giovedì 5 aprile 2012
Resurrexit Christus vere! Alleluia
giovedì 29 marzo 2012
Mons. Antonio Livi critica Enzo Bianchi e Piero Coda

Dopo aver pubblicato un interessante volume di epistemologia teologica, partendo dalla filosofia del senso comune: Vera e falsa teologia. Come distinguere l'autentica "scienza della fede" da un'equivoca "filosofia religiosa", Roma 2012, Mons. Livi entro nel vivo e fa anche i nomi della falsa teologia, o esegesi che sia. E questo per un dovere pastorale, dice. Si veda su La Bussola Quotidiana anche la sua risposta al direttore di Avvenire.
Fonte: Corrispondenza Romana
Mons. Antonio Livi non fa parte di quelle correnti insipide della cosiddetta “teologia contemporanea” per la quale la parola teologia non significa affatto studio, amoroso, di Dio e della sua Parola-Legge, ma mero conseguimento di titoli accademici presso uno dei tanti pontifici istituti della Penisola. Eppure, di mons. Livi, già Decano e docente di Filosofia alla Lateranense, è impressionante la produzione teologica e filosofica, con decine di volumi pubblicati (l’ultimo e decisivo contributo è Vera e falsa teologia. Come distinguere l’autentica “scienza della fede” da un’equivoca “filosofia religiosa”, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2012).
Si dice perfino che abbia contribuito, da par suo, alla redazione della magnifica enciclica, oggi rimossa, Fides et ratio (1998). Da tempo poi, collabora con varie iniziative di apologetica cattolica, come la Bussola quotidiana on line. Su quest’ultima rubrica ha pubblicato recentemente (13 marzo 2012) un’importante critica teologica verso l’auto-nominatosi “profeta di Bose”, quel fratel Enzo Bianchi che, oltre ad essere autore di molte opere discusse e discutibili, è stato altresì iniziatore di una comunità religiosa, di stampo eterodosso, verso la fine del Vaticano II.
Bianchi appartiene, se si vuole, all’ultima generazione del neo-modernismo post-conciliare, in compagnia di vari teologi e intellettuali cattolici che si caratterizzano da un lato per l’eterodossia delle posizioni (tutti gli autori censurati dal Magistero negli ultimi anni, da Küng a padre Sobrino, sono di questa corrente spuria) e dall’altro per l’enorme presenza sui media, purtroppo anche cattolici (“Avvenire” e “Famiglia Cristiana” in primis).
Scrive Livi: «Grazie al non disinteressato aiuto dei media anticattolici, Enzo Bianchi ha saputo gestire molto bene la propria immagine pubblica: quando si rivolge a quanti si professano cattolici, Enzo Bianchi veste i panni del ‘profeta’ che lotta per l’avvento di un cristianesimo nuovo (un cristianesimo che deve essere moderno, aperto, non gerarchico e non dogmatico, cioè, in sostanza, non cattolico); quando invece si rivolge ai cosiddetti ‘laici’ (ossia a coloro che hanno smesso di professarsi cattolici oppure non lo sono mai stati ma desiderano tanto vedere morire una buona volta il cattolicesimo), Enzo Bianchi si presenta simpaticamente come loro alleato, come una quinta colonna all’interno della Chiesa cattolica (se non piace la metafora di ‘quinta colonna’ posso ricorrere alla metafora, ideata da Dietrich von Hildebrand, di cavallo di Troia nella Città di Dio)».
Con questa doppiezza né profetica né cristiana, il Bianchi è riuscito ad avere una popolarità incredibile che lo candida ad “anti Papa” viste le sue posizioni lontane dal Magistero e in opposizione frontale con la Tradizione. Impossibile ripercorrerle tutte! Si oppose, negli ultimi anni, al celibato sacerdotale, alla dichiarazione Dominus Jesus, al motu proprio Summorum Pontificum, e perfino alla Madonna di Fatima la quale condannando, tra le ideologie moderne, solo il comunismo (ideologia con cui solitamente simpatizzano modernisti e semi-modernisti), non sarebbe credibile!!
Qualche giorno prima mons. Livi, con la medesima acribia teologica e filosofica, aveva espresso alcune serissime riserve nei riguardi del teologo Piero Coda, certamente meno conosciuto del Bianchi, ma ben noto, come un capofila del progressismo cattolico. In questo lungo testo, pubblicato dal blog Disputationes Theologicae, Livi stila preventivamente 10 criteri per distinguere gli errori dal dogma cattolico: si tratta di punti di fondamentale importanza teologica che non abbiamo lo spazio di riprendere qui. Ma che certamente dovranno essere sapientemente valutati da chi non vorrà proporre una nuova Professio fidei che voglia escludere le ambiguità teologiche più diffuse, anche in connessione con la giusta interpretazione o applicazione delle novità conciliari.
Livi accusa Coda di essere dipendente dall’idealismo di Hegel e di identificarsi «volutamente con il metodo di quella ‘filosofia religiosa’ moderna e contemporanea» che egli ha «denunciato altrove come fonte dell’inquinamento metodologico della teologia cattolica del Novecento».
Anche Coda, come Enzo Bianchi, Hans Küng, e prima di loro Karl Rahner, ha ribaltato l’ermeneutica tradizionale: non legge infatti la filosofia e le opinioni del tempo alla luce del Vangelo, ma reinterpreta le categorie bibliche e teologiche, alla luce della modernità immanentista ed anti-teista.
Infine, secondo Livi, mons. Coda ignora «le differenze dottrinali tra cattolicesimo, ortodossia e protestantesimo». Cosa, in verità, né innocente, né rara nella teologia accreditata come scientifica nel post-Concilio. Auspichiamo che questa di Livi sia la prima di una serie di ormai indispensabili messe in guardia che dimostrino come la lettura del Concilio alla luce della Tradizione sia la strada obbligata per depurare la teologia cattolica dagli abbagli della modernità.
Fabrizio Cannone
martedì 13 marzo 2012
In Olanda c'è stata una sbagliata interpretazione del Concilio

Il cardinale Adrianus Johannes Simonis propone di studiare la "Lumen gentium"
di Paola de Groot-Testoni
(Fonte: Zenit.org)
A Utrecht si trova la Paushuize, ovvero la casa dell’unico Papa olandese della storia, Adriano VI, al secolo Adriaan Floriszoon (o Florenszoon) Boeyens (1459-1523).
L’allora vescovo di Tortosa, in Spagna, fece costruire la casa nella sua città natale, con l’intento di tornarvi una volta terminato il suo mandato. Ma il Signore aveva altri piani: Adrianus nel 1517 venne nominato cardinale e, cinque anni dopo, eletto Papa.
Morirà a Roma l’anno successivo senza aver mai abitato la Paushuize. Dopo anni di incuria, l’edificio è stato affidato a Ubbo Hylkema la massima autorità olandese nel campo del restauro di dimore storiche. Dopo due anni di lavori, di ristrutturazione accurata e meticolosa, l’edificio è stato riaperto al pubblico. In occasione della cerimonia è stato invitato il Cardinale Adrianus Johannes Simonis, al quale Zenit ha rivolto alcune domande.
Eminenza Lei ha partecipato al Concilio Vaticano II?
Simonis: No, purtroppo no. Non ho partecipato al Concilio però in quel periodo ero presente a Roma, dove ho studiato dal 1959 al 1966.
Ci può comunque dire quali sono stati, secondo Lei, gli insegnamenti e le argomentazioni migliori che sono emerse da quel Concilio?
Simonis: Da quel Concilio una nota importante è sicuramente l’adattamento alla mentalità di questo tempo ma la più importante è la riflessione che ne è scaturita sul ruolo stesso della Chiesa. La Lumen gentium, per me, ne è stato il documento più importante.
La Chiesa olandese non visse serenamente il post-Concilio: ci furono polemiche sul catechismo e altre controversie. A 50 anni da quell’evento, qual è la situazione attuale?
Simonis: La situazione della Chiesa Olandese dopo il Concilio è molto difficile da descrivere. All’epoca abbiamo avuto una polarizzazione su due fazioni. Vivevamo praticamente con due chiese in una. Con una fazione che era molto radicale e voleva cambiare tutto, ma nella quale la fede era molto diminuita. Adesso questa polarizzazione è più o meno finita ma, come conseguenza, moltissimi hanno perduto la fede e hanno lasciato la Chiesa. In generale si può dire che in Olanda vige l’“indifferentismo”. Il Santo Padre, qualche settimana fa, ha detto una cosa molto giusta: ogni uomo ha un senso religioso, una tendenza a cercare Dio, al trascendente; ma in tanta gente questo senso religioso si è perduto, è entrato in coma e questo vale particolarmente per la nostra nazione.
Cosa si è sbagliato nell’interpretare il Concilio?
Simonis: Sì, è proprio vero: c’è stata una sbagliata interpretazione del Concilio. Non hanno letto i documenti ma si sono limitati ad argomentare, basandosi sul cosiddetto “spirito del Concilio”, cioè: tutto è permesso, tutto può cambiare.
Forse anche una sbagliata interpretazione del ruolo dei laici nella Chiesa?
Simonis: Sicuramente, col risultato che i laici in Olanda sono diventati più o meno dei sacerdoti e i sacerdoti si sono laicizzati.
Il Pontefice Benedetto XVI ha indetto l’Anno della Fede e una mobilitazione per la Nuova Evangelizzazione. Cosa dovrebbe fare la Chiesa nei Paesi Bassi?
Simonis: Quello che ho sempre detto è: catechesi, catechesi, catechesi. Manca una catechesi ben fondata, ma adesso il problema è che i giovani si sono così allontanati dalla fede e dalla Chiesa che dicono non ne hanno bisogno, perchè materialmente hanno tutto. Spero, anche se è un’idea un po’ strana, che questa crisi economica, possa condurli a riflettere. Nei Paesi Bassi adesso si reagisce solo a livello emotivo, non si pensa più. Secondo me il Pontefice Benedetto XVI vuole farci riflettere. Ho appena letto un libro del Santo Padre sulla verità, sulla tolleranza e sui problemi moderni legati alla relazione con le altre religioni: il suo invito è pensare e riflettere, usare la ragione, ma in Olanda si usa solo l’emozione. Questo è molto pericoloso.
Siamo in tempo di Quaresima. da Roma chiedono molta attenzione alla confessione e alla pratica dell’Eucaristia. Com’è la situazione nei Paesi Bassi e in che direzione si sta andando?
Simonis: Ormai da 40 anni la confessione è completamente perduta, e lo sa perchè? Perchè gli olandesi non peccano! Nel senso che non sanno più che cos’è il peccato. Il concetto di peccato è legato alla coscienza di Dio, se non si crede più ad un Dio personale, non si pensa più di peccare. Il nostro paese è pieno di “qualchecosisti”, persone che credono in un’entità astratta, che esista qualcosa ma non un Dio personale: per questo pensano di non peccare.
Quindi la confessione non diventa più necessaria?
Simonis: La verità è che nei Paesi Bassi abbiamo bisogno di una conversione totale.
Una sua riflessione personale sulla sua vita di sacerdote, arcivescovo e cardinale. Cosa può dire alle giovani generazioni e ai ragazzi che stanno studiando nei seminari?
Simonis: Dico loro per prima cosa di imparare a pensare, a riflettere. E poi pregare, pregare, pregare. La preghiera è importantissima, è e deve essere il fondamento della vita umana, ma in Olanda non si prega perchè non si crede in un Dio personale ma solo in un ente vago.
Con Wim Eijk, l’Olanda ha un nuovo porporato. Qual è il suo augurio per lui in questi tempi difficili, non solo di crisi economica?
Simonis: Gli ho subito scritto quando ha avuto la nomina cardinalizia. Gli ho augurato di poter conservare lo spirito di servizio. Questa è la più grande responsabilità di un cardinale: restare in questo spirito di servizio alla Chiesa e al Signore. Ciò per l’onore di Dio, per la salute degli uomini e a imitazione del Cuore di Gesù: un cuore pieno di verità, di amore e di misericordia.
Questa è anche la sua esperienza personale di cardinale?
Simonis: Sì, ho cercato di vivere in questo spirito il mio cardinalato per 27 anni. Adesso sono un vecchio cardinale, ho compiuto 80 anni e non posso più eleggere il Papa ma posso ancora essere eletto! (scoppia in una risata) Ma non preoccupatevi, non succederà!
venerdì 9 marzo 2012
Concilio, post-concilio e crisi nella Chiesa. Fatti e protagonisti
mercoledì 7 marzo 2012
Un nuovo sussidio per la Quaresima: dalla Via del dolore a quella del vero amore
Florian Kolfhaus, VIA DOLOROSA, Meditazione sulla Via Crucis, Cantagalli, Siena 2012, pp. 80, euro 6,00.

La Via Dolorosa non è solo la strada che Gesù ha percorso dal Pretorio per salire al Golgota, essa è la via di ogni uomo.
Così si apre il libro “Via Dolorosa, Meditazioni sulla Via Crucis” di mons. Florian Kolfhaus, opera di meditazione del mistero della passione e della morte di Nostro Signore; ma anche meditazione sulle sofferenze dei suoi discepoli e sulla pressante questione perché Gesù le permette. Nel lungo preambolo del libro l’autore riflette proprio su questo: “Perché l’innocente soffre? Perché Dio permette la sofferenza?”
Gesù attraverso il sacrificio del suo corpo sulla croce ha liberato gli uomini dai loro peccati mostrandoci il suo amore fino all’ultima goccia del suo sangue.Lui ha deciso liberamente di morire per sconfiggere definitivamente la morte con la Sua resurrezione. “In croce si rivela la Sua vittoria, ma anche il suo amore. Chi vuole essere mio discepolo, prenda la sua croce su di sé e mi segua!” (Mt. 16,24). Per questo il Cristianesimo si rivela come la religione della Croce. Gesù non insegna la libertà dal dolore, non dà esempio di stoicità. Egli ha pianto e gridato, sudato sangue per la paura e pregato nel momento del bisogno, per non bere l’amaro calice (Lc. 22,42). Egli capisce le nostre sofferenze e le permette – come fa una mamma che non può risparmiare certi dolori al figlio come ad esempio dal medico – per guarirci. Dio non aspetta che non cadiamo mai sotto il peso della nostra croce, ma ci invita a riazalrci sempre di nuovo per continuare il nostro camino.
La croce è, senza dubbio, lo stravolgimento della logica umana, lo scandalo. Ma la croce è anche la chiave della salvezza e il mezzo divino per la meta più alta. La sofferenza può diventare un atto d’amore se si rivolge lo sguardo a Gesù. Colui che fa nuove tutte le cose, soffrendo per amore ci ha redenti. La sua morte non era semplicemente una grande tragedia umana, ma il sacrificio della redenzione, offerto in libertà ed amore.
“Soffrire senza amare è l’inferno, invece soffrire e amare è una forza che fa discendere il paradiso sulla terra. Soffrire e amare significa superare il male e trasformarlo in bene. Soffrire e tuttavia amare vuol dire sconfiggere la malvagità con la bontà, convertire il potere distruttivo del peccato, le cui conseguenze nel mondo sono la morte e il dolore, in grazia e benedizioni. Solo colui che crede nell’Amore, può anche soffrire con l’Amore”.
Cristo ha percorso la strada con fortezza e coraggio perché ci ama. Soffrire coraggiosamente non vuol dire essere al di sopra di ogni dolore o non versare lacrime, ma, per amore di un bene superiore, essere pronto a lasciarsi ferire. Solo per amore, e solo per questo, il Signore ha accettato la sofferenza e si è fatto crocifiggere. E per amore, solo per amore, dobbiamo seguirlo. Per amore, si può abbracciare la croce. Solo così si può cantare: “Ave crux spes unica!”.
Gesù ci fa partecipi della sua croce perché desidera accrescere in noi l’amore. Insieme a lui la nostra Via Dolorosa può diventare una Via Amorosa che conduce alla vera felicità. “I Demoni soffrono senza amare, gli Angeli amano senza soffrire, noi uomini – questà è la nostra missione sulla terra – soffriamo ed amiamo.”
Questo non è un esaltazione della sofferenza fine a se stessa. Non si tratta di soffrire tanto, ma di amare tanto. Nel libro si sottolinea che “ la sofferenza è un male che Dio non può volere in se stesso – sia quella di Suo Figlio che la nostra – ciò nonostante lascia che faccia il suo corso proprio perché si tratta dell’amore più grande”. Senza dubbio mysterium fidei – mistero della fede!
Questo è solo un assaggio di ciò che nel libro si ha modo di vivere durante le quattordici stazioni della preghiera della Via Crucis. Essa è un invito ad arrampicarsi con Gesù e seguirLo ovunque egli vada. Si tratta della confessione di fede che Dio ama anche se nel buio del dolore non lo vediamo più. Solo contemplando la sofferenza Sua otteniamo una risposta alla domanda del “perché” delle nostre sofferenze e dei nostri dolori. Solo rivolgendo lo sguardo a Lui è possibile percorrere la via dolorosa senza arrendersi. Solo insieme a Lui si dirà alla fine di questa Via Dolorosa: Credidimus Caritati – Abbiamo creduto all’amore.
L'Autore: Mons. Florian Kolfhaus è nato a Straubing (Germania) nel 1974. Ordinato sacerdote nel 2000 ha ottenuto il dottorato in teologia alla Pontificia Università Gregoriana con la tesi L’insegnamento pastorale del Concilio Vaticano II, pubblicata nella collana Teologia Mundi ex Urbe (LIT, Münster). Licenziato in Diritto canonico è entrato al servizio diplomatico della Santa Sede nel 2006, lavorando come Segretario di Nunziatura nelle Rappresentanze Pontificie a Bogotà (Colombia) e a Strasburgo presso il Consiglio d’Europa. Dal 2009 è Officiale della Segreteria di Stato, Sezione per i Rapporti con gli Stati. Kolfhaus è autore di vari articoli di carattere teologico e spirituale.
Concilio, post-concilio e crisi nella Chiesa. Fatti e protagonisti
martedì 6 marzo 2012
Concilio, post-concilio e crisi nella Chiesa. Fatti e protagonisti
sabato 25 febbraio 2012
La Massoneria tra esoterismo, ritualità e simbolismo: un nuovo libro di P. Siano, FI
P. Paolo M. Siano, La Massoneria tra esoterismo,ritualità e simbolismo, Vol. I, Studi vari sulla Libera Muratoria, Casa Mariana Editrice, Frigento 2012, pp. 543.

sabato 18 febbraio 2012
giovedì 16 febbraio 2012
La carità è un bene totale. Il Messaggio del S. Padre per la Quaresima

Il tema del messaggio del S. Padre per la Quaresima 2012 è stato desunto dalla Lettera agli Ebrei, che recita così in un passaggio: «Prestiamo attenzione gli uni agli altri per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone» (10,24).
Fare attenzione al fratello, accorgersi di colui che ho accanto e vedere in lui un alter ego: così nasce la carità.
«Il grande comandamento dell'amore del prossimo – dice il Pontefice – esige e sollecita la consapevolezza di avere una responsabilità verso chi, come me, è creatura e figlio di Dio: l’essere fratelli in umanità e, in molti casi, anche nella fede, deve portarci a vedere nell'altro un vero alter ego, amato in modo infinito dal Signore».
L’attenzione all’altro nasce dal desiderio di voler aiutare il fratello, visto come una persona, nella sua interezza, perciò dal punto di vista fisico, morale e spirituale.
Infatti, «la responsabilità verso il prossimo significa allora volere e fare il bene dell'altro, desiderando che anch’egli si apra alla logica del bene…». Desiderare il bene dell’altro è fare del bene perché il mio fratello diventi buono e si apra anch’egli al bene. Quanto è distante il nostro concetto di carità da questa bellissima riflessione del S. Padre! Abituati al materialismo, per noi carità è dare qualcosa, un’elemosina, un soccorso immediato. Cose ottime, ma che non bastano. La carità è dare il bene, dare Dio; far sì che anche il mio fratello ritorni al bene, e vedendo dapprima in me il bene, si apra anch’egli alla sua logica. Alla logica del bene che vince la prepotenza del male.
Bisogna prendersi anzitutto cura delle sofferenze altrui, dei bisogni immediati dei nostri fratelli. Se un uomo ha la pancia vuota, con fatica, se non addirittura con disprezzo e sarcasmo, penserà al Padre nostro che è nei cieli. Dare un bicchiere d’acqua per amore di Dio, un pezzo di pane è la prima carità, quella più immediata e originaria. Ma, dicevamo, questo non basta.
Bisogna poi prendersi cura delle necessità spirituali del nostro fratello. Il S. Padre introduce nel suo Messaggio un aspetto della vita cristiana caduto ahimè in disuso, la correzione fraterna in vista dell’eternità, ovvero l’ammonire il peccatore per guadagnare la sua anima al Regno dei cieli (cf. Ef 5,11).
«E qui desidero richiamare un aspetto della vita cristiana – scrive il S. Padre – che mi pare caduto in oblio: la correzione fraterna in vista della salvezza eterna. Oggi, in generale, si è assai sensibili al discorso della cura e della carità per il bene fisico e materiale degli altri, ma si tace quasi del tutto sulla responsabilità spirituale verso i fratelli. Non così nella Chiesa dei primi tempi e nelle comunità veramente mature nella fede, in cui ci si prende a cuore non solo la salute corporale del fratello, ma anche quella della sua anima per il suo destino ultimo».
Ci si è appellati, in questi ultimi anni, quasi sempre, alla riscoperta della Chiesa delle origini, come nella liturgia, così nella vita di fede e nella pratica della carità. Ma è proprio così? Abbiamo riscoperto davvero la fede dei nostri primi fratelli cristiani o piuttosto, col pretesto di ritornare ai primi secoli, ci siamo fermati ai nostri tempi, accontentati semplicemente di ciò che da noi era considerato più sobrio, scevro di tanti orpelli? Dov’è quella fede che porta anche al martirio? Cosa abbiamo fatto della Croce del Signore? In realtà, abbiamo semplicemente rifiutato la trasmissione della verità, e della fede. Anche la carità così si è secolarizzata. La carità senza la fede diventa facilmente un adeguarsi alla mentalità corrente, alla legge del relativismo religioso. Se faccio un atto di carità partendo dal presupposto che tutte le religioni sono buone e salvifiche, quale contenuto avrà quel mio atto a favore del fratello? Non sarà forse solo un dargli ciò di cui ha bisogno per una vita umana più riuscita? Mi preoccuperò della sua vita eterna? Della sua salvezza? Purtroppo no. Il relativismo e il sincretismo sono una minaccia alla carità vera, all’essere spinti sempre e solo dall’amore di Cristo.
«Penso qui all’atteggiamento – continua il S. Padre – di quei cristiani che, per rispetto umano o per semplice comodità, si adeguano alla mentalità comune, piuttosto che mettere in guardia i propri fratelli dai modi di pensare e di agire che contraddicono la verità e non seguono la via del bene».
La carità deve mirare ad un fine escatologico, al Regno di Dio. Se la carità diventa – come purtroppo è successo in tanti strati ecclesiali – il mezzo della solidarietà e della mera accoglienza, dimentichi della salvezza eterna di quelle anime, di quegli uomini che ci chiedono il pane ma anche la verità e la libertà, allora la carità diventa un’altra faccia dell’assistenzialismo sociale. La Chiesa si secolarizza a causa di una carità intenta ormai ai mezzi sociali, o forse al riscatto sociale.
La carità è la preoccupazione per l’altro, che mi appartiene, che è parte di me, dell’unico Corpo di Cristo. Entrambi dobbiamo essere salvati da Cristo:
«l’altro mi appartiene – continua il S. Padre –, la sua vita, la sua salvezza riguardano la mia vita e la mia salvezza. Tocchiamo qui un elemento molto profondo della comunione: la nostra esistenza è correlata con quella degli altri, sia nel bene che nel male; sia il peccato, sia le opere di amore hanno anche una dimensione sociale».
Dobbiamo perciò ritornare in questa Quaresima al concetto autentico di carità: desiderare il bene integrale dell’uomo per amore di Dio; un bene naturale e soprannaturale, del corpo e dell’anima. Soprattutto dell’anima in vista dell’eterna salvezza e perciò del corpo, in vista della sua futura risurrezione alla fine dei tempi. La carità urge in noi il desiderio di avere accanto a noi nell’eternità quel fratello che abbiamo incontrato nel tempo.
p. Serafino M. Lanzetta, FI
