Il Card. W. Brandmüller, presidente emerito del Pontificio Consiglio di
Scienze Storiche, ha contribuito con Sua Ecc.za Mons. Agostino Marchetto e
Mons. Nicola Bux ad un libro in uscita per Cantagalli sulle chiavi di Benedetto
XVI per leggere il Concilio Vaticano II.sabato 26 maggio 2012
Non tutto il Vaticano II è vincolante. Distinguere per capire meglio
Il Card. W. Brandmüller, presidente emerito del Pontificio Consiglio di
Scienze Storiche, ha contribuito con Sua Ecc.za Mons. Agostino Marchetto e
Mons. Nicola Bux ad un libro in uscita per Cantagalli sulle chiavi di Benedetto
XVI per leggere il Concilio Vaticano II.giovedì 24 maggio 2012
venerdì 11 maggio 2012
In marcia per la Vita
Se non c'è la vita non c'è nient'altro. Allora, perché non la difendiamo?
domenica 6 maggio 2012
venerdì 4 maggio 2012
In preghiera per la Vita...
(B. Teresa di Calcutta)
sabato 21 aprile 2012
Un nuovo libro sul Vaticano II per un approccio più fedele. Coming soon
sabato 7 aprile 2012
Intelligenza della fede e carità negli insegnamenti di Benedetto XVI

Il pontificato di Benedetto XVI ben a ragione può essere definito teocentrico: Dio è la ragione ultima di ogni insegnamento. Accanto a questa caratteristica ne possiamo scorgere anche un’altra, che ci permette di compiere un passaggio previo e necessario. Il S. Padre invita cioè ad allargare i confini della ragione, fissandoli in un’unità più grande. Invita così a concepire un’unità nuova tra “ragione aperta” e fede, in modo da poter contemplare in modo rinnovato la Chiesa nella sua identità di Corpo, Sposa e Madre, capace di superare il limite, la contingenza della storia e aprirsi all’universalità. Ragione aperta e fede s’agganciano a loro volta a un’altra relazione fontale, l’amore e la carità. Entrambe le relazioni poi si dipanano in una circolarità ampia, così da avere in dialogo ragione e amore, fede e carità. Ora, come si rapportano questi due livelli?
Si tratta anzitutto di allargare la ragione superando la fenomenicità, che oggi significa spesso timidezza della verità di fronte alla pluralità, quasi remissività e paura di diventare, anche se solo implicitamente, intolleranti perché capaci del vero. Il reale però è più grande della mia capacità di pensarmi e di pensare le cose. O la ragione rimane ancorata al tutto e opera in ragione del tutto, oppure si autocondanna a rimanere chiusa in se stessa, cadendo nella frammentarietà della vita. Si tratta anche di superare il dubbio inteso come condizione conoscitiva, stimolo necessario a porsi i grandi problemi. Il dubbio, in realtà, è negazione a priori della verità. Se principio da esso non potrò che arrivare a un dubbio ormai allargatosi fino alle certezze più evidenti. La ragione aperta parte invece dall’oggettività, dalla verità, in un crescendo che mi conduce fino alla Verità ultima sulla mia vita e sulla realtà in quanto tale. Questo sarà sintomatico per la fede: non un «“se” ci sei Signore», ma «“so” che ci sei», eco di quel «scio enim cui credidi» di Paolo di Tarso (2Tm 1,12). Una certezza che gli proveniva oltre che da un’esperienza personale del Risorto (cf. At 9,5), dallo stesso essere in comunione con gli Apostoli, quindi con tutta la Chiesa (cf. Gal 1,18-19; 2,9), testimone del Signore vivente.
La ragione è chiamata a misurarsi col mistero, altrimenti facilmente scade al di sotto di sé. Una ragione forte è una ragione aperta e perciò il presupposto di una fede vera, una ragione che finalmente in Dio riceve la sua definitiva possibilità di pensare: infatti, Dio è il Logos. Agire contro la ragione è in contraddizione con la natura di Dio. Questo fonda l’incontro definitivo nel Cristianesimo del logos umano con la fede divina. «È urgente, pertanto, riscoprire in modo nuovo – diceva il Pontefice all’Angelus del 28 gennaio 2007 – la razionalità umana aperta alla luce del Logos divino e alla sua perfetta rivelazione che è Gesù Cristo, Figlio di Dio fatto uomo».
La ragione aperta ha nell’“universalità” dell’amore salvifico Dio – che corrisponde poi al portato biblico della sua “unicità” (cf. Dt 6,4; Sal 21,28; 97,2-3) –, la possibilità ultima di aprirsi alla totalità. Di rimando, l’universalità di Dio è possibilità stessa di una ragione che vede oltre il confine e che supera il dubbio. Insieme, ragione aperta e universalità di Dio costituiscono nel Cristianesimo il motivo determinante dell’annuncio di Cristo Salvatore, «il Dio di tutti», perché Logos accessibile a tutti. Di Lui si rende ragione offrendone i motivi della speranza (cf. 1Pt 3,15). Così fu sin dall’inizio per i nostri primi fratelli nella fede: «L’universalità di Dio e l’universalità della ragione aperta verso di Lui costituivano per loro la motivazione e insieme il dovere dell’annuncio. Per loro la fede non apparteneva alla consuetudine culturale, che a seconda dei popoli è diversa, ma all’ambito della verità che riguarda ugualmente tutti» (Discorso al Collège des Bernardins, 12 settembre 2008).
Dobbiamo imparare nuovamente oggi a presentare a tutti l’unica verità salvifica, il Signore, senza timori o remissività, nati dal confondere spesso il rispetto della coscienza altrui con una succube tolleranza del pluralismo, giustificato per se stesso. Diversità e pluralità sono un bene, pluralismo e piatto conformismo sono invece la negazione di entrambe, le quali solo nella verità possono incontrarsi, in modo che vi sia unità nella molteplicità, diversità promanante da un centro vitale. La cattolicità è proprio questo: distinzione e diversità nell’unità di fede e di dottrina. La ragione postula quest’unità, la fede la svela.
Perciò solo se annunciamo un Altro e non un nostro ideale, una nostra idea di Dio, possiamo evitare l’insidia del proselitismo: non portiamo noi stessi ma il Signore di tutti, l’unico Dio che ci ha creato e redento; non desideriamo aggiungere qualcun altro al nostro gruppo ma condurre tutti a Dio e rendere Dio prossimo ad ogni uomo. Solo se ritorniamo al fondamento di una ragione aperta, che vede l’intero mistero del Dio unico accessibile a tutti, la nostra evangelizzazione sarà decisiva: a «tutte le nazioni» e «fine alla fine del mondo» (Mt 28,19-20). Potremo redimere il relativismo, inverandone la sua ultima pretesa: considerare la molteplicità senza l’unità, lasciandola però in balia di se stessa, della più insidiosa confusione, in cui solo chi ha più voce potrà ormai farsi valere. L’apparente unità nel relativismo è piuttosto uniformità imposta. L’unità nel rispetto delle diversità promana solo da Dio.
La fede poi illumina la ragione e salda su di essa la possibilità di essere un atto dell’uomo. Non al di sotto né contro l’uomo. Né senza la ragione né solo la ragione. Richiede la ragione e al contempo la supera perfezionandola. La fede dice all’uomo, nuovamente, che la verità è più grande di se stessi. Nella realtà si cela il mistero.
Nella Solennità dei Santi Pietro e Paolo (29 giugno 2009) il Pontefice diceva: «La fede proviene dalla Ragione eterna che è entrata nel nostro mondo e ci ha mostrato il vero Dio. Va al di là della capacità propria della nostra ragione, così come l’amore vede più della semplice intelligenza. Ma la fede parla alla ragione e nel confronto dialettico può tener testa alla ragione. Non la contraddice, ma va di pari passo con essa e, al contempo, conduce al di là di essa – introduce nella Ragione più grande di Dio».
La ragione aperta, inoltre, in un movimento che le è consono, cerca un appagamento, un andare oltre la sua finitezza, desidera cioè vedere oltre il limite. Questo è possibile con l’amore, che perfeziona la ragione. L’amore chiede alla verità di capire, superando l’ostacolo della fredda calcolabilità razionale; svela, per così dire, già il cuore di quella Causa prima da cui tutto dipende, e la verità offre all’amore la regola dell’indagine. In una catechesi su S. Bonaventura (17 marzo 2008), diceva il S. Padre: «L’amore si estende oltre la ragione, vede di più, entra più profondamente nel mistero di Dio». Anche nella notte dell’intelletto l’amore veglia, «vede ancora – vede quanto rimane inaccessibile per la ragione» (Ibid.). Scorge Dio anche quando si avverte solo il suo silenzio. Il silenzio di Dio non è la sua assenza, il suo dimenticarsi di noi, ma il mistero insondabile della sua trascendenza, che ci permette di entrare nel mistero della morte del Figlio in Croce: qui il silenzio è eloquenza dell'amore. Ragione e amore consentono alla fede, anche nel buio della sofferenza, di partecipare al grido redentivo di Gesù, accostandosi al Padre con fiducia, perché Gesù e il Padre sono una cosa sola (cf. Gv 10,30).
La fede infine è vivificata dalla carità ed entrambe provengono dal Logos eterno. La fede in sé tende alla carità, «opera per mezzo della carità» (Gal 5,6), e perciò trova in essa il suo compimento. L'approdo ultimo è in Dio che è amore (cf. Gv 4,8.16). La sua agape solleva e guarisce l'eros, invitando l'uomo a salire in alto. La carità dice alla fede perennità nella comunione. Così tutto ritorna a Dio, somma Trinità, nel quale vi è il compimento dell'unità nella distinzione, fondamento ultimo di ogni molteplicità, sinfonicamente annodata all'unità.
Intervenendo al Sinodo dei Vescovi per l'Africa (5 ottobre 2009), Benedetto XVI disse a modo di sintesi: «Il nostro Dio è, da una parte, logos, ragione eterna. Ma questa ragione è anche amore, non è fredda matematica che costruisce l'universo, non è un demiurgo; questa ragione eterna è fuoco, è carità. In noi stessi dovrebbe realizzarsi questa unità di ragione e carità, di fede e carità. E così trasformati nella carità diventare, come dicono i Padri greci, divinizzati».
In quest'ottica disegnante un'unità più ampia di ragione-amore, fede-carità bisogna leggere il magistero del nostro Pontefice. Benedetto XVI è servitore in modo nuovo ma sempre antico dell’unità della Chiesa: allarga i suoi confini lumeggiandone i fondamenti. Di quest’unità la Cathedra Petri è segno e sigillo. Lo disse S. Cipriano: «...per rendere più evidente l’unità (Cristo) costituisce una sola cattedra di dottrina, autorevolmente stabilisce che l’origine di quell’unità derivi da uno solo» (De catholicae Ecclesiae unitate, n. 4).
Serafino M. Lanzetta
giovedì 5 aprile 2012
Resurrexit Christus vere! Alleluia
giovedì 29 marzo 2012
Mons. Antonio Livi critica Enzo Bianchi e Piero Coda

Dopo aver pubblicato un interessante volume di epistemologia teologica, partendo dalla filosofia del senso comune: Vera e falsa teologia. Come distinguere l'autentica "scienza della fede" da un'equivoca "filosofia religiosa", Roma 2012, Mons. Livi entro nel vivo e fa anche i nomi della falsa teologia, o esegesi che sia. E questo per un dovere pastorale, dice. Si veda su La Bussola Quotidiana anche la sua risposta al direttore di Avvenire.
Fonte: Corrispondenza Romana
Mons. Antonio Livi non fa parte di quelle correnti insipide della cosiddetta “teologia contemporanea” per la quale la parola teologia non significa affatto studio, amoroso, di Dio e della sua Parola-Legge, ma mero conseguimento di titoli accademici presso uno dei tanti pontifici istituti della Penisola. Eppure, di mons. Livi, già Decano e docente di Filosofia alla Lateranense, è impressionante la produzione teologica e filosofica, con decine di volumi pubblicati (l’ultimo e decisivo contributo è Vera e falsa teologia. Come distinguere l’autentica “scienza della fede” da un’equivoca “filosofia religiosa”, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2012).
Si dice perfino che abbia contribuito, da par suo, alla redazione della magnifica enciclica, oggi rimossa, Fides et ratio (1998). Da tempo poi, collabora con varie iniziative di apologetica cattolica, come la Bussola quotidiana on line. Su quest’ultima rubrica ha pubblicato recentemente (13 marzo 2012) un’importante critica teologica verso l’auto-nominatosi “profeta di Bose”, quel fratel Enzo Bianchi che, oltre ad essere autore di molte opere discusse e discutibili, è stato altresì iniziatore di una comunità religiosa, di stampo eterodosso, verso la fine del Vaticano II.
Bianchi appartiene, se si vuole, all’ultima generazione del neo-modernismo post-conciliare, in compagnia di vari teologi e intellettuali cattolici che si caratterizzano da un lato per l’eterodossia delle posizioni (tutti gli autori censurati dal Magistero negli ultimi anni, da Küng a padre Sobrino, sono di questa corrente spuria) e dall’altro per l’enorme presenza sui media, purtroppo anche cattolici (“Avvenire” e “Famiglia Cristiana” in primis).
Scrive Livi: «Grazie al non disinteressato aiuto dei media anticattolici, Enzo Bianchi ha saputo gestire molto bene la propria immagine pubblica: quando si rivolge a quanti si professano cattolici, Enzo Bianchi veste i panni del ‘profeta’ che lotta per l’avvento di un cristianesimo nuovo (un cristianesimo che deve essere moderno, aperto, non gerarchico e non dogmatico, cioè, in sostanza, non cattolico); quando invece si rivolge ai cosiddetti ‘laici’ (ossia a coloro che hanno smesso di professarsi cattolici oppure non lo sono mai stati ma desiderano tanto vedere morire una buona volta il cattolicesimo), Enzo Bianchi si presenta simpaticamente come loro alleato, come una quinta colonna all’interno della Chiesa cattolica (se non piace la metafora di ‘quinta colonna’ posso ricorrere alla metafora, ideata da Dietrich von Hildebrand, di cavallo di Troia nella Città di Dio)».
Con questa doppiezza né profetica né cristiana, il Bianchi è riuscito ad avere una popolarità incredibile che lo candida ad “anti Papa” viste le sue posizioni lontane dal Magistero e in opposizione frontale con la Tradizione. Impossibile ripercorrerle tutte! Si oppose, negli ultimi anni, al celibato sacerdotale, alla dichiarazione Dominus Jesus, al motu proprio Summorum Pontificum, e perfino alla Madonna di Fatima la quale condannando, tra le ideologie moderne, solo il comunismo (ideologia con cui solitamente simpatizzano modernisti e semi-modernisti), non sarebbe credibile!!
Qualche giorno prima mons. Livi, con la medesima acribia teologica e filosofica, aveva espresso alcune serissime riserve nei riguardi del teologo Piero Coda, certamente meno conosciuto del Bianchi, ma ben noto, come un capofila del progressismo cattolico. In questo lungo testo, pubblicato dal blog Disputationes Theologicae, Livi stila preventivamente 10 criteri per distinguere gli errori dal dogma cattolico: si tratta di punti di fondamentale importanza teologica che non abbiamo lo spazio di riprendere qui. Ma che certamente dovranno essere sapientemente valutati da chi non vorrà proporre una nuova Professio fidei che voglia escludere le ambiguità teologiche più diffuse, anche in connessione con la giusta interpretazione o applicazione delle novità conciliari.
Livi accusa Coda di essere dipendente dall’idealismo di Hegel e di identificarsi «volutamente con il metodo di quella ‘filosofia religiosa’ moderna e contemporanea» che egli ha «denunciato altrove come fonte dell’inquinamento metodologico della teologia cattolica del Novecento».
Anche Coda, come Enzo Bianchi, Hans Küng, e prima di loro Karl Rahner, ha ribaltato l’ermeneutica tradizionale: non legge infatti la filosofia e le opinioni del tempo alla luce del Vangelo, ma reinterpreta le categorie bibliche e teologiche, alla luce della modernità immanentista ed anti-teista.
Infine, secondo Livi, mons. Coda ignora «le differenze dottrinali tra cattolicesimo, ortodossia e protestantesimo». Cosa, in verità, né innocente, né rara nella teologia accreditata come scientifica nel post-Concilio. Auspichiamo che questa di Livi sia la prima di una serie di ormai indispensabili messe in guardia che dimostrino come la lettura del Concilio alla luce della Tradizione sia la strada obbligata per depurare la teologia cattolica dagli abbagli della modernità.
Fabrizio Cannone






