questo.


Guillermo Hurtado


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Leggi anche l'intervista ad Hurtado

Lo UAAR si era accorto di questa distinzione che aveva fatto Benedetto XVI ad Assisi tra atei ed agnostici (leggi), definendo il Pontefice un "ateofobo" (leggi). Intanto è chiaro che Benedetto XVI non intende mettere gli atei in cattedra ma annunciare ad ogni uomo di buona volontà il Dio vero, il Dio Amore che salva.

martedì 10 gennaio 2012

La rappresentazione blasfema di R. Castellucci, nel silenzio dei più



Purtroppo nella città di Milano, proveniente dalla Francia, sarà presto inscenata una rappresentazione davvero blasfema contro il Volto e quindi la Persona di Gesù Cristo, opera del regista romagnolo Romeo Castellucci, dal titolo «Sul concetto di volto nel Figlio di Dio». L’allusione è quindi chiara e determinata a Cristo e al suo Volto. Il problema veramente grave è che questo Volto diventa oggetto di orribili esecrazioni, quando l’anziano incontinente versa in faccia a Cristo il liquame delle sue dissenterie. Quel Volto sarà anche preso a sassate e gli si dirà «(Non) sei il mio pastore».

Come cattolici chiediamo rispetto. Castellucci non può insultare pubblicamente il Sacro Volto di Cristo, dolorante e maestoso, come risulta anche dalla Sacra Sindone.

A nulla vale poi camuffare il proprio dileggio per l'altrui fede, trincerandosi dietro i contorni evanescenti dell'arte contemporanea, il cui vero intento sarebbe noto solo all'artista, rimanendo ad altri (profani) sfuggevole e sempre al di là. Sia il regista che diversi interpreti (anche credenti), infatti, trovano una giustificazione allo spettacolo nel definirlo artistico e il liquame inchiostro. L’arte stessa sembra diventata un grande calderone dove tutto bolle, e deve bollire. No, si tratta di buon senso e, anche, di rispetto per le persone credenti in Gesù Cristo.

La libertà religiosa è anzitutto un'esigenza del rispetto del diritto alla libertà religiosa dell’uomo e di conseguenza di tutto ciò che è contenuto sacro di una fede religiosa, del cristianesimo in questo caso.

È necessario che i nostri Pastori, i Vescovi cioè, facciano sentire la loro voce di protesta, ferma e caritatevole, perché cessi davvero questo clima di cristianofobia che sempre più si alimenta. Sarebbe confortante per tutti i credenti se la Conferenza Episcopale Italiana, sempre così attenta ai problemi della società, intervenisse ora con parole di chiara disapprovazione. Non ne va di mezzo il dialogo con l’arte e la cultura, ma la dignità di Nostro Signore.

I nostri fratelli cristiani in altre parti del mondo vengono uccisi perché sono di Cristo. Uniamo la nostra voce al loro sangue e difendiamo la nostra identità.


p. Serafino M. Lanzetta, FI