sabato 8 settembre 2012

Convegno di studi su S. Massimiliano M. Kolbe


I Francescani dell'Immacolata ti invitano al prossimo convegno di studi su S. Massimiliano M. Kolbe, nel trentesimo della sua canonizzazione

Roma 8-10 ottobre 2012



sabato 25 agosto 2012

L'evoluzionismo modernista. Una sintesi del Convegno di Cremona su P. Tomas Tyn





Lo scorso 9 giugno si tenne a Cremona un convegno su P. Tomas Tyn e l'evoluzionismo modernista. Intervennero P. Giovanni Cavalcoli e P. Serafino M. Lanzetta. Moderava l'incontro il Dott. Mauro Faverzani, che in sintesi ora ci descrive l'evento e le relazioni.



Parlare di evoluzionismo modernista può spaventare il pubblico meno avvezzo a masticar temi filosofici, ma quando è Padre Tomas Tyn a spiegare, anche concetti in apparenza difficili diventano, in realtà, abbordabili. La riprova si è avuta lo scorso 9 giugno a Cremona in Cascina Moreni, sede del convegno promosso dal Gruppo Laico Canossiano “Giuseppina Ghisi”, dal Centro di Solidarietà “Il Ponte” e dal locale Centro Culturale “Padre Tomas Tyn”, D’eccezione i relatori: Padre Giovanni Cavalcoli, Vicepostulatore della causa di beatificazione di Padre Tyn e docente emerito di Teologia Sistematica alla Facoltà Teologica di Bologna, e Padre Serafino M. Lanzetta, docente di Teologia Dogmatica presso l'Istituto Teologico “Immacolata Mediatrice”.


Da sinistra: P. Serafino M. Lanzetta, P. Giovanni Cavalcoli e il Dott. Mauro Faverzani

Della critica mossa da Padre Tomas Tyn all'idealismo panteista si è occupato nello specifico Padre Cavalcoli, che ebbe modo di conoscere personalmente questo suo Confratello di origine cecoslovacca, oggi in odore di santità. Appartennero entrambi alla stessa comunità domenicana, quella di Bologna, dal 1972 al 1990: 

“La parola modernismo è nota in relazione alla famosa enciclica «Pascendi» di San Pio X -ha spiegato Padre Cavalcoli- ma ad esempio già il Maritain nel 1966, nel suo famoso libro «Le paysan de la Garonne», segnalava con arguzia un ritorno di tale concezione. Egli ebbe anzi a dire che il modernismo dell'epoca di San Pio X sarebbe stato un piccolo raffreddore in confronto alla polmonite del modernismo di oggi”

Il termine «modernismo» significa 'fare della modernità un assoluto', un idolo, senza esercitare su di esso alcun senso critico, alcun discernimento: 

Cartesio, Kant, Hegel, lontani dall'esser ortodossi -ha proseguito l'illustre relatore- sono sullo sfondo di larga parte del modo di pensare di oggi, anche nella Chiesa, negli Istituti educativi superiori tanto quanto nelle Università Pontificie. E lo dico con sofferenza. C'è chi ritiene per questo che si sia giunti all'apostasia finale. No, il Signore non abbandona, abbiamo tanti soccorsi, però è bene tenere gli occhi aperti. Perché il rimedio c'è ed è quello di seguire il Santo Padre, di seguire il Magistero, il Catechismo, nonché di dare una retta interpretazione del Concilio Vaticano II”. Padre Tyn osservò come in Cartesio persista l'istanza idealistica. Scrisse Tyn: ”Di fatto non viene negata la consistenza obiettiva e reale dell'ente, ma avviene qualcosa di più significativo e, ci sia permesso di dire, di più grave. Anziché fondare l'idea della sostanza sulla sua realtà, al contrario l'obiettività viene dedotta dalla rappresentazione soggettiva, chiara e distinta che la mente ne ha. Nessun dubbio che la mente possieda l'idea della sostanza, dell'attributo e del modo. Ma nell'idea non c'è solo pura idealità, c'è anche corrispondenza all'oggetto. Di fatto, se all'idea nulla corrispondesse ed essa dunque fosse un mero pensato della mente, tutte le idee si equivarrebbero, giacché tutte sarebbero egualmente pensabili”. Dunque, “il realismo cartesiano -ha commentato Padre Cavalcoli- non è originario, ma derivato. Pertanto, che le cose esistano in sé e fuori di noi, per Cartesio non è evidente, ma va dimostrato. Il dato originario, ciò che è evidente per lui, è l'idea e fondamentalmente il cogito. Lo stesso uomo è ridotto a pensiero in atto”

Padre Tyn ha però dimostrato come, se ciò fosse vero, non ci potrebbero più essere differenze tra le cose, perché sarebbero caratterizzate solamente dalla loro pensabilità, mentre la differenza proverebbe solo dal reale. Anche l'Io di Fichte è in fondo il cogito cartesiano. Esso pone il Non-Io in luogo della cosa-in-sé. Cartesio, insomma, ha posto le premesse, gettato i semi, da cui derivarono il panteismo di Spinoza ed Hegel -in cui l'uomo è assorbito in Dio- e, da esso, l'ateismo di Marx -in cui Dio si dissolve nell'uomo-, essendo ogni essere assoluto, quindi chiuso rispetto a Dio. Panteismo ed ateismo poi condannati dalla Chiesa, soprattutto col Concilio Vaticano I: “Soltanto Dio è il Suo essere -spiega Padre Cavalcoli- Lo dice San Tommaso in base a Es 3,14: 'Io sono Colui che è'. Il meccanismo di fondo dell'idealismo è la pretesa dell'uomo, che vuol sostituirsi a Dio con avidità empia e blasfema”. C'è una continuità dunque da Cartesio a Kant, poi Fichte, Schelling, Hegel fino a Nietzsche e Marx con una progressiva esaltazione di un soggettivismo che si fa immanentismo, nonché con l'autodivinizzazione dell'Io umano, che non sente più alcuna necessità di un Dio trascendente. L'esperienza raggiungerebbe la cosa, ma non l'intelletto speculativo. Esso non ne avrebbe peraltro bisogno con l'a priori, raggiungendo la forma dell'oggetto, che non è più la cosa, ma il fenomeno. Il conoscere vien pertanto divelto dall'essere.




D'estremo interesse ed attualità anche l'intervento di Padre Serafino M. Lanzetta dei Frati dell'Immacolata. Intervento, incentrato sulla critica di Padre Tyn all'impianto etico-esistenzialista del teologo gesuita Karl Rahner, perito al Concilio Vaticano II del Cardinale di Vienna, König. 

“Padre Tyn gli rimprovera d'aver elaborato una nuova forma di etica della situazione –ha spiegato l'illustre relatore-. Per Rahner la vita morale di un uomo non potrebbe ridursi a dedurre dalle norme universali e naturali, quindi divine, i principii dell'agire particolare esistenziale nel determinato momento, in cui mi trovo ad agire, ciò che è il principio dell'esistenzialismo. La norma non riuscirebbe in ogni caso a darmi un indirizzo concreto, poiché il caso particolare sarebbe comunque e sempre più problematico”

Rahner però non ha come riferimento il tomismo classico, bensì Heidegger, che rappresenta a sua volta, lo sviluppo concreto ed omogeneo della concezione cartesiano-kantiana-hegeliana, già presentata. “L'uomo è un esserci, che si pone il problema dell'essere”, ha aggiunto Padre Lanzetta. Ma, secondo San Tommaso, non potrei pormi tale questione, senza aver prima conosciuto qualcosa che abbia l'essere, quindi un ente finito, fatto di forma e materia, per ascendere da qui fino a Colui che è l'essere. Invece, in Rahner, l'uomo viene concepito come individuo, come esistente e non come persona, il che porta ad escludere un'essenza incarnata in un'esistenza, facendo viceversa perno sull'aspetto dell'uomo come atto di essere. L'essenza si confonde quindi con l'esistenza. Ma, se l'uomo non è più capace di risalire all'essere partendo dagli enti, necessariamente ciò che è universale nell'uomo viene totalmente assorbito in ciò che è particolare, in questo uomo: 

“Quel che più dà verità al mio esserci nel mondo sarebbe la morte -ha spiegato il relatore-. Questo, tradotto in termini teologici, porta Rahner a ritenere che la legge universale possa dare un'indicazione, ma non possa dire la verità del mio agire, verità affidata alla libertà che si confronta con il caso particolare. Quest'etica, purtroppo presentata a volte anche nelle prediche, giunge a dire che, in effetti, sarebbero meramente orientativi anche i dieci Comandamenti di Dio, semplici norme insomma, astratte ed incapaci di soddisfare la mia esigenza concreta in un determinato momento, rispetto al quale sarebbe la mia libertà a doversi orientare. Questa è l'etica della situazione, che poi diventa anche un'opzione morale fondamentale”. Rahner non vuole negare l'oggettività della legge morale naturale e dei Comandamenti divini, quindi, ma pone le premesse nei fatti, affinché si arrivi appunto a quest'etica della situazione: “In questo modo cade la moralità dei nostri singoli atti, non si peccherebbe mai, in quanto si sarebbe comunque 'orientati' in qualche modo a Dio, pur dovendo fare i conti con la propria esistenzialità. Crolla l'impianto soprannaturale -avverte Padre Lanzetta- Morale per quest’etica è il mio orientamento universale a Dio. Sono cattolico? Bene. Ma poi cosa devo fare, in quest'ottica, non me lo dovrebbero dire la Chiesa e il Catechismo, bensì la mia coscienza, metro ultimo del mio agire morale. Oggi è questo il pensiero prevalente. In effetti, la coscienza mi deve orientare, però non è il giudice definitivo, non si sostituisce alla legge di Dio. E’ -direbbe San Bonaventura, citato da Giovanni Paolo II nella 'Veritatis Splendor'- l'«araldo del gran Re», è il giudizio morale sul bene che ho davanti e sul male che devo rigettare. Non crea il bene, lo indica. E' la libertà, che mi muove a scegliere il bene”. Quest'etica esistenziale formale porterebbe a conseguenze devastanti, condurrebbe a giustificare il male con il bene. Come nel caso dell'aborto, esempio citato da Padre Lanzetta: “Così facendo, stravolgiamo la stessa morale, rendendola soggettivismo. Come accade ai nostri giorni, in cui ognuno ha una morale propria. E' il relativismo etico”. Rahner pone il dubbio come metodo di ricerca: “Invece devo partire dalla verità, dalla realtà -ha affermato l'illustre relatore-. Padre Tyn critica Rahner, dicendo che in questo modo si afferma l'agnosticismo, per il quale io sarei incapace di conoscere la verità oggettiva -come Kant-, postulandola come un'esigenza del mio agire morale, contingente e necessariamente applicabile ai casi della mia vita. L'io diventa la norma definitiva dell'agire morale e ciò porta in definitiva all'antropolatria, all'adorazione dell'uomo ed alla negazione di Dio, allo scetticismo nei confronti della Sua capacità salvifica”

Questa morale privilegia l'uomo come spirito, come libertà contro la verità. La libertà diventa in qualche modo, quindi, creatrice della norma morale. Un’etica, questa, riprovata dal Magistero, in particolare da Pio XII nel 1952, ed ancora condannata da Giovanni Paolo II nella Veritatis Splendor, nn.55-56. Non è quindi un'etica cattolica: 

“Il rischio del soggettivismo etico -ha proseguito Padre Lanzetta- è quello di creare una società, in cui la morale è dettata dai bisogni individuali; invece con la Dottrina della Chiesa è dettata dalla necessità di adeguare la mia vita, la mia libertà alla norma di Dio, alla legge eterna, naturale e positiva, datami da Dio. E' un mondo autenticamente umano, in cui tutti si conformano alla verità e quindi tutti vivono la pace, non essendovi ragioni di sopraffare in base alle rispettive esigenze personali”

Un chiaro insegnamento, che ha rivelato l’utilità del convegno promosso non solo per conoscere l’estrema attualità del pensiero di Padre Tyn e non solo per mettere in guardia dai rischi del relativismo contemporaneo, ma anche per fornire indicazioni, per suggerire possibili percorsi, che aiutino ad uscire dalle sabbie mobili dell’errore, per incamminarsi invece sul percorso tracciato da Dio. Ciò che il pubblico presente all’incontro ha confermato non solo con l’attenzione con cui ha seguito gli interventi dei due illustri relatori, ma anche con le domande, che hanno poi acceso un interessantissimo dibattito.

Mauro Faverzani

mercoledì 22 agosto 2012

Vitalità del cattolicesimo fiorentino. La rivista "Fides Catholica"



(da Riscossa Cristiana: una recensione dell'ultimo numero di Fides Catholica). 
Nel solco del Frontespizio, L'Ultima e Controrivoluzione, le riviste che hanno impresso un segno indelebile nella storia del Novecento tradizionalista, si pubblica in Firenze, a cura dell'Istituto Teologico Immacolata Mediatrice dei Francescani dell'Immacolata, il semestrale Fides Catholica.
Il più recente fascicolo della bella rivista fiorentina propone interessanti testi dei padri Serafino M. Lanzetta (Editoriale e La valutazione del Concilio Vaticano II in Joseph Ratzinger poi Benedetto XVI), Serafino Tognetti (Don Divo Barsotti e il Concilio Vaticano II) e Luca Genovese (La dottrina luterana vista da San Lorenzo da Brindisi), scritti che offrono al lettore indicazioni utili a una fedele e rigorosa lettura dell'ermeneutica della continuità.
Nell'Editoriale, dopo aver citato le tesi di un seguace di Teilhard De Chardin secondo il quale la formazione religiosa non dovrebbe concentrarsi sui concetti ma orientarsi dinamicamente verso il progresso, padre Lanzetta dimostra che la teologia cattolica è insidiata da un'ondivaga passione per l'agire, attitudine che tradisce la dipendenza della nuova teologia dal moderno soggettivismo.
Poiché nella teologia postconciliare "la prassi ha prevalso sulla Fede", ai cattolici contemporanei incombe l'obbligo di "coniugare Fede e ragione, Fede e dogma, dunque fede e annuncio. Una catechesi su Cristo e sulla Fede non può semplicemente abbandonare le formule della Fede, il Catechismo come unità dogmatica, morale e spirituale, per fare spazio all'approccio più discorsivo della Fede solo esperenziale di Cristo. Si finisce purtroppo per credere in un altro Gesù, quello dei nostri desideri, quello che ci insegnerà una verità più consona all'oggi e alle mode del tempo".
Nel convincente saggio sul Vaticano II padre Lanzetta rammenta l'amara riflessione di Joseph Ratzinger sull'infelice esperienza di Teresa d'Avila in un convento d'avanguardia, "dove venivano interpretate con uno spirito largo le regole della clausura" e il coerente giudizio secondo cui la conversione della carmelitana venne quando lasciò da parte l'aggiornamento.
L'allontanamento della Santa d'Avila dalla disciplina mondanizzata introduce la corretta lettura del  Vaticano II. Secondo Ratzinger: "I fedeli ai quali parliamo si domandano: il Concilio non ha preso la via inversa? Non vuole avere a che fare con la conversione per andare verso la perversione della Chiesa? Né l'una né l'altra di queste domande possono essere puramente e semplicemente scartate".
Padre Lanzetta sostiene risolutamente che nel Vaticano II la Chiesa visse un momento di grande timidezza davanti al mondo: "C'era uno spirito del Concilio con una tendenza masochista".
Eletto pontefice, Ratzinger ha peraltro affermato la perniciosità di un'ermeneutica che pone la Chiesa in conflitto con se stessa, "contro la sua storia e trasforma il Concilio in una Costituente (questa era un'idea molto cara a Giuseppe Dossetti, iniziatore della Scuola di Bologna)". Scuola che ha coltivato l'abbagliante illusione che nel Vaticano II contempla il nuovo inizio e una nuova pentecoste del cattolicesimo.
In conclusione "non vi è opera di difesa [del Vaticano II] più benemerita che mostrarne la sua corretta interpretazione alla luce di tutta la Dottrina cattolica, ovvero la bimillenaria tradizione della Chiesa".
Padre Tognetti propone la rilettura dei duri commenti al Vaticano II scritti da don Divo Barsotti nel tormentato biennio 1967-1968. Un giudizio del mistico fiorentino riassume le cause dell'angoscia che opprimeva gli spettatori delle acrobazie verbali messe in scena dai teologi ubriacati dalle novità striscianti fra le righe del concilio: "Certi adattamenti non li capisco, certi rinnovamenti mi sembra siano solo tradimenti. Non riesco a capire chi sia Dio per tanti teologi, per tanti scrittori, per tanti preti e religiosi. Non riesco a credere che quello che fanno, che quello che dicono, che quello che scrivono derivi davvero da una fede vissuta, da una vita religiosa profonda, dalla preghiera".
Opportuna è infine la rivisitazione, proposta da padre Luca Genovese, degli scritti di uno strenuo contestatore della teologia, il cappuccino San Lorenzo da Brindisi (+1619), elevato al rango di Dottore della Chiesa da Giovanni XXIII nel 1959. La rievocazione di padre Genovese mostra la simultaneità del progetto di convocare un Concilio con l'alto riconoscimento della dottrina di un religioso illuminato e intransigente che ha segnato i limiti dell'ecumenismo.
Le incerte espressioni che baluginano nei documenti del Vaticano II, ad esempio il giudizio sulla sussistenza della vera fede nelle sette ereticali, si devono leggere pertanto nella luce della rigorosa ortodossia: "Poiché la setta dei Luterani non è stata fondata sopra questa pietra non può appartenere alla Chiesa di Cristo e neppure a Cristo ma è rivolta solo all'anticristo". Condiviso e apprezzato dal papa che ha convocato il Vaticano II, il giudizio di San Lorenzo indica il coerente orientamento dell'ermeneutica della continuità nella delicata e controversa questione dell'ecumenismo.
Merita una speciale citazione il saggio che lo storico Giuseppe Brienza ha dedicato a Fausto Belfiori, un fra i più coraggiosi testimoni della resistenza cattolica all'eversione teologica e politica nel xx secolo.

Piero Vassallo

mercoledì 8 agosto 2012

Per un discernimento degli spiriti: "Spirito Francescano", “Spirito del Concilio” e “Spirito di Assisi”




L'ultimo editoriale di "Annales Franciscani" (rivista di studi francescani a cura dei Francescani dell'Immacolata) è stato dedicato dal P. Paolo M. Siano, direttore della rivista, ad un'analisi di tre spiriti diversi ma accomunati da soggettivismo e relativismo: un presunto spirito francescano che s'accompagna allo spirito del Concilio, che viene letto finalmente alla luce dello spirito di Assisi. Di che spiriti si tratta?


Riportiamo un estratto dell'editoriale. Si può leggere la versione completa qui




L’autore osserva che in ambienti francescani: 

«Si riscontrano anche idee e tendenze che, forse maggiormente, polarizzano, l’attenzione di molti frati: filo-islamismo, filo-orientalismo e anti-integrismo cattolico. Tutto ciò rientra nei contenuti di un preteso e frainteso “spirito del Concilio (Vaticano II)” (di sicuro, “spirito” di vari Padri Conciliari, progressisti o liberali), che a sua volta si fonde con un vago “spirito di Assisi”». 

Quando alcuni dicono che bisogna opporsi all’«integrismo» cattolico, cosa intendono con ciò? 

L’autore si chiede: 
«Il “tradizionalismo” sedevacantista, il “tradizionalismo” catto-esoterico (di élite massoniche che sanno giocare quasi contemporaneamente la parte di tradizionalisti e di progressisti), oppure quei sani movimenti, gruppi e Istituti clericali e religiosi, che zelano la Fede, il Dogma e la Tradizione Cattolica?». 

«Esiste però anche un integralismo “alla rovescia” (ossia progressista) che pretende di fissare infallibilmente, definitivamente e irreformabilmente Teologia-Liturgia-Pastorale-Vita Religiosa alla situazione post-conciliare degli anni ’60-’70! Insomma, un vero e proprio “fissismo” alla rovescia che non intende arretrare, né farsi un bell’esame di coscienza sui vari “frutti” prodotti ampiamente in questi anni a livello di Teologia, Morale, Pastorale, Liturgia... [...] Purtroppo tali “frutti” amari e velenosi non sono limitati a “frange” marginali del mondo cattolico, bensì molto estesi a varie fasce della nostra cristianità, specialmente europea». 

[...] 

«In realtà, se diamo uno sguardo alla letteratura molto in voga in ambienti ecclesiali maggioritari, riscontriamo che il presunto “tradizionalismo” non è quel grave pericolo come qualcuno ritiene. Al contrario, il grande pericolo intra-ecclesiale è oggigiorno il neo-modernismo. 

In ambienti teologici (“maggioritari”), molto impegnati nel campo ecumenico e sociale, si percepisce facilmente il disamore, la disistima nei confronti del Dogma cattolico. Sulla scia del teologo eterodosso Hans Küng (ideatore della Fondazione Weltethos) si va alla ricerca di un’etica globale e mondiale che vada bene per i membri di tutte le religioni... Un’etica che converge sull’uomo e sul pianeta Terra... Un minimo etico per assicurare la pace e la sopravvivenza degli uomini e della terra...[1]

Questo tentativo antropocentrico, se può arrecare forse qualche “pace”, in realtà finisce con l’ostacolare e soffocare l’autentica evangelizzazione e l’annuncio chiaro della Fede e del Dogma cattolico. Tale antropocentrismo etico fa perdere di vista le esigenze della Verità, della Fede e della Missione. Col pretesto di non essere o di non sembrare fondamentalisti o tradizionalisti, ci si limita al minimo etico e teologico... 

Una tale mentalità suppone, o per lo meno implica, l’indifferentismo e il relativismo. Una tale mentalità è tipica della Loggia Massonica. Non sorprende allora che nel 2007 Hans Küng abbia ricevuto un premio culturale dalla Gran Loggia degli Antichi Liberi e Accettati Muratori di Germania, una delle 5 Grandi Logge Unite di Germania (Vereinigte Großlogen von Deutschland - VGLvD), ossia la Massoneria tedesca regolare[2]. In quell’occasione, in esplicito contrasto con il Magistero ecclesiastico, Küng ha affermato la compatibilità tra Massoneria e Fede cristiana e che si può essere cristiano e massone[3]». 

[...] 

«Altri analisti ecclesiali auspicano una Chiesa che dia più autonomia ai laici secondo le intenzioni del Vaticano II, una Chiesa con il grembiule, una Chiesa che deve fare un passo indietro ed essere super partes...[4]. Tali slogan girano da decenni in ambienti ecclesiali italiani e non di rado tali slogan sono animati da uno spirito moderno e secolare che implica una qual certa disaffezione verso Dogmi, Verità di fede e di morale, Devozione, Tradizione, Sacra Liturgia... Insomma un cristianesimo “socialista” che rischia di identificare (hegelianamente) l’essere al fare e allivella dogma, morale e liturgia secondo le tendenze del mondo... Questa impressione è piuttosto avvalorata da ciò che si vede e si sente negli ambienti suddetti...» 


Circa l’evento “di Assisi” 1986: 

«L’evento assisano voluto da Papa Giovanni Paolo II dev’essere letto semplicemente come un fatto diplomatico e contingente, e non invece come pietra di fondamento su cui reimpostare dogma, morale e vita spirituale». 

[...] 

«Certamente Papa Woytila, con la sua “politica” di ecumenismo e di dialogo interreligioso non intendeva affatto trasmettere un messaggio relativista; eppure l’enfasi mass-mediatica, e vari gruppi di “potere” teologico e culturale, in vario modo, sono riusciti a far comprendere un tale messaggio (contro-evangelico) non solo a molti del “popolino”, bensì anche a sacerdoti, religiosi e – come vedremo tra poco – anche a teologi». 

Dopo aver illustrato e commentato alcuni articoli sullo “spirito assisano”, l’autore termina così il suo Editoriale: 

«[...] Quel che è certo è che, nel campo cattolico, in questi ultimi decenni è aumentata la confusione di idee e ciò è ben dimostrato da vari elementi, tra cui: 1) la necessità di pubblicare l’istruzione Dominus Jesus (06-08-2000); 2) i vari articoli sopracitati, oggettivamente irenisti. 




Per concludere, ci auguriamo che tutti i Francescani impegnati (per diletto o “per forza”, per iniziativa personale o per obbedienza) nello “spirito di Assisi”, sappiano non solo coltivare l’accoglienza e la pace verso i non-cattolici, ma ricordino a se stessi (anzitutto) e ai fratelli cattolici loro affidati (frati, suore, monache, laici, parrocchiani) il dovere primario di testimoniare chiaramente i Dogmi e le verità della Fede Cattolica, l’unica vera religione[5]

Anche in questo il Serafico Padre san Francesco e i Santi e Martiri Francescani ci fanno da maestri. Regina Ordinis Seraphici, ora pro nobis!». 


P. Paolo M. Siano, FI







[1] Cf. A. Valle - F. Corazzina, Etica globale per il futuro dell’umanità, in Famiglia Cristiana, Anno XXXIII, N° 9, Settembre 2011, pp. 16-19. 



http://www.freimaurerei.de/begruendung-hans-kueng.html, websites visi-tati il 05-04-2012. 


[3] http://www.freimaurerei.de/rede-von-hans-kueng.html, website visi-tato il 05-04-2012. 


[4] Cf. Famiglia Cristiana, N° 9, Settembre 2011, p. 111. 


[5] Nella dichiarazione Dignitatis humanae, 1 (Conc. Vat. II), leggiamo: «Questa unica vera religione crediamo che sussista nella Chiesa cattolica e apostolica, alla quale il Signore Gesù ha affidato la missione di comunicarla a tutti gli uomini, dicendo agli apostoli: “Andate dunque, istruite tutte le genti battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto quello che io vi ho comandato” (Mt 28,19-20). E tutti gli esseri umani sono tenuti a cercare la verità, specialmente in ciò che concerne Dio e la sua Chiesa, e sono tenuti ad aderire alla verità man mano che la conoscono e a rimanerle fedeli» (http://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii-_vatican_council/documents/vat-ii_decl_19651207_dignitatis-humanae-_it.html).



domenica 5 agosto 2012

Un manuale di P. Siano per conoscere la Massoneria. Ed evitarla


In uscita un nuovo volume di P. Paolo M. Siano sulla Massoneria, pubblicato dalla Casa Mariana Editrice dei Francescani dell'Immacolata. Il P. Siano studia il fenomeno da circa 20 anni e in questo manuale offre un'attenta disamina delle dottrine e della "spiritualità" massonica, interrogando le fonti dirette: riti, simboli e scritti di massoni.

In questo manuale l’Autore presenta:
1) la Massoneria nel suo “essere” (“filosofia”, ritualità, simbolismo,
esoterismo).
2) la Massoneria e Lucifero.
3) la Massoneria nella società.


Le fonti di questo manuale (specialmente nella prima e nella seconda parte) sono prevalentemente, o quasi esclusivamente, di parte massonica. L’Autore presenta la Massoneria compresa e vissuta dai Massoni.


Richiedi il libro alla Casa Mariana Editrice: cm.editrice@immacolata.ws

lunedì 23 luglio 2012

Vera e falsa teologia. Un contributo filosofico propedeutico per la scienza della fede


L’opera di Mons. Antonio Livi che ha visto da poco la luce, Vera e falsa teologia. Come distinguere l’autentica “scienza della fede” da un’equivoca “filosofia religiosa” (Leonardo da Vinci, Roma 2012), si propone un servizio davvero indispensabile alla teologia oggi, quando un grande marasma d’idee, spesso contraddittorie e negantesi a vicenda, finisce col lasciare la stessa scienza della fede nell’incertezza, nel pluralismo, purtroppo anche nel dubbio circa i misteri della fede. Potrebbe darsi che la fede si sia smarrita e che la Chiesa si confronti con una grave crisi nel suo interno anche perché gran parte della teologia cattolica odierna ha sostituito l’approccio epistemico veritativo al dogma con una ragione chiusa a Dio, e intenta unicamente al soggetto uomo? Forse che alla ragione capace della verità e dell’eternità abbiamo sostituito la problematicità dell’essere degli essenti? Sì, di qui nasce il problema anche della fede, senza più saper come uscire dal vuoto che ci attanaglia e senza saper dare più una risposta di senso alla rivelazione di Dio. 

Livi denuncia – da molti anni ormai – lo smarrimento del senso comune, ovvero di quelle verità evidentissime che sono il presupposto di ogni sana logica; negarle equivarrebbe a rinunciare al pensiero filosofico oggettivo; negarle ha effetti dirompenti poi anche in teologia: comporta un allontanarsi da ciò che è dato, dal dogma della fede, così che, col pretesto di insegnare la fede in modo nuovo, si finisce col dire cose completamente nuove o di negare (almeno implicitamente) quanto Dio ha rivelato. Vera e falsa teologia è un giudizio sui presupposti che devono animare la scienza della fede, dunque la vera teologia e al contempo smascherare quella che invece è soltanto un’“equivoca filosofia religiosa”, perciò una falsa teologia. Digerire nel contesto odierno i due aggettivi, “vera e falsa”, applicati alla teologia non è certo facile, né assonante con la metodologia del pluralismo. Rimane tuttavia un compito importante distinguere il vero dal falso per non rischiare di trasformare la fede in una vaga credenza. Bisogna ripartire dalla realtà, nel nostro caso dalle verità di fede credute e perciò, di conseguenza, lette con acribia e metodo nel loro intimo per un’esposizione razionale, armonica e convincente. Entriamo così nel merito dell’opera, presentandone i passaggi salienti. 


1. Una doppia crisi che investe la Chiesa annodata a un solo problema 

È opportuno partire da un giudizio che Livi dà sull’ultimo scorcio della storia, riassumente in modo vistoso gli imperativi della modernità. Si delinea un passaggio significativo che evoca una doppia crisi: «dal modernismo del primo Novecento alla cosiddetta teologia post-conciliare». C’è una continuità che lumeggia due movimenti interrelati, e sebbene distinti, fortemente influenzantisi a circa un secolo di distanza: il modernismo, fondamentalmente basato sull’evoluzione della verità, a sua volta declinato in modo razionalistico secondo Hegel e irrazionalistico o sentimentalistico secondo Schleirmacher, e il neo-modernismo, presentato talvolta anche come “teologia post-conciliare” (perché una teologia post-conciliare, che necessariamente problematizza quella pre-conciliare? Il concilio era capace di dare vita a una nuova teologia?). In questo secondo movimento dell’epoca moderna si fa un costante riferimento alla rivelazione cristiana con un’esplicita esclusione da essa della dimensione dottrinale e veritativa su Dio, sul mondo e sull’uomo. Si riduce la rivelazione alla comunicazione di eventi mediante le parole, ma non più illuminati dai contenuti di fede, ritenuti fissisti o paralizzanti l’esperienza di Dio. Si pone scorrettamente in alternativa la dimensione noetica e dinamica della Parola di Dio. 

Scrive Livi: «L’errore metodologico di fondo della cosiddetta “teologia conciliare” – rilevabile ogni qual volta essa presenta i propri orientamenti come la “nuova teologia” del Vaticano II – è il riferimento alla rivelazione cristiana con l’esplicita esclusione della sua dimensione di dottrina, ossia di verità su Dio, sul mondo e sull’uomo» (p. 270). Spesso oggi si parla di fede come incontro, come esperienza, ma senza il suo costitutivo dottrinale oggettivo. Questo lo si assorbe semplicemente nel momento soggettivo dell’atto di fede, che però può facilmente scadere in una fede fideistica. Per Livi, come ha denunciato già in precedenza, il grande problema oggi è il fideismo, che nasce da un nuovo orientamento metodologico: l’assorbimento della fede nella storia. Ciò che accomuna i teologi della discontinuità, che vedono il Concilio Vaticano II come il grande spartiacque della fede e della stessa teologia, è l’ideologia del progressismo storicistico, denominato anche “neo-modernismo”. Dal fatto che la «rivelazione non ha potuto essere altro che la coscienza acquisita dall’uomo della sua relazione con Dio» – proposizione di A. Loisy, condannata nel decreto Lamentabili (n. 20) –, facilmente si passa a considerare il Magistero stesso e la fede da esso portata come un semplice evento, attuabile di volta in volta per ritrovare una coscienza accresciuta dell’essere Chiesa e del credere cristiano. I dogmi vengono superati non mediante una semplice e oggettiva negazione ma attraverso una plurima coscienza di sé, capace di dare alla stessa fede una nuova identità, più consona ai tempi, al mondo. Si prenderà quello che è più conforme allo Zeitgeist e, tacendo ciò è dogmatico e irreformabile, di fatto lo si ignora. Oggi molti dogmi non vengono negati ma semplicemente ignorati, dimenticati e così superati. 

Una duplice crisi dunque, la quale, a giudizio di Livi, si annoda a un problema fontale d’errato approccio epistemologico alla modernità o “mondo moderno”. In molti teologi che hanno perseguito l’aggiornamento rifiutando spesso la metafisica perché scienza immobilista e incapace di dialogo, la categoria “mondo moderno” viene assunta più che come dato cronologico come a priori filosofico, e oltretutto come un’unità di pensiero chiusa al trascendente, che necessita di conseguenza un confronto al di là della metafisica, o senza di essa (al di là di Dio?). Si fa così della modernità un pensiero unico e omogeneo. Si assume come a priori il razionalismo che da Cartesio attraverso Kant arriva ad Hegel e poi ad Heidegger, ma si scarta ad esempio l’empirismo o la filosofia cristiana di Giambattista Vico. Perché Rahner, ad esempio, tenterà il dialogo con la modernità superando S. Tommaso con Kant e poi con Heidegger? Non tutto è riconducibile a Cartesio. In realtà, «il “mondo moderno” è un dato meramente cronologico, da interpretare come si vuole o come si può, sempre però con gli strumenti umani di conoscenza della realtà nella quale si vive, strumenti che non consentono la formulazione di una ragionevole concezione unitaria di quelle che sono le realtà del mondo in una determinata epoca (lo impediscono infatti l’eterogeneità dei fenomeni culturali rispetto a quelli propriamente religiosi, ma soprattutto l’estrema complessità della realtà sociale, irriducibile a una sola categoria interpretativa) [p. 260]. 

Per Livi, perciò, non esiste un “mondo moderno” con il quale la Chiesa deve confrontarsi per ragioni ecclesiologiche dipendenti dalla sua natura divino-umana. Assumere acriticamente come teologico – il dibattersi del “mondo moderno” alla ricerca di Dio nei meandri dell’esistenza – ciò che teologico non è, è all’origine di molte confusioni dottrinali odierne (cf. Ibid.). Per di più, questo tentativo che rimane filosofico può e deve essere necessariamente relativizzato partendo di nuovo dall’evidenza di quel common sense




2. Il metodo di Livi 

Veniamo così alla metodologia seguita da Mons. Livi, che contraddistingue questo eminente filosofo in una tutta la sua speculazione sul “senso comune”, volta a illuminare quelle verità evidentissime e prime senza le quali nessun discorso è possibile, nessun’altra conclusione è valida. Il senso comune è costituito da giudizi sulla realtà privi però di presupposti: corrispondono a evidenze non mediate e sono essi stessi premesse o condizioni di possibilità per la conoscenza. Livi ne individua cinque, che racchiudono poi tutti gli altri eventuali giudizi sulla realtà, da essi comunque principianti: 

1) il mondo come movimento di cose (apparire, divenire, scomparire, ecc.); 

2) l’io come soggetto conoscente (autocoscienza); 

3) gli altri a me simili (intersoggettività); 

4) la legge morale naturale quale fondamento oggettivo del rapporto con gli altri, che trascende le leggi fisiche poiché aperto alla libertà e alla responsabilità; 

5) Dio come causa prima e fine ultimo (dalla contingenza all’Assoluto). 


Bisogna pure ravvisare i principi evidentissimi di ordine logico, quali il principio d’identità e di non contraddizione, che spostano l’accento del senso comune dall’ontologia alla logica, da Livi definita “aletica”, perché poggiante sulla verità. 
Se voglio conoscere le cose, il mondo, non posso ignorare queste verità evidentissime alle quali in definitiva devo ricondurre tutti gli eventuali giudizi filosofici e teologici. La rivelazione soprannaturale non elimina le verità prime immesse dal Creatore nella creazione e rispecchianti l’ordine e l’intelligenza di Dio, piuttosto le rafforza e le presuppone. Di qui Livi muove e compie un passaggio: come nell’ambito naturale tutti i giudizi devono essere ricondotti alle verità prime del senso comune, così nell’ambito soprannaturale tutti i sistemi teologici, e cioè tutte le formulazioni scientifiche come ipotesi per spiegare la fede rivelata, devono principiare ed essere perciò ricondotte alle verità primissime soprannaturali che sono i dogmi della fede, la Parola di Dio come proposta infallibilmente dalla Chiesa. Il teologo deve partire dalle verità rivelate e in queste specchiare l’intero suo sistema. Il sistema teologico e lo stesso principio architettonico può variare in ragione della sensibilità e della scelta del teologo, ma il punto di partenza non è sottoponibile a scelta, alla sensibilità di chi vi si accosta: il punto di partenza è il Dio rivelatosi, così come rivelatosi secondo il canone della Tradizione della Chiesa. Pertanto, le tesi formulate in teologia, analogamente a quanto avviene in filosofia, possono esibire una pretesa di verità solo se risultano conformi alla “prime verità”, che costituiscono il dogma della Chiesa (cf. p. 8). 

Quindi è necessario, per argomentare così in filosofia come in teologia, far uso del metodo della presupposizione. Si tratta di risalire ai fondamenti aletici da tutti condivisibili: in filosofia con la ragione naturale e in teologia con la fede, quali condizione di possibilità di una determinata asserzione o giudizio, e allo stesso tempo, quali possibilità assoluta della conoscenza per inferenza, che è propriamente filosofico-razionale, o di quella per testimonianza, che è la conoscenza per mezzo della fede. Il metodo della presupposizione consente allora in teologia di verificare se un determinato discorso sulla dottrina della fede presuppone i dogmi come verità rivelate o se invece li assume, al dire di Livi, come espressione imperfetta e mutevole di una verità umana. Nel primo caso abbiamo una “vera teologia”, nel secondo una mera “filosofia religiosa”. Facciamo qualche esempio tra i molti. Non si può fare del dogma della impassibilità di Dio, appurato dalla ragione e difeso contro il patripassianismo o della sofferenza del Padre, contro Sabellio o della sofferenza dello Spirito Santo e contro il teopaschismo o della sofferenza e morte di Dio stesso, un semplice modus loquendi tale da poter essere superato in una nuova teologia dell’amore di Dio. Qui Dio sarebbe capace di accettare anche la sofferenza, e la Croce del Figlio sarebbe il momento propizio dell’ingresso del dolore in Lui in quanto Dio. Una teologia che, sebbene con parole poetiche e affascinanti, introduce in definitiva il mistero del male (almeno morale) in Dio stesso, nonostante le buone intenzioni di presentare un Dio più vicino, finisce semplicemente col negarlo. Se anche Dio soffre chi redimerà la nostra sofferenza? Una vera teologia deve presupporre la verità di Dio. Deve avvicinare il suo mistero con una sana ragione filosofica, evitando di incorrere nella contraddizione logica del soffrire o poter soffrire, ponendo in alternativa verità e carità, e quindi ultimamente deve essere ricondotta al mistero semplice e sublime della Redenzione di Cristo come rivelata da Dio e trasmessa ininterrottamente dal Magistero: solo Cristo ha sofferto nella sua umana natura e nel tempo della sua passione e questo per liberarci dal peccato e donarci la vita eterna. 

La fede, in fondo, è radicata su un asserto semplice e universale: «Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità» (1Tm 2,4). Il cristianesimo è accessibile ad ogni uomo perché coniugazione di fede e ragione. Questi poi senza mediazioni scientifiche può cogliere il contenuto della verità divina, universalmente valida e racchiusa in ogni formula dogmatica. Ciò che è incoraggiante è il fatto che anche il più grande sistema teologico è pur sempre “falsificabile” dal sensus fidei del più semplice cristiano. Il rivestimento dogmatico e infallibile di una data verità rivelata non è un involucro esterno, quasi una “protezione” voluta dalla Chiesa ma l’esplicitazione irreformabile di un nucleo che è racchiuso nella S. Scrittura e nella S. Tradizione, custodite e trasmesse dal Magistero. 

La teologia come scienza della fede e sua intelligenza, partendo dalle verità rivelate, si basa pertanto fondamentalmente su due criteri ermeneutici degli enunciati dogmatici: 

1) l’individuazione del nucleo dogmatico attraverso Scrittura-Tradizione e Magistero; 

2) ricorso alle verità naturali note a tutti gli uomini, che sono le verità del senso comune (cf. pp. 83-84). 


Una conclusione teologica non può contraddire né le verità del senso comune né il nucleo dogmatico da cui principia. Molto spesso mancano entrambi i principi e la costruzione risulta completamente falsata. Di conseguenza, non è più teo-logia quella in cui Gesù è ridotto ad un uomo migliore; quella in cui la Chiesa è una proiezione storica di un ideale di potere, che finisce col soppiantare il desiderio semplice del Regno e del Vangelo; quella dove lo stesso Vangelo è solo tante interpretazioni, fino a confondere il Gesù rivelato con i nostri tentativi di individuarne la sua esistenza. 


3. Gli errori di metodo 

Stranamente ma in modo sempre più preponderante assistiamo oggi a una relativizzazione del dato rivelato contro un’assolutizzazione dell’interpretazione teologica, segno che sono stati indebitamente scambiati i principi della logica aletica con quelli dell’esistenza mutevole e del cangiare della storia. Livi individua così tre errori fondamentali che relativizzano il dato dogmatico: 

1) l’oltrepassamento del limite ermeneutico, adottando categorie gnoseologiche della scuola ermeneutica gadameriana, fino a postulare una ri-compresione della verità. A giudizio dei sostenitori di questo oltrepassamento della metafisica classica, «la comprensione della verità non può essere ridotta a un modello esclusivo, come quello del paradigma classico dell’adaequatio, ma deve essere pensata e considerata nelle sue sfumature più ampie e dinamiche, comprese quelle che, per l’inadaequatio verbis [sic], sfociano nelle definizioni simboliche e “poetiche”» (p. 198); 

2) la negazione implicita del carattere soprannaturale e gratuito della rivelazione soprannaturale. Qui troviamo ad esempio Rahner con il suo a priori gnoseologico e al contempo informato dalla grazia (gnadenhaftigkeit) e il pancristismo evoluzionista di Teilhard de Chardin; 

3) infine l’adozione di categorie gnoseologiche che pregiudicano il carattere razionale dell’atto di fede nei misteri rivelati. Livi critica il fideismo teologico che consegue all’adozione di filosofie irrazionalistiche del Novecento, soprattutto quelle della scuola fenomenologica di Husserl e quelle dello sviluppo del pensiero heideggeriano nella scuola ermeneutica: Gadamer, Ricoeur e Vattimo. 


Le teologie aggiornate secondo questi criteri, che rifiutano il realismo scolastico, sfociano spesso in due tipi di dialogo ritenuto possibile dalla parte non credente: «o relegando la fede nell’irrazionale, inteso come superstizione perniciosa o almeno come credenza culturalmente irrilevante (questa è la posizione dei neorazionalisti come Flores d’Arcais o Severino), oppure sussumendo la fede nella filosofia in quanto anch’essa fondata su categorie irrazionalistiche e avvezza a rivestire queste categorie con termini desunti dal linguaggio teologico cristiano, quali appunto “fede” e “rivelazione” […]» (pp. 224-225). 

L’equivoco di fondo è ritenere, però, sia dalla parte dialogante non credente che da quella teologica credente che «la fede nella rivelazione non è un sapere e se anche fosse un sapere non sarebbe razionalmente giustificabile» (p. 224). 
La teologia diventa sovente "apofatica", ma solo perché non può dir più nulla di Dio e del mistero. 
Tutto ciò non deve dirci qualcosa oggi quando a più riprese si dice che la fede non è un contenuto dogmatico-dottrinale ma solo l’incontro con Gesù? Tante metodologie catechetiche non sono forse impiantate esclusivamente sulla presentazione della fede come esperienza, come raffigurazione estetica e immaginifica del Signore e dei misteri, più che sulla Parola di verità e di vita rivelata, che diventa incontro vivo col Signore solo nella misura in cui è comprensibile e perciò traducibile in vita vissuta? 

Questo pregevole manuale di Mons. Antonio Livi è un’occasione propizia per poter iniziare l’Anno della Fede, ponendosi i veri problemi che oggi attanagliano la sua professione cattolica, piegandola spesso ad un policromo soggettivismo, dipendente spesso se essa è predicata da un sacerdote, da un operatore pastorale, da un semplice laico, da una suora, o talvolta da un prelato. In questo volume abbiamo i riferimenti precisi e argomentati per ridonare alla fede la sua freschezza, attualità e perennità. La sua bellezza unita alla sinfonia che emerge se, nella fede di sempre, si legge la Scrittura si ascolta la Tradizione e ci si lascia guidare dalla Chiesa. 

p. Serafino M. Lanzetta, FI



La presente recensione all'ultima opera di Mons. Livi è stata pubblicata anche sui siti dell'Autore:  



Il 31 maggio 2012 il libro è stato presentato a Firenze, nella Chiesa dei SS. Michele e Gaetano. Oltre all'Autore sono intervenuti il P. Giovanni Cavalcoli, il Prof. P. De Marco e il P. Serafino M. Lanzetta. Su YouTube è stata pubblicata la registrazione video della serata: vedi qui e poi di seguito le altre parti.

giovedì 21 giugno 2012

In uscita il nuovo numero di «Fides Catholica»



In uscita il numero 1-2012 di Fides Catholica, la quale in questo nuovo anno si presenta anche con una nuova veste grafica, più classica nello stile e più leggibile. Il nostro intento è quello di offrire una rivista scientifica che animi il lavoro teologico, condotto con serietà e competenza nei vari campi della Sacra disciplina, e che allo stesso tempo invogli tanti, anche i non addetti ai lavori, a nutrirsi di pagine di storia, di filosofia, di esegesi, di teologia. Anche l'interno si presenta con un nuova pagina iniziale con il logo che demarca ogni sezione. 






In questo numero:



Editoriale


Padre Serafino M. Lanzetta, Quel dissidio tra la Fede e il suo annuncio

Diventa sempre più marcato un certo conflitto che si pone tra la fede oggettiva quale contenuto dogmatico da credere e la fede come atto soggettivo mosso dalla grazia. Si restringe quello a questo, spesso dicendo che la fede cristiana non è l'assenso ad un insieme di verità, quasi come se fosse un manuale di studio, ma l'esperienza viva di Cristo, della sua Persona. Pur rimanendo valido l'asserto secondo il quale la fede è l'incontro vivo con Cristo, non si può mai prescindere dall'aspetto dottrinale della fede, dal suo contenuto dogmatico. Il rischio è quello di credere in un Cristo della propria fantasia. Dove si radica però questa diastasi oggi così diffusa, fino ad insegnare ai bambini del catechismo che non si devono imparare delle formule ma si deve concepire la fede come un'esperienza? Ultimamente, in una scissione in Cristo tra Logos eterno e Verbo umanato, che si ripercuote in tutta la teologia, con un momento significativo in alcuni teologi al Concilio Vaticano II.


Historica

Giuseppe Brienza, La cultura cattolica della Tradizione:
Fausto Belfiori e la rivista Adveniat Regnum (1963-1975)

La rivista Adveniat Regnum, fondata a Roma nel 1963, sotto la direzione di Fausto Belfiore, diede un notevole contributo per contrastare il dilagare del marxisimo e del laicismo. L’A. ricostruisce la storia della rivista fino al 1975, anno in cui terminarono le pubblicazioni. In concomitanza con l’uscita del primo numero ci fu il “Messaggio dell’Episcopato italiano sul comunismo ateo e i pericoli dell’ora presente” (31 ottobre 1963), voluto dal Card. Siri, ancora alla guida della CEI. Siri auspicava una “resipiscenza” del laicato cattolico circa la vera posta in gioco: un facile ottimismo e uno scivolamento verso l’ideologia di sinistra, col rischio di chiudere gli occhi dinanzi al dilagare del male, con la conseguente perdita della propria identità, del sacro patrimonio dei nostri avi e dei nostri Santi.


Theologica

Padre Tomas Tyn, La Rivelazione soprannaturale. Trattato di Teologia fondamentale (prima parte)

All’esposizione teologico-fondamentale del retto concetto di "religione", padre Tyn fa seguire la presentazione critica di alcune correnti di pensiero che in vari modi e sotto vari pretesti falsificano o negano la virtù di religione o a causa di una razionalità presuntuosa (razionalismo, naturalismo, idealismo, panteismo) o all’opposto a causa di una ristrettezza intellettuale che non consente alla mente di superare il livello dei fenomeni o dell’empirìa materiale (empirismo, agnosticismo, materialismo, positivismo, pragmatismo, fenomenismo, nominalismo). L’Autore accenna anche a una visione errata della religione cristiana (soprannaturalismo o fideismo protestante, giansenismo, baianesimo, kantismo, modernismo, hegelismo, ontologismo, esistenzialismo, rahnerismo). 



Padre Serafino M. Lanzetta, La valutazione del Concilio Vaticano II in Joseph Ratzinger poi Benedetto XVI

Ratzinger partecipò al Concilio Vaticano II come teologo del Card. Frings, divenendo poi perito. Fu propenso al rinnovamento liturgico, anche se più tardi denunciò chiaramente le sproporzioni della riforma rispetto alle premesse. Non fu come altri in opposizione agli schemi preparatori, anche se sottolineava la necessità di doverne migliorare alcuni passaggi. Vide la collegialità episcopale come un approfondimento e sottolineò anche il suo limite, dovendone recepire il retto significato in modo circoscritto, come per l’intero testo di Lumen gentium. Durante i lavori conciliari si accorse che il concilio rischiava di divenire un’opportunità per molti. Ne denunciò il problema sin dal discorso di Bamberga (1966), fino a indicare, come Pontefice, l’unica giusta ermeneutica: la riforma nella continuità della bimillenaria Tradizione.



Padre Serafino Tognetti, Don Divo Barsotti e il Concilio Vaticano II: Un uomo di Dio a cui fu “affidata tutta la Chiesa”
L’A., discepolo e figlio spirituale di uno dei più grandi mistici del ‘900, Don Divo Barsotti, delinea il pensiero di questi circa la preparazione, lo svolgersi e il periodo successivo al Concilio Vaticano II. Cosa Don Divo scrisse riguardo al Concilio, come lo visse? Fu semplicemente un “uomo di Dio”: ecco la ragione della sua autorevolezza di giudizio. Fu entusiasmato dall’evento conciliare, perché si trattava di annunciare la fede al mondo intero. Non nascose anche una certa insofferenza nei riguardi di una Chiesa che vedeva facilmente e solo negli altri il problema. Ma alla chiusura dell’Assise fu preoccupato. C’era «una facile ubriacatura dei teologi acclamati al Concilio». Il trionfalismo che prima si rinfacciava alla Curia romana diveniva uno stile per esaltare il nuovo che stava nascendo.



Padre Luca Genovese, La dottrina luterana vista da San Lorenzo da Brindisi
La dottrina luterana spiegata nell’opera Ipotiposi del Luteranesimo di San Lorenzo da Brindisi (†1619), il Cappuccino elevato al rango di Dottore della Chiesa nel 1959, racchiude interessanti spunti per la riflessione ecumenica e il rilancio della Fede cattolica nei nostri tempi. Ad indicarlo quale modello e maestro da seguire è il Papa del Concilio, B. Giovanni XXIII, il quale afferma: «Chi tratta le discipline teologiche, e soprattutto chi deve insegnare o difendere il dogma cattolico, ha (in San Lorenzo) di che alimentare le proprie conoscenze, di che istruirsi per difendere ed esortare alla verità e di che disporre per procurare ad altri la salvezza. Se seguirà questo autore che ha sradicato gli errori, svelato chiaramente le falsità, sciolto i dubbi, saprà di camminare su strade sicure».



Giuseppe Pinardi, L’esegesi del concetto di àgapē in San Paolo: riflessioni critiche e storia della Teologia
Il presente contributo costituisce uno studio sulla nozione paolina di agàpē. A partire dall’aspetto linguistico viene evidenziata l’origine di questo termine dapprima nel mondo classico ed ellenistico e poi segnatamente nell’ambito biblico vetero e neotestamentario e nella LXX, adducendo precisi riferimenti filologici sia in ambito classico e pagano sia cristiano. Viene presentata la storia dell’esegesi del vocabolo agàpē dalle interpretazioni più antiche fino a quelle più moderne e si avanza una possibile suddivisione letteraria e teologica della pericope, alla luce degli studi più recenti ed esegeticamente attendibili. L’indagine non si avvale soltanto degli studi lessicali e filologici tradizionali, ma prende in considerazione anche l’esegesi moderna, e l’apporto dei maggiori contributi dell’analisi filologica e linguistica, cattolica e non.




Padre Carlo M. Houngbo, I Dogmi mariani: rivelatori dell’ortodossia della Dottrina cattolica
L’A., novello sacerdote, affronta il tema del dogma mariano come segno e guida verso la retta dottrina della fede cattolica. Fa sua la convinzione del grande mariologo E. Campana, secondo il quale «la Vergine Santa è così strettamente unita, per mezzo del Figlio, al mistero della Santissima Trinità e quindi a tutta l’economia della Redenzione, che non può errare nella fede chi intorno a Lei rettamente sente». I dogmi mariani esprimono la fede della Chiesa, mettendo in luce il loro fondamento cristologico e trinitario. Di rimando, sono indicatori della verità del mistero del Verbo incarnato, del Dio uno e trino, della natura umana e divina della Chiesa. Di qui promana anche il retto valore antropologico della mariologia. Una devozione illuminata a Maria è garanzia di una fede vera e viceversa.


Commentaria

Omelia di S. E. Mons. Luigi Marrucci
In occasione dell’Ordinazione diagonale dei Frati Francescani dell’Immacolata (Tarquinia, 19 novembre 2011)




Recensiones 





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