sabato 6 ottobre 2012
giovedì 4 ottobre 2012
Un ecumenismo contro l'unità e l'unicità della Chiesa? Il caso di Don Alfredo Jacopozzi su "Toscana Oggi"
P. Serafino M. Lanzetta scrive al Direttore di "Toscana Oggi", settimanale cattolico toscano d'informazione, in seguito a un duplice intervento del Prof. Don Alfredo Jacopozzi, docente alla Facoltà teologica dell'Italia Centrale e direttore dell'ufficio culturale della Diocesi di Firenze, sull'ecumenismo.
Caro
Direttore,
leggendo
la risposta di Don Alfredo Jacopozzi (pubblicata su Toscana
Oggi del 3 giugno 2012, p. 19) ad
un lettore che si chiedeva perché i cristiani sono divisi e non sono riuniti in
un’unica Chiesa, non si può che restare esterrefatti. Muovendo dalle modalità
del nuovo dialogo, che sarebbe iniziato grazie al Concilio Vaticano II, sembra
che si metta in discussione lo stesso mistero della Chiesa, una santa cattolica
e apostolica, come professata nel Simbolo della fede. Desideravo manifestare tempo
fa il mio disappunto, ma poi ho lasciato cadere la cosa, quando, confortato da
una lettera del Sig. M. P. Rocchi, anch’egli perplesso in detta materia, mi son
deciso. Leggendo poi la nuova risposta di Don Jacopozzi (pubblicata con la
lettera su Toscana
Oggi del 16 settembre 2012, p. 11),
allora credo che sia opportuno intervenire pubblicamente nel dibattito.
Non
discuto sulle intenzioni del teologo e sul suo desiderio di unità, così
importante. In ciò che segue mi limito a segnalare ciò che, a mio avviso, è
oggettivamente contrario alla fede della Chiesa cattolica. Rimangono comunque
inalterati il rispetto e l’amicizia sacerdotali.
Don
Jacopozzi, nel suo primo intervento, è molto entusiasta della “grande novità
del concilio”, che si sarebbe liberato di un’apologetica tendente a
sottolineare il connubio di unità e verità per fare spazio a una nuova carità,
quella appunto della ricerca di nuove strade di dialogo. La novità, a suo modo
di vedere, è l’inveramento del “principio istituzionale” con il nuovo
“principio vitale”, così da spostare il problema dell’unità dalla Chiesa a Cristo.
Questo gli concede di inferire la seguente conclusione: “Nessuna…delle chiese e
delle comunità cristiane può sentirsi privilegiata nei confronti del Cristo,
ritenere di occupare il posto migliore al suo fianco e di essere l’unica
autentica Chiesa di Cristo sulla terra”.
Così,
per Don Jacopozzi, la nuova unità dei cristiani, la nuova verità, “non può
essere trovata nel consenso dottrinale, che è un consenso astratto di fronte
alla verità della rivelazione”, ma “nella persona di Gesù Cristo”. Si darebbe
un passaggio dal “diritto della verità” al “diritto dell’uomo”, e questo
favorirebbe finalmente il pellegrinaggio di tutti “verso l’unità della verità a
prescindere dalla chiesa di appartenenza”.
Dicevo
esterrefatti, e aggiungerei pure disorientati, perché questo argomentare
prescinde dal fatto che la Chiesa è un’istituzione
di Cristo sui Dodici, ratificata nel sacrificio del Calvario, e manifestata
nella sua unità e cattolicità a tutte le genti il giorno di Pentecoste. Per Don
Jacopozzi questo approccio risentirebbe di fissismo veritativo. Il vero
impedimento all’unità risulterebbe dunque la stessa Chiesa costituita da
Cristo. Questo, ci chiediamo, è l’insegnamento del Concilio Vaticano II? Dove
si dice che l’ecumenismo è il pellegrinaggio verso Cristo passando a lato della
Chiesa-una? Forse don Jacopozzi legge Unitatis
redintegratio (UR, che significa ristabilimento dell’unità dei cristiani nell’unica
Chiesa e non della Chiesa) contro Lumen
gentium (LG), rischiando oltretutto di mettere in discussione l’intero impianto
rivelato circa il mistero della Chiesa come trasmesso ininterrottamente dal
Magistero? Non è questo un esempio di ermeneutica della rottura applicata al
concilio? Il pensiero di Don Jacopozzi sul Concilio Vaticano II è sintetizzato
in un suo intervento sulla rivista “Testimonianze”
(n. 463), fondata da don Ernesto Balducci: le ambivalenze del Concilio, sul
piano dottrinale e pastorale, sono state largamente monopolizzate dal Magistero
post-conciliare, eludendo l’aspettativa di molti di eliminare vecchi rimasugli
nel modo di pensare. Si è verificata una “restaurazione” a danno del Vaticano
II, accanto però a punti di non ritorno come la liturgia del popolo sacerdotale,
una Chiesa non più giuridicizzata e trionfalistica, stima per le altre
religioni e della dignità umana.
Ritornando
al problema ecumenico, don Jacopozzi assume come principio-guida nella sua
risposta non la Chiesa, il mistero, ma la divisione contingente e storica dei
cristiani. È una teoria che diversi anni fa riscuoteva un qualche successo,
declinata talvolta come “diversità riunificata”, ma che ora comincia anch’essa
a tramontare, perché alcune diversità si manifestano sempre più come distanze
irriducibili. Un solo esempio: come accordare i principi non negoziabili della
legge morale naturale con la loro esplicita negazione in alcune denominazioni
protestanti?
Nel
secondo intervento, Don Jacopozzi ribatte al Sig. Rocchi confermando la sua
visione conciliare: il Vaticano II sarebbe passato da una prospettiva
ecclesiocentrica a una cristocentrica. Resta però il fatto che l’ecumenismo è
un problema ecclesiologico e non cristologico: UR dipende da LG (cf. UR 1/c).
Di più, Dominus Iesus (DJ) dichiarazione della Congregazione per
la Dottrina della Fede sull’unicità salvifica di Cristo e della Chiesa, avrebbe
fatto cadere una serie di affermazione di UR, tra cui ciò che si direbbe al n.
3: cioè “che le confessioni cristiane sono in se stesse vie di salvezza, quasi
alla pari della Chiesa cattolica”. Al n. 3 di UR – del resto citato in
precedenza da Don Jacopozzi –, si dice invece che lo Spirito di Cristo non
ricusa di servirsi delle Chiese non cattoliche e delle altre Comunità cristiane
“come di strumenti di salvezza” (“tamquam salutis mediis”). L’interpretazione
data va molto al di là del testo conciliare. Lo Spirito Santo non ricusa di
servirsi di tante altre realtà per la salvezza e non solo delle Chiese o Comunità
separate. Basti ricordare che anche la coscienza retta di un non cristiano può
essere strumento di salvezza nel battesimo di desiderio. No invece le altre
religioni in quanto tali. Questo in ragione del fatto che Dio non è vincolato
nel suo agire ai sacramenti. Ma giustificare una completezza ecclesiologica
delle altre confessioni cristiane con la straordinarietà della salvezza è
teologicamente sbagliato. UR infatti subito dopo (cf. il n. 3/e) afferma che “solo per mezzo della cattolica Chiesa di Cristo, che è il mezzo generale
della salvezza, si può ottenere tutta la pienezza dei mezzi di salvezza”. Nella
Chiesa cattolica c’è la garanzia, la pienezza, fuori di essa certamente non c’è
un vuoto ecclesiale ma solo la possibilità di salvezza. Tra esse e posse c’è una grande distanza. Il discorso comunque deve rimanere
nell’alveo ecclesiologico (quello soteriologico è distinto).
A giudizio
di Don Jacopozzi, che cita L. Sartori, il discorso sulla “pienezza” salvifica
sarebbe quantistico. La Chiesa cattolica avrebbe un di più (matematico)
rispetto a chi ha invece meno. Dal momento che questo discorso presenta
notevoli ambiguità cadrebbe da solo e lascerebbe quindi spazio alla
molteplicità, che necessariamente però diventa incontrollabile. È questa che
invece cade. Il battesimo, ad esempio, implica l’eucaristia e tende verso di
essa, ovvero “tende interamente all'acquisto della pienezza della vita in
Cristo” (UR 22), i sacramenti non hanno ragion d’essere senza la Chiesa,
essendo questa il sacramento universale (cf. LG 1 e 48). Quale sarà, perciò,
nella teologia ipotizzata da Don Jacopozzi, la misura degli stessi elementi ecclesiali sparsi qua e là nelle altre
confessioni? Non basta ritornare al solo Cristo. Tuttavia, non si tratta di un
discorso matematico delle quantità: pienezza è una questione di essenza, appartiene
alla Rivelazione di Dio. Essere nella verità più che avere la verità. Questo
implica la fede: credere Ecclesiae, Ecclesiam, e in Ecclesia.
Ancora, il
verbo subsistit accompagnato dall’in utilizzato da LG 8 e ripreso da DJ 16
non è una “formula compromissoria che il Concilio adottò per armonizzare due
affermazioni dottrinali diverse”: l’unicità e l’unità della Chiesa di Cristo e
la presenza di elementi ecclesificanti presenti fuori dei suoi confini
visibili. Ciò per il fatto che le due affermazioni dottrinali non sono
“diverse”. Nello schema originario sulla Chiesa (De Ecclesia), sebbene fosse presente il verbo est invece del subsistit in,
per coordinare Chiesa di Cristo e Chiesa cattolica, si diceva comunque che c’è
un’unica Chiesa di Cristo e una pluralità di elementi presenti in altre Chiese o
Comunità cristiane. Questi elementi appartengono alla Chiesa di Cristo e perciò
spingono verso l’unità cattolica (cf. LG 8). Si trovano ora frammentati a causa
della divisione, che non dovrebbe esserci.
Il discorso
ecumenico non può essere trasferito, ancora una volta, come fa Don Jacopozzi,
al mistero di Cristo e pensare all’unità dei cristiani – meta-ecclesiale o in
una super-Chiesa? – più che al ricomporre le fratture nel mistero dell’unica
Chiesa. Non c’è un soffio dello Spirito Santo contro o accanto alla volontà di
Cristo.
Resta
perciò una domanda per tutti noi, quella decisiva: la Chiesa, così come data
storicamente, è una costruzione di uomini o è voluta da Cristo? Se rispondiamo
che essa viene da Cristo, allora abbiamo anche la giusta risposta al perché
siamo divisi, senza dover abbandonare il patrimonio della Rivelazione: la
divisione dei cristiani è frutto del peccato da ricomporre con la conversione
nostra e altrui, ma la Chiesa non può che essere sempre una. Sarebbe mai
possibile un Cristo senza la Chiesa? Verso quale Cristo andremmo se la sua
Chiesa non fosse più riconoscibile nelle traversie della nostra povera storia
umana? Del resto, anche il semplice spostarsi su Cristo, rinviando in Lui
l’unità intesa come pellegrinaggio storico, non risolve il problema. Ci
ritroviamo nuovamente a fare i conti con un dato essenziale, rammentatoci da S.
Paolo: «Cristo è stato forse diviso?» (1Cor 1,13). Prima la Chiesa indivisa,
prima Dio, e poi il problema storico delle fratture tra i credenti, da sanare
nella carità della verità. Consiglierei, pertanto, di modificare il titolo
all’ultimo intervento di Don Jacopozzi: non si può porre in questione, sebbene
in modo giornalistico, l’unicità della Chiesa: è un dato di fede, che precede
la nostra comprensione.
p. Serafino M. Lanzetta, FI
PS: Don A. Jacopozzi risponde al mio scritto (su "Toscana Oggi" di domenica 7.10.2012, p. 16, dove è pubblicata anche la mia lettera al Direttore, in forma più breve della presente).
Ciò che è interessante notare è che non c’è nella risposta una sola
controbattuta alle mie obiezioni, ma si insiste su ciò che veramente conta:
postulare uno sviluppo teologico, dopo il Concilio Vaticano II, che partendo
dall’ecclesiologia di comunione offra la chiave adeguata, cito, «per
comprendere sia ciò che già ci unisce in Cristo; sia lo statuto che all’interno
di questa comunione, reale sebbene imperfetta, hanno la Chiesa cattolica e le
altre Chiese e Comunità ecclesiali; sia le prospettive da intraprendere per
giungere alla piena unità» (p. 16). Ancora una volta Don Jacopozzi colloca la
Chiesa cattolica accanto alle altre
Chiese e Comunità, al fine di creare o raggiungere una comunione ecumenica. Di
nuovo si è smarrita la Chiesa di Cristo. Questo però, lo ribadisco, non è la
dottrina della fede cattolica, che invece insegna che la Chiesa è una ed unica,
mentre sono i cristiani ad esser divisi. Il Concilio qui serve come trampolino
per le “nuove” teologie, che però evidentemente superano o semplicemente
trascurano il dettato conciliare, per ritrovare, in un certo “spirito del
Concilio”, la nuova unità. Questa non è la volontà di Cristo, né
dell’ecumenismo cattolico.
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Vaticano II
domenica 23 settembre 2012
Il B. Pio IX, Pontefice della libertà
In occasione di una giornata in onore del B. Pio IX, giovedì 20 settembre 2012, ricordando la presa di Porta Pia (20 settembre 1870) in un modo del tutto lontano dai canoni della giustizia e della verità, il p. Serafino M. Lanzetta, nella solenne celebrazione eucaristica d'apertura, avutasi nella Chiesa d'Ognissanti in Firenze, ha pronunciato l'omelia che riportiamo di seguito:
Celebriamo
una giornata in onore del B. Pio IX, terziario francescano, il grande Pontefice
degli anni più terribili della storia dell’Europa e della Chiesa, che sedette
sul Trono di Pietro dal 1846 al 1878.
Uno
dei più gradi atti di questo lungo pontificato fu senza dubbio la solenne
proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione: Maria SS. è stata
predestinata sin dal primo istante del suo concepimento dal peccato originale e
questo in vista dei meriti di Cristo. Maria, unica tra gli uomini, per la
grazia di Cristo non è stata mai schiava del peccato e del diavolo. In Lei Dio
mostra la perfezione della sua creazione e la vera libertà creaturale. Maria,
ci disse il B. Pio IX, è tutta di Dio e questa è la sua perfezione, la sua
gioia che comunica anche a noi suoi figli. Attraverso di Lei, attraverso la sua
mediazione materna, possiamo essere anche noi di Dio.
L’8
dicembre del 1864, dieci anni dopo il dogma mariano, e con la mente fissa in
esso, il Papa redige il Syllabus, in
appendice all’enciclica Quanta cura,
ovvero dei principali errori dell’età nostra: un elenco di 80 errori in materia
di filosofia, teologia, storia e politica. È interessante richiamarne alcuni, i
quali, benché di diverso genere e riguardanti materie differenti, fanno
trasparire una radice che li accomuna.
Anzitutto
un errore riguardante la Chiesa:
Propos.
XIX: «La Chiesa non è una vera e perfetta società pienamente libera, né è
fornita di suoi propri e costanti diritti, conferitile dal suo divino
Fondatore, ma tocca alla potestà civile definire quali siano i diritti della
Chiesa e i limiti entro i quali possa esercitare detti diritti».
Poi
un errore riguardante il principato
civile del Romano Pontefice:
Propos.
LXXVI: «L’abolizione del civile impero posseduto dalla Sede apostolica
gioverebbe moltissimo alla libertà ed alla prosperità della Chiesa».
Infine
due errori riguardanti l’odierno
liberalismo:
Propos.
LXXVII: «In questa nostra età non conviene più che la religione cattolica si
ritenga come l’unica religione dello Stato, esclusi tutti gli altri culti,
quali che si vogliano»;
Propos.
LXXIX: «È assolutamente falso che la libertà civile di qualsivoglia culto, e similmente
l’ampia facoltà a tutti concessa di manifestare qualunque opinione e qualsiasi
pensiero palesemente ed in pubblico, conduca a corrompere più facilmente i
costumi e gli animi dei popoli, e a diffondere la peste dell’indifferentismo».
Quale
era, possiamo chiederci, l’idea di libertà che soggiace a queste proposizioni
condannate? Il liberalismo religioso che minacciava la Chiesa, limitandone la
sua libertà di espressione, e che poneva tutte le religioni sullo stesso piano,
in modo da portare all’indifferentismo e al relativismo, era lo stesso che
denigrava il potere temporale del Papa: la sua perdita avrebbe favorito una
libertà spirituale del Pontefice e della stessa Chiesa. La spoliazione del
Papato, quindi, avrebbe dovuto significare il restringimento della libertà
politica della S. Sede, nell’ambito di un pluralismo religioso, in cui la
verità cattolica doveva lasciare spazio alla pluralità degli altri culti, fino
alla sparizione della stesso concetto di religio
vera. Così trionfava il razionalismo assoluto, secondo cui non esiste un
Essere trascendente e Dio si identifica con le cose: bene a male, vero e falso,
necessità e libertà, spirito e materia, diventano la stessa realtà. Un falso
concetto di libertà, identicamente soggiacente tanto all’aspetto politico
quanto a quello filosofico-teologico, minacciava la cultura e la Chiesa:
minacciava il futuro stesso dell’uomo, lasciandolo precipitare nel baratro del
relativismo. Pio IX con grande avvedutezza lo denunciò e ci fu anche qualche
altro che s’accorse immediatamente della profezia di quel gesto, del Sillabo, e
corse in soccorso e in difesa del Papa dell’Immacolata: il B. John Henry
Newman, con la sua Lettera al Duca di Norfolk (1874).
Era
in discussione il concetto di libertà rivendicato con quello che poteva
sembrare il suo contrario, la sua negazione, la coscienza. La libertà
condannata era un gesto proditoriamente in contrasto con la coscienza
dell’uomo. Il Papa violava il suo imperativo e l’obbedienza alla Chiesa avrebbe
favorito una massificazione delle intelligenze, ostacolando la scelta personale
secondo un giudizio morale soggettivo. L’illustre statista Gladstone, a cui
Newman risponde nella sua Lettera, sosteneva che il Concilio Vaticano I avesse
creato un nuovo tipo di cattolicesimo: una Chiesa che toglie ogni libertà alla
discussione, una Chiesa che perfino infallibilizza il suo Pontefice
rinchiudendo la sua dottrina come in un circolo vizioso. Così non era più
possibile essere buoni cattolici e buoni inglesi. Gladstone, capo del partito
liberale britannico e per quattro volte primo ministro, col suo fervore tutto
anglicano, s’interessò da vicino del Sillabo, del Vaticano I e della politica
della S. Sede e in particolare di Pio IX. Era simpatizzante del Risorgimento
italiano. Temeva che i dettami del Vaticano I, i cosiddetti “decreti”, come da
lui chiamati, avessero effetti dannosi sull’obbedienza e sulla fedeltà civile
dei sudditi inglesi a sua Maestà, la Regina Vittoria. I cattolici erano così
schiavi del pensiero di un altro, di una potenza straniera, perché non vi sono
settori della vita umana che non cadano sotto l’obbligo della legge morale,
dettata dal Pontefice. In una parola, per Gladstone il Papa era un limite alla
libertà, alla stessa civiltà. Ma al motto echeggiato da questi in modo
sarcastico, «prima cattolico e poi inglese», Newman rispose che le due cose non
erano affatto incompatibili: si poteva essere pienamente cattolici e
perfettamente inglesi ad un tempo.
All’origine
di questo pensiero però c’era un’idea di coscienza come costruttrice di se
stessa, senza alcun riferimento a Dio. L’uomo era misura di se stesso e il suo
giudizio creatore dell’azione morale. Newman ribatté rimanendo sullo stesso
livello del suo interlocutore: la coscienza è, in verità, il sacrario dell’uomo,
lì dove Dio parla nell’intimo e pronuncia quelle parole infallibili, iscritte
nel suo cuore. Una libertà assoluta e irrazionale della coscienza porta al deliramentum. Questa libertà era stata
denunciata da Gregorio XVI e da Pio IX. La Chiesa invita a seguire non il
giudizio arbitrario di una libertà assoluta ma paradossalmente proprio «la voce
della coscienza sulla quale la Chiesa è fondata», scrive Newman (Lettera, V).
C’è
una falsa coscienza che è l’uomo misura della verità e invece una coscienza che,
quale giudizio morale sul bene da scegliere o sul male da evitare, mi propone
il sentiero della verità. La coscienza non è un assoluto ma deve essere guidata
da una luce superiore ad essa: la verità. Si tratta di passare da un’idea
soggettiva di coscienza e di vita morale a una oggettiva: proprio questo fece
Pio IX, in continuità con tutta la Tradizione anteriore, denunciando il
pericolo del liberalismo religioso, quasi come una sintesi delle insidie alla
vita della Chiesa e dell’umanità stessa. Non si può impugnare la coscienza
contro la verità, contro Dio e contro la religione vera.
Il
17 maggio 1879, Newman nel suo discorso sulla ricezione del biglietto papale
che lo nominava Cardinale di Santa Romana Chiesa, da neoporporato così disse:
«E
mi rallegro ora al pensare che, fin dal principio, mi sono opposto ad un grande
pericolo: per trenta, quaranta, cinquant’anni ho resistito con ogni mia forza
allo spirito del liberalismo in religione…Mai vi fu un sistema così ostile
costruito con maggiore intelligenza e più fecondo di successo».
La
definizione dogmatica dell’Immacolata Concezione dichiarò il vertice della
libertà raggiunto in una creatura umana, la Vergine Maria. Maria in Dio, suo
tutto, è pienamente libera perché può scegliere solo la Verità e l’Amore, può
solo essere di Dio.
Il
Sillabo, con la condanna delle idee libertarie sia filosofiche che politiche,
mirava proprio a combattere la radice velenosa dell’arbitrio, camuffato dietro
le false sembianze del rispetto dell’uomo e della precedenza della sua
coscienza, che necessariamente porta al ripiegamento su se stessi fino al
disprezzo di Dio e della Chiesa.
Il
Concilio Vaticano I, con la definizione solenne dell’infallibilità del Papa,
quando ex cathedra dichiara
irreformabili verità di fede o di morale, liberò ancora una volta la teologia e
la fede da un’insidia ricorrente, quella di vedersi in qualche modo autonome
rispetto al mistero. Il modernismo di fine Ottocento e il neomodernismo dei
nostri tempi postula difatti una scissione insanabile tra fede e ragione, in
mezzo alle quali vi è, come maestra, l’esperienza soggettiva.
Nella
Chiesa vi è non la libertà intesa come domino dispotico sulle cose e sulla
realtà, come promessa d’immortalità ma senza Dio o contro di Lui, echeggiando i
versi del serpente velenoso, ma l’obbedienza, che è un legarsi liberamente alla
verità, a Cristo, che ci rende liberi col suo sacrificio della Croce. Non è la
Chiesa che è rimasta indietro perdendo un’occasione, ma è la modernità, che
costruita unilateralmente su questi principi ha smarrito se stessa, lasciando
ora il posto ad un vuoto di senso.
Potremmo
allora ben dire che il Beato Pio IX fu il grande Pontefice della libertà: del
primato di Dio sulla storia, sulla politica, sulla scienza e sulla filosofia.
Con grande lungimiranza vide il pericolo di offuscare la vera portata della
libertà e di ridurla a un mero pretesto. Il suo insegnamento è allora di grande
attualità e di notevole lungimiranza sui tempi che lo avrebbero succeduto.
Che
il Signore doni anche oggi e nuovamente alla sua Chiesa questa lungimiranza,
quest’acutezza di giudizio, questa profezia per un mondo rinnovato dall’azione
infallibile della grazia. Amen.
p.
Serafino M. Lanzetta, FI
giovedì 20 settembre 2012
Conciliovaticanosecondo.it
È nato un nuovo sito sul Concilio Vaticano II, in occasione del 50° d'apertura dell'Assise conciliare, che si festeggerà il prossimo 11 ottobre.
conciliovaticanosecondo.it
Rimandiamo a un articolo appena pubblicato sul nuovo sito, di P. Serafino M. Lanzetta, Tradizione della Chiesa e Vaticano II: la pastoralità del Vaticano II, distinta chiaramente dalla dottrina della fede, nella Costituzione dogmatica sulla Divina Rivelazione interseca però la stessa presentazione delle dottrina riguardante la Tradizione costitutiva della fede e il problema - lasciato insoluto - della insufficienza materiale delle Scritture. In che senso il Vaticano II è un concilio pastorale? A giudizio di G. Ruggieri la pastoralità avrebbe disegnato un nuovo modo di essere concilio, da cui deriva un nuovo modo di essere Chiesa. Questo, in realtà, non può che provocare la rottura, non con il passato, ma con la stessa Chiesa, benché a giudizio di Ruggieri il discorso sulla continuità/discontinuità sia rozzo. Si dovrebbe correggere questo approccio alla pastoralità e far sì che non influenzi la dogmatica o la stessa fede, se si vuole che il Vaticano II non diventi l'unico concilio della Chiesa. Allora, si può vedere anche la dottrina sulla Tradizione della Chiesa nella sua continuità con Trento e il Vaticano I.
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martedì 18 settembre 2012
lunedì 17 settembre 2012
sabato 8 settembre 2012
Convegno di studi su S. Massimiliano M. Kolbe
I Francescani dell'Immacolata ti invitano al prossimo convegno di studi su S. Massimiliano M. Kolbe, nel trentesimo della sua canonizzazione
Roma 8-10 ottobre 2012
sabato 25 agosto 2012
L'evoluzionismo modernista. Una sintesi del Convegno di Cremona su P. Tomas Tyn
Lo scorso 9 giugno si tenne a Cremona un convegno su P. Tomas Tyn e l'evoluzionismo modernista. Intervennero P. Giovanni Cavalcoli e P. Serafino M. Lanzetta. Moderava l'incontro il Dott. Mauro Faverzani, che in sintesi ora ci descrive l'evento e le relazioni.
Parlare di evoluzionismo modernista può spaventare il
pubblico meno avvezzo a masticar temi filosofici, ma quando è Padre Tomas Tyn a
spiegare, anche concetti in apparenza difficili diventano, in realtà,
abbordabili. La riprova si è avuta lo scorso 9 giugno a Cremona in Cascina
Moreni, sede del convegno promosso dal Gruppo Laico Canossiano “Giuseppina
Ghisi”, dal Centro di Solidarietà “Il Ponte” e dal locale Centro Culturale
“Padre Tomas Tyn”, D’eccezione i relatori: Padre Giovanni Cavalcoli,
Vicepostulatore della causa di beatificazione di Padre Tyn e docente emerito di
Teologia Sistematica alla Facoltà Teologica di Bologna, e Padre Serafino M.
Lanzetta, docente di Teologia Dogmatica presso l'Istituto Teologico “Immacolata
Mediatrice”.
Da sinistra: P. Serafino M. Lanzetta, P. Giovanni Cavalcoli e il Dott. Mauro Faverzani
Della critica mossa da Padre Tomas Tyn all'idealismo
panteista si è occupato nello specifico Padre Cavalcoli, che ebbe modo di
conoscere personalmente questo suo Confratello di origine cecoslovacca, oggi in
odore di santità. Appartennero entrambi alla stessa comunità domenicana, quella
di Bologna, dal 1972 al 1990:
“La parola modernismo è nota in relazione alla
famosa enciclica «Pascendi» di San Pio X -ha spiegato Padre Cavalcoli- ma
ad esempio già il Maritain nel 1966, nel suo famoso libro «Le paysan de la
Garonne», segnalava con arguzia un ritorno di tale concezione. Egli ebbe anzi a
dire che il modernismo dell'epoca di San Pio X sarebbe stato un piccolo
raffreddore in confronto alla polmonite del modernismo di oggi”.
Il termine
«modernismo» significa 'fare della modernità un assoluto', un idolo, senza
esercitare su di esso alcun senso critico, alcun discernimento:
“Cartesio,
Kant, Hegel, lontani dall'esser ortodossi -ha proseguito l'illustre
relatore- sono sullo sfondo di larga parte del modo di pensare di oggi, anche
nella Chiesa, negli Istituti educativi superiori tanto quanto nelle Università
Pontificie. E lo dico con sofferenza. C'è chi ritiene per questo che si sia
giunti all'apostasia finale. No, il Signore non abbandona, abbiamo tanti
soccorsi, però è bene tenere gli occhi aperti. Perché il rimedio c'è ed è
quello di seguire il Santo Padre, di seguire il Magistero, il Catechismo,
nonché di dare una retta interpretazione del Concilio Vaticano II”. Padre
Tyn osservò come in Cartesio persista l'istanza idealistica. Scrisse Tyn:
”Di fatto non viene negata la consistenza obiettiva e reale dell'ente, ma
avviene qualcosa di più significativo e, ci sia permesso di dire, di più grave.
Anziché fondare l'idea della sostanza sulla sua realtà, al contrario
l'obiettività viene dedotta dalla rappresentazione soggettiva, chiara e
distinta che la mente ne ha. Nessun dubbio che la mente possieda l'idea della
sostanza, dell'attributo e del modo. Ma nell'idea non c'è solo pura idealità,
c'è anche corrispondenza all'oggetto. Di fatto, se all'idea nulla
corrispondesse ed essa dunque fosse un mero pensato della mente, tutte le idee
si equivarrebbero, giacché tutte sarebbero egualmente pensabili”. Dunque, “il
realismo cartesiano -ha commentato Padre Cavalcoli- non è originario, ma
derivato. Pertanto, che le cose esistano in sé e fuori di noi, per Cartesio non
è evidente, ma va dimostrato. Il dato originario, ciò che è evidente per lui, è
l'idea e fondamentalmente il cogito. Lo stesso uomo è ridotto a pensiero in
atto”.
Padre Tyn ha però dimostrato come, se ciò fosse vero, non ci
potrebbero più essere differenze tra le cose, perché sarebbero caratterizzate
solamente dalla loro pensabilità, mentre la differenza proverebbe solo dal
reale. Anche l'Io di Fichte è in fondo il cogito cartesiano. Esso pone il
Non-Io in luogo della cosa-in-sé. Cartesio, insomma, ha posto le premesse,
gettato i semi, da cui derivarono il panteismo di Spinoza ed Hegel -in cui
l'uomo è assorbito in Dio- e, da esso, l'ateismo di Marx -in cui Dio si
dissolve nell'uomo-, essendo ogni essere assoluto, quindi chiuso rispetto a
Dio. Panteismo ed ateismo poi condannati dalla Chiesa, soprattutto col Concilio
Vaticano I: “Soltanto Dio è il Suo essere -spiega Padre Cavalcoli- Lo
dice San Tommaso in base a Es 3,14: 'Io sono Colui che è'. Il meccanismo di
fondo dell'idealismo è la pretesa dell'uomo, che vuol sostituirsi a Dio con
avidità empia e blasfema”. C'è una continuità dunque da Cartesio a Kant,
poi Fichte, Schelling, Hegel fino a Nietzsche e Marx con una progressiva
esaltazione di un soggettivismo che si fa immanentismo, nonché con
l'autodivinizzazione dell'Io umano, che non sente più alcuna necessità di un
Dio trascendente. L'esperienza raggiungerebbe la cosa, ma non l'intelletto
speculativo. Esso non ne avrebbe peraltro bisogno con l'a priori,
raggiungendo la forma dell'oggetto, che non è più la cosa, ma il fenomeno.
Il conoscere vien pertanto divelto dall'essere.
D'estremo interesse ed attualità anche l'intervento di Padre
Serafino M. Lanzetta dei Frati dell'Immacolata. Intervento, incentrato sulla
critica di Padre Tyn all'impianto etico-esistenzialista del teologo gesuita
Karl Rahner, perito al Concilio Vaticano II del Cardinale di Vienna, König.
“Padre
Tyn gli rimprovera d'aver elaborato una nuova forma di etica della situazione –ha
spiegato l'illustre relatore-. Per Rahner la vita morale di un uomo non
potrebbe ridursi a dedurre dalle norme universali e naturali, quindi divine, i
principii dell'agire particolare esistenziale nel determinato momento, in cui
mi trovo ad agire, ciò che è il principio dell'esistenzialismo. La norma non
riuscirebbe in ogni caso a darmi un indirizzo concreto, poiché il caso
particolare sarebbe comunque e sempre più problematico”.
Rahner però non ha
come riferimento il tomismo classico, bensì Heidegger, che rappresenta a sua
volta, lo sviluppo concreto ed omogeneo della concezione
cartesiano-kantiana-hegeliana, già presentata. “L'uomo è un esserci, che si
pone il problema dell'essere”, ha aggiunto Padre Lanzetta. Ma, secondo San
Tommaso, non potrei pormi tale questione, senza aver prima conosciuto qualcosa
che abbia l'essere, quindi un ente finito, fatto di forma e materia, per
ascendere da qui fino a Colui che è l'essere. Invece, in Rahner, l'uomo viene
concepito come individuo, come esistente e non come persona, il che porta ad
escludere un'essenza incarnata in un'esistenza, facendo viceversa perno
sull'aspetto dell'uomo come atto di essere. L'essenza si confonde quindi con
l'esistenza. Ma, se l'uomo non è più capace di risalire all'essere partendo
dagli enti, necessariamente ciò che è universale nell'uomo viene totalmente
assorbito in ciò che è particolare, in questo uomo:
“Quel che più dà
verità al mio esserci nel mondo sarebbe la morte -ha spiegato il relatore-.
Questo, tradotto in termini teologici, porta Rahner a ritenere che la legge
universale possa dare un'indicazione, ma non possa dire la verità del mio
agire, verità affidata alla libertà che si confronta con il caso particolare.
Quest'etica, purtroppo presentata a volte anche nelle prediche, giunge a dire
che, in effetti, sarebbero meramente orientativi anche i dieci Comandamenti di
Dio, semplici norme insomma, astratte ed incapaci di soddisfare la mia esigenza
concreta in un determinato momento, rispetto al quale sarebbe la mia libertà a
doversi orientare. Questa è l'etica della situazione, che poi diventa anche
un'opzione morale fondamentale”. Rahner non vuole negare l'oggettività
della legge morale naturale e dei Comandamenti divini, quindi, ma pone le
premesse nei fatti, affinché si arrivi appunto a quest'etica della situazione: “In
questo modo cade la moralità dei nostri singoli atti, non si peccherebbe mai,
in quanto si sarebbe comunque 'orientati' in qualche modo a Dio, pur dovendo
fare i conti con la propria esistenzialità. Crolla l'impianto soprannaturale -avverte
Padre Lanzetta- Morale per quest’etica è il mio orientamento universale a
Dio. Sono cattolico? Bene. Ma poi cosa devo fare, in quest'ottica, non me lo
dovrebbero dire la Chiesa e il Catechismo, bensì la mia coscienza, metro ultimo
del mio agire morale. Oggi è questo il pensiero prevalente. In effetti, la
coscienza mi deve orientare, però non è il giudice definitivo, non si
sostituisce alla legge di Dio. E’ -direbbe San Bonaventura, citato da Giovanni
Paolo II nella 'Veritatis Splendor'- l'«araldo del gran Re», è il giudizio
morale sul bene che ho davanti e sul male che devo rigettare. Non crea il bene,
lo indica. E' la libertà, che mi muove a scegliere il bene”. Quest'etica
esistenziale formale porterebbe a conseguenze devastanti, condurrebbe a
giustificare il male con il bene. Come nel caso dell'aborto, esempio citato da
Padre Lanzetta: “Così facendo, stravolgiamo la stessa morale, rendendola
soggettivismo. Come accade ai nostri giorni, in cui ognuno ha una morale
propria. E' il relativismo etico”. Rahner pone il dubbio come metodo di
ricerca: “Invece devo partire dalla verità, dalla realtà -ha affermato
l'illustre relatore-. Padre Tyn critica Rahner, dicendo che in questo modo
si afferma l'agnosticismo, per il quale io sarei incapace di conoscere la
verità oggettiva -come Kant-, postulandola come un'esigenza del mio agire
morale, contingente e necessariamente applicabile ai casi della mia vita. L'io
diventa la norma definitiva dell'agire morale e ciò porta in definitiva
all'antropolatria, all'adorazione dell'uomo ed alla negazione di Dio, allo
scetticismo nei confronti della Sua capacità salvifica”.
Questa morale
privilegia l'uomo come spirito, come libertà contro la verità. La libertà
diventa in qualche modo, quindi, creatrice della norma morale. Un’etica,
questa, riprovata dal Magistero, in particolare da Pio XII nel 1952, ed ancora
condannata da Giovanni Paolo II nella Veritatis Splendor, nn.55-56. Non è quindi un'etica
cattolica:
“Il rischio del soggettivismo etico -ha proseguito Padre
Lanzetta- è quello di creare una società, in cui la morale è dettata dai
bisogni individuali; invece con la Dottrina della Chiesa è dettata dalla
necessità di adeguare la mia vita, la mia libertà alla norma di Dio, alla legge
eterna, naturale e positiva, datami da Dio. E' un mondo autenticamente umano,
in cui tutti si conformano alla verità e quindi tutti vivono la pace, non
essendovi ragioni di sopraffare in base alle rispettive esigenze personali”.
Un chiaro insegnamento, che ha rivelato l’utilità del convegno promosso non
solo per conoscere l’estrema attualità del pensiero di Padre Tyn e non solo per
mettere in guardia dai rischi del relativismo contemporaneo, ma anche per
fornire indicazioni, per suggerire possibili percorsi, che aiutino ad uscire
dalle sabbie mobili dell’errore, per incamminarsi invece sul percorso tracciato
da Dio. Ciò che il pubblico presente all’incontro ha confermato non solo con
l’attenzione con cui ha seguito gli interventi dei due illustri relatori, ma
anche con le domande, che hanno poi acceso un interessantissimo dibattito.
Mauro Faverzani
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Tomas Tyn
mercoledì 22 agosto 2012
Vitalità del cattolicesimo fiorentino. La rivista "Fides Catholica"
Nel solco del Frontespizio, L'Ultima
e Controrivoluzione, le riviste che hanno impresso un segno indelebile
nella storia del Novecento tradizionalista, si pubblica in Firenze, a cura
dell'Istituto Teologico Immacolata Mediatrice dei Francescani
dell'Immacolata, il semestrale Fides Catholica.
Il più recente fascicolo della bella rivista
fiorentina propone interessanti testi dei padri Serafino M. Lanzetta (Editoriale
e La valutazione del Concilio Vaticano II in Joseph Ratzinger poi Benedetto
XVI), Serafino Tognetti (Don Divo Barsotti e il Concilio Vaticano II)
e Luca Genovese (La dottrina luterana vista da San Lorenzo da Brindisi), scritti
che offrono al lettore indicazioni utili a una fedele e rigorosa lettura dell'ermeneutica
della continuità.
Nell'Editoriale, dopo aver citato le
tesi di un seguace di Teilhard De Chardin secondo il quale la formazione
religiosa non dovrebbe concentrarsi sui concetti ma orientarsi dinamicamente
verso il progresso, padre Lanzetta dimostra che la teologia cattolica è
insidiata da un'ondivaga passione per l'agire, attitudine che tradisce la
dipendenza della nuova teologia dal moderno soggettivismo.
Poiché nella teologia postconciliare "la
prassi ha prevalso sulla Fede", ai cattolici contemporanei incombe
l'obbligo di "coniugare Fede e ragione, Fede e dogma, dunque fede e
annuncio. Una catechesi su Cristo e sulla Fede non può semplicemente
abbandonare le formule della Fede, il Catechismo come unità dogmatica, morale e
spirituale, per fare spazio all'approccio più discorsivo della Fede solo
esperenziale di Cristo. Si finisce purtroppo per credere in un altro Gesù,
quello dei nostri desideri, quello che ci insegnerà una verità più consona
all'oggi e alle mode del tempo".
Nel convincente saggio sul Vaticano II padre
Lanzetta rammenta l'amara riflessione di Joseph Ratzinger sull'infelice
esperienza di Teresa d'Avila in un convento d'avanguardia, "dove
venivano interpretate con uno spirito largo le regole della clausura" e
il coerente giudizio secondo cui la conversione della carmelitana venne
quando lasciò da parte l'aggiornamento.
L'allontanamento della Santa d'Avila dalla
disciplina mondanizzata introduce la corretta lettura del Vaticano
II. Secondo Ratzinger: "I fedeli ai quali parliamo si domandano: il
Concilio non ha preso la via inversa? Non vuole avere a che fare con la
conversione per andare verso la perversione della Chiesa? Né l'una né l'altra
di queste domande possono essere puramente e semplicemente scartate".
Padre Lanzetta sostiene risolutamente che nel
Vaticano II la Chiesa visse un momento di grande timidezza davanti al mondo:
"C'era uno spirito del Concilio con una tendenza masochista".
Eletto pontefice, Ratzinger ha peraltro
affermato la perniciosità di un'ermeneutica che pone la Chiesa in conflitto con
se stessa, "contro la sua storia e trasforma il Concilio in una
Costituente (questa era un'idea molto cara a Giuseppe Dossetti, iniziatore
della Scuola di Bologna)". Scuola che ha coltivato l'abbagliante
illusione che nel Vaticano II contempla il nuovo inizio e una nuova pentecoste
del cattolicesimo.
In conclusione "non vi è opera di
difesa [del Vaticano II] più benemerita che mostrarne la sua corretta
interpretazione alla luce di tutta la Dottrina cattolica, ovvero la bimillenaria
tradizione della Chiesa".
Padre Tognetti propone la rilettura dei duri
commenti al Vaticano II scritti da don Divo Barsotti nel tormentato biennio
1967-1968. Un giudizio del mistico fiorentino riassume le cause dell'angoscia
che opprimeva gli spettatori delle acrobazie verbali messe in scena dai teologi
ubriacati dalle novità striscianti fra le righe del concilio: "Certi
adattamenti non li capisco, certi rinnovamenti mi sembra siano solo tradimenti.
Non riesco a capire chi sia Dio per tanti teologi, per tanti scrittori, per
tanti preti e religiosi. Non riesco a credere che quello che fanno, che quello
che dicono, che quello che scrivono derivi davvero da una fede vissuta, da una
vita religiosa profonda, dalla preghiera".
Opportuna è infine la rivisitazione, proposta
da padre Luca Genovese, degli scritti di uno strenuo contestatore della
teologia, il cappuccino San Lorenzo da Brindisi (+1619), elevato al rango di
Dottore della Chiesa da Giovanni XXIII nel 1959. La rievocazione di padre
Genovese mostra la simultaneità del progetto di convocare un Concilio con
l'alto riconoscimento della dottrina di un religioso illuminato e intransigente
che ha segnato i limiti dell'ecumenismo.
Le incerte espressioni che baluginano nei
documenti del Vaticano II, ad esempio il giudizio sulla sussistenza
della vera fede nelle sette ereticali, si devono leggere pertanto nella luce
della rigorosa ortodossia: "Poiché la setta dei Luterani non è stata
fondata sopra questa pietra non può appartenere alla Chiesa di Cristo e neppure
a Cristo ma è rivolta solo all'anticristo". Condiviso e apprezzato dal
papa che ha convocato il Vaticano II, il giudizio di San Lorenzo indica il
coerente orientamento dell'ermeneutica della continuità nella delicata e
controversa questione dell'ecumenismo.
Merita una speciale citazione il saggio che
lo storico Giuseppe Brienza ha dedicato a Fausto Belfiori, un fra i più coraggiosi
testimoni della resistenza cattolica all'eversione teologica e politica nel xx
secolo.
Piero Vassallo
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