domenica 7 ottobre 2012

Solo l'amore crea. Convegno di studi su S. Massimiliano M. Kolbe
























Inizia domani il Convegno su S. Massimiliano M. Kolbe, per il quale è stato creato un apposito blogUn articolo di P. Massimiliano M. Degasperi, organizzatore e promotore del convegno, ne spiega le finalità.



Convegno di studi nel 30° anniversario della canonizzazione. 8-10 ottobre 2012
Collegio Internazionale di Terra Santa in via di Boccea 590 (Casalotti Roma)
«“Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13). Da oggi la Chiesa desidera chiamare “santo” un uomo al quale è stato concesso di adempiere in maniera assolutamente letterale le suddette parole del Redentore». Con queste parole, il 10 ottobre 1982, il Santo Padre Giovanni Paolo II iniziava la sua omelia per la canonizzazione di padre Massimiliano M. Kolbe.
A distanza esattamente di 30 anni da quell’evento (8-10 ottobre 2012), il Seminario Teologico Immacolata Mediatrice dei Francescani dell’Immacolata ha voluto organizzare un convegno di studi per celebrare la santità di questo grande francescano capace di offrire al mondo la testimonianza dell’amore più grande, in conformità piena e perfetta con la carità del Cristo. Il luogo prescelto è il Collegio Internazionale di Terra Santa presso la Parrocchia di Santa Maria di Nazareth in via di Boccea 590 (Casalotti Roma). L’apertura delle giornate di studio si avrà con la celebrazione della Santa Messa presieduta da Sua Ecc.za Gino Reali, e quindi con la benedizione e il sostegno del Pastore della locale Chiesa di Porto Santa Rufina.
L’11 ottobre 1971 era stato invece Paolo VI ad annoverare Massimiliano Kolbe nel numero dei beati. Nel discorso di beatificazione il Pontefice bresciano volle classificare padre Kolbe: «fra i grandi santi e gli spiriti veggenti che hanno capito, venerato e cantato il mistero di Maria». Chi conosce la figura del Santo polacco, in effetti, comprende bene quanto le sue intuizioni mariologiche sul mistero dell’Immacolata abbiano segnato profondamente la sua visione del mondo e il suo modo di realizzare in se stesso e nell’apostolato il mistero cristiano. Per questo a venire messe a tema inizialmente, lungo la prima giornata di studi, saranno alcune tematiche relative alla mariologia del santo, nei suoi fondamenti e sviluppi francescani, con una speciale attenzione al loro rapporto con la pneumatologia. È senza dubbio questa l’area in cui si segnala il maggiore contributo di san Massimiliano alla scienza teologica.
Ogni teologia speculativa e mistica, come è noto, per essere buona deve offrire frutti per l’esistenza cristiana concretamente vissuta. Realmente mirabile è, da questo angolo prospettico, l’unità di teologia e spiritualità nella proposta kolbiana. Nei lavori della seconda giornata di studi ciò sarà esaminato in una triplice distinzione di aspetti: il coefficiente francescano della spiritualità del “san Francesco del XX secolo” e il carattere mariano della consacrazione all’Immacolata Mediatrice di tutte le grazie da lui promossa, nonché la ripercussione di queste dimensioni su di un carisma di vita religiosa ancora oggi meraviglioso e attualissimo per il bene della Chiesa. Riprova inequivocabile e assolutamente convincente di ciò è, del resto, la stessa esistenza di Padre Kolbe: frate francescano, apostolo tutto consacrato all’Immacolata e, proprio per questo, sacerdote martire della carità di Cristo nel campo nazista di Auschwitz. La vita e il martirio di san Massimiliano M. Kolbe, in tal senso, saranno attentamente esaminati dal punto di vista storico in una ricostruzione, che, attingendo alle fonti del processo di canonizzazione, potrà sottolinearne con attenzione le virtù cristiane in atto.
La terza giornata di studi sarà quindi caratterizzata da ricerche e contributi volti ad evidenziare il valore del pensiero e dell’opera di Padre Kolbe per la cultura e, soprattutto, per l’evangelizzazione. Nel corso della sua vita, infatti, il Santo è stato per diversi anni missionario in Giappone, ma anche – e forse soprattutto – apostolo di Cristo per mezzo di una grande industria editoriale, da lui posta in essere nel suo paese nativo, la Polonia. A 50 anni dall’inizio del Concilio Vaticano II sarà così possibile individuare in san Massimiliano un vero e proprio precursore della poi tanto auspicata evangelizzazione tramite i moderni mezzi di comunicazione di massa. In considerazione del fatto che il 10 ottobre sarà anche la vigilia dell’inizio dell’Anno della Fede voluto dal regnante Pontefice Benedetto XVI, la profezia del metodo d’evangelizzazione mariano-mediatico di Padre Kolbe potrà così offrire spunti importanti per la felice riuscita di questo anno di grazia. In san Massimiliano M. Kolbe, in effetti, è possibile ravvisare un autentico Padre nella Fede per le sue grandi famiglie religiose di Njepokalanow e Mugenzai no Sono, un sicuro Maestro di Fede per i milioni di lettori raggiunti dalle sue edizioni, un validissimo Apologeta della Fede capace di rendere ragione della speranza cristiana anche in mezzo ai contesti più svariati e drammatici (miscredenza, paganesimo, lager nazista).
Per tutte queste ragioni, in effetti, il Santo dell’Immacolata, Maestro-Martire di fede e carità, potrebbe essere individuato come un testimone chiave dell’Anno speciale che la Chiesa si prepara a vivere. A tale felice evento i partecipanti al Convegno saranno introdotti da Sua Eccellenza Adriano Bernardini, Nunzio Apostolico in Italia, il quale presiederà la celebrazione eucaristica conclusiva nel 30° anniversario della canonizzazione del Santo, elevando il corale ringraziamento al Signore per il dono di Padre Kolbe alla Sua Chiesa e la supplica perché una così grande testimonianza possa risultare sempre - come direbbe il Santo: “attraverso l’Immacolata” - un nuovo fermento di vita cristiana eroica e di fervore apostolico per l’estensione del Regno di Dio nel mondo intero.


P. Massimiliano M. Degasperi, FI

E i due saranno una sola carne. La verità del matrimonio e l'insidia del divorzio




Ascolta l'omelia della XXVII Domenica del T. O. anno B, pronunciata dal Padre Serafino M. Lanzetta, domenica 7 ottobre 2012.



La Parola del Santo Vangelo, che riferisce la domanda insidiosa posta a Gesù: «È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie?» (Mc 10,2), ci invita a riconsiderare attentamente le ragioni fondanti l’istituto familiare sul matrimonio tra un uomo e una donna: due esseri che sono l’unico uomo creato da Dio (cf. Mc 10,2-16). Gesù dice che Mosè per la “durezza” del cuore degli israeliti ha concesso il divorzio, ma Dio non ha fatto in principio ciò che Mosè ha concesso. Cos’è questa durezza per la quale  si è avuta una permissione di Mosè contraria però a ciò che Dio ha fatto in origine? Si tratta di una disobbedienza entrata nella creazione a causa del peccato, la quale ha portato l’uomo a indurire il suo cuore e a non riconoscere più la volontà di Dio, ciò che Dio ha fatto quando ha creato l’uomo. Il peccato ha provocato una ferita nell’intelligenza e nel cuore dell’uomo, una durezza nel vedere e riconoscere la realtà. Durezza è anche incapacità di superare quest’indebolimento della natura umana senza la grazia di Cristo, che ora Lui dona per essere fedeli a ciò che Dio ha fatto, risvegliando la coscienza davanti alla verità, davanti al Figlio. Dio in principio, nella sua creazione, ha fatto l’uomo maschio e femmina, unendoli in una sola carne. Il divorzio perciò si oppone all’unità e indissolubilità naturali dei due, che liberamente scelgono di unirsi in una comunione stabile di vita. Il divorzio non è un peccato perché lo condanna la Chiesa, invece, la Chiesa lo condanna perché è un peccato: è una disobbedienza alla creazione di Dio, al Creatore. Possiamo allora dire che il divorzio è innaturale, contro l’uomo stesso e come tale va sempre rifiutato. Non soli i cattolici devono rifiutare il divorzio ma ogni uomo che vede la verità con la sua ragione.
Possiamo ora chiederci: quali sono le cause di un disfacimento sempre più generale della famiglia nei nostri tempi? Si dice spesso che l'emancipazione della donna, la quale ha una sua indipendenza e anche un suo stipendio, incide notevolmente nelle cause di separazione. La donna si sente rivestita di una nuova libertà all'interno del contesto familiare, e non più, come un tempo, è costretta a subire vessazioni o ingiustizie da parte del marito. Certamente anche questa causa è a volte determinate ma non è l'unica. La radice del problema è ben più profonda. Anche perché i matrimoni dei nostri nonni non erano fedeli semplicemente perché le donne non avrebbero potuto sostentarsi diversamente, ma perché si credeva nella famiglia. La famiglia era un valore imprescindibile, nonostante magari le sofferenze vissute in un focolare domestico.
Una delle radici profonde di questo sfascio attuale della famiglia e del matrimonio va ravvisato sicuramente in quella cultura della ribellione, che ha voluto separare drasticamente la sessualità dal matrimonio. Una sessualità non vissuta più come dono nel contesto dell'amore familiare e dell'apertura alla vita ha portato la persona ad emanciparsi sempre più dal matrimonio, fino a provocare ahimè un rovesciamento: assistiamo ora alle richieste di matrimoni senza più la sessualità. Le attuali richieste di riconoscimento civile delle coppie di fatto si generano proprio in un contesto di crisi della famiglia e del matrimonio, di crisi dell'unità tra la comunione familiare e la sessualità. Oggi sembra che conti solo la comunione, solo l'amore che fa stare insieme, senza la sessualità, la quale infatti può diventare ogni tipo di sessualità, anche contro la verità della natura umana così come creata da Dio. Un amore senza la verità. Nelle richieste delle coppie di fatto, che di fatto sono normalmente coppie omosessuali, l'accento è posto non sulla sessualità ma sulla comunione di vita. Guai a discriminare tale unione puntando sulla sessualità! Si è tacciati di omofobia, dove la parola stessa è un semplice escamotage per crogiolarsi in questo profondo dissidio con la verità e con l'amore. Però, di fatto, la sessualità è semplicemente inverata da una nuova idea di unione, che la relega in una pura scelta soggettiva, ad una sua manipolazione. 
Di più, questo contesto della sessualità senza il matrimonio, del piacere senza la responsabilità, ha provocato anche un altro capovolgimento: il concepimento della vita senza più la sessualità. Un figlio si può facilmente fabbricare in laboratorio, senza necessità di rimanere ancorati né alla sessualità né altrettanto al matrimonio. La persona è ancora oggetto, è manipolata, in funzione di una volontà soggettivistica. 
Dividere ciò che Dio ha unito, l'uomo e la donna, l'amore dal dono responsabile di sé, la sessualità dalla famiglia, provoca sempre più uno scivolamento verso il cupo individualismo. Avremo a breve una società dei soli diritti senza alcun dovere. Sarà più incisivo chi pretende di più. Saremo governati non più dalla fantasia ma dal potere di imporsi.
Dio in principio ha fatto l'uomo maschio e femmina. Questa complementarietà è naturale, è vitale. Se vogliamo un futuro dobbiamo rispettare ciò che siamo, ciò che Dio creando ha fatto. Su questa naturale e umana complementarietà di maschio e femmina si innesta il matrimonio sacramento, che eleva alla dignità soprannaturale l'unione tra l'uomo e la donna, favorendo col dono della grazia quella fedeltà minacciata dal peccato, che è sempre porre la divisione in mezzo a ciò che Dio ha fatto, è disprezzo di ciò che Dio ha fatto.
Se desideriamo un futuro a misura d'uomo, allora dobbiamo guardare nuovamente alla verità della creazione, alla verità del matrimonio e non aver paura di essere discriminati o minacciati: nell'amore alla verità impariamo anche la verità dell'amore. Per vivere eternamente nella verità e nell'amore.


p. Serafino M. Lanzetta, FI

giovedì 4 ottobre 2012

Un ecumenismo contro l'unità e l'unicità della Chiesa? Il caso di Don Alfredo Jacopozzi su "Toscana Oggi"




P. Serafino M. Lanzetta scrive al Direttore di "Toscana Oggi", settimanale cattolico toscano  d'informazione, in seguito a un duplice intervento del Prof. Don Alfredo Jacopozzi, docente alla Facoltà teologica dell'Italia Centrale e direttore dell'ufficio culturale della Diocesi di Firenze, sull'ecumenismo. 


Caro Direttore,
leggendo la risposta di Don Alfredo Jacopozzi (pubblicata su Toscana Oggi del 3 giugno 2012, p. 19) ad un lettore che si chiedeva perché i cristiani sono divisi e non sono riuniti in un’unica Chiesa, non si può che restare esterrefatti. Muovendo dalle modalità del nuovo dialogo, che sarebbe iniziato grazie al Concilio Vaticano II, sembra che si metta in discussione lo stesso mistero della Chiesa, una santa cattolica e apostolica, come professata nel Simbolo della fede. Desideravo manifestare tempo fa il mio disappunto, ma poi ho lasciato cadere la cosa, quando, confortato da una lettera del Sig. M. P. Rocchi, anch’egli perplesso in detta materia, mi son deciso. Leggendo poi la nuova risposta di Don Jacopozzi (pubblicata con la lettera su Toscana Oggi del 16 settembre 2012, p. 11), allora credo che sia opportuno intervenire pubblicamente nel dibattito.
Non discuto sulle intenzioni del teologo e sul suo desiderio di unità, così importante. In ciò che segue mi limito a segnalare ciò che, a mio avviso, è oggettivamente contrario alla fede della Chiesa cattolica. Rimangono comunque inalterati il rispetto e l’amicizia sacerdotali.
Don Jacopozzi, nel suo primo intervento, è molto entusiasta della “grande novità del concilio”, che si sarebbe liberato di un’apologetica tendente a sottolineare il connubio di unità e verità per fare spazio a una nuova carità, quella appunto della ricerca di nuove strade di dialogo. La novità, a suo modo di vedere, è l’inveramento del “principio istituzionale” con il nuovo “principio vitale”, così da spostare il problema dell’unità dalla Chiesa a Cristo. Questo gli concede di inferire la seguente conclusione: “Nessuna…delle chiese e delle comunità cristiane può sentirsi privilegiata nei confronti del Cristo, ritenere di occupare il posto migliore al suo fianco e di essere l’unica autentica Chiesa di Cristo sulla terra”.
Così, per Don Jacopozzi, la nuova unità dei cristiani, la nuova verità, “non può essere trovata nel consenso dottrinale, che è un consenso astratto di fronte alla verità della rivelazione”, ma “nella persona di Gesù Cristo”. Si darebbe un passaggio dal “diritto della verità” al “diritto dell’uomo”, e questo favorirebbe finalmente il pellegrinaggio di tutti “verso l’unità della verità a prescindere dalla chiesa di appartenenza”.
Dicevo esterrefatti, e aggiungerei pure disorientati, perché questo argomentare prescinde dal fatto che la Chiesa è un’istituzione di Cristo sui Dodici, ratificata nel sacrificio del Calvario, e manifestata nella sua unità e cattolicità a tutte le genti il giorno di Pentecoste. Per Don Jacopozzi questo approccio risentirebbe di fissismo veritativo. Il vero impedimento all’unità risulterebbe dunque la stessa Chiesa costituita da Cristo. Questo, ci chiediamo, è l’insegnamento del Concilio Vaticano II? Dove si dice che l’ecumenismo è il pellegrinaggio verso Cristo passando a lato della Chiesa-una? Forse don Jacopozzi legge Unitatis redintegratio (UR, che significa ristabilimento dell’unità dei cristiani nell’unica Chiesa e non della Chiesa) contro Lumen gentium (LG), rischiando oltretutto di mettere in discussione l’intero impianto rivelato circa il mistero della Chiesa come trasmesso ininterrottamente dal Magistero? Non è questo un esempio di ermeneutica della rottura applicata al concilio? Il pensiero di Don Jacopozzi sul Concilio Vaticano II è sintetizzato in un suo intervento sulla rivista “Testimonianze” (n. 463), fondata da don Ernesto Balducci: le ambivalenze del Concilio, sul piano dottrinale e pastorale, sono state largamente monopolizzate dal Magistero post-conciliare, eludendo l’aspettativa di molti di eliminare vecchi rimasugli nel modo di pensare. Si è verificata una “restaurazione” a danno del Vaticano II, accanto però a punti di non ritorno come la liturgia del popolo sacerdotale, una Chiesa non più giuridicizzata e trionfalistica, stima per le altre religioni e della dignità umana.
Ritornando al problema ecumenico, don Jacopozzi assume come principio-guida nella sua risposta non la Chiesa, il mistero, ma la divisione contingente e storica dei cristiani. È una teoria che diversi anni fa riscuoteva un qualche successo, declinata talvolta come “diversità riunificata”, ma che ora comincia anch’essa a tramontare, perché alcune diversità si manifestano sempre più come distanze irriducibili. Un solo esempio: come accordare i principi non negoziabili della legge morale naturale con la loro esplicita negazione in alcune denominazioni protestanti?
Nel secondo intervento, Don Jacopozzi ribatte al Sig. Rocchi confermando la sua visione conciliare: il Vaticano II sarebbe passato da una prospettiva ecclesiocentrica a una cristocentrica. Resta però il fatto che l’ecumenismo è un problema ecclesiologico e non cristologico: UR dipende da LG (cf. UR 1/c). Di più, Dominus Iesus (DJ) dichiarazione della Congregazione per la Dottrina della Fede sull’unicità salvifica di Cristo e della Chiesa, avrebbe fatto cadere una serie di affermazione di UR, tra cui ciò che si direbbe al n. 3: cioè “che le confessioni cristiane sono in se stesse vie di salvezza, quasi alla pari della Chiesa cattolica”. Al n. 3 di UR – del resto citato in precedenza da Don Jacopozzi –, si dice invece che lo Spirito di Cristo non ricusa di servirsi delle Chiese non cattoliche e delle altre Comunità cristiane “come di strumenti di salvezza” (“tamquam salutis mediis”). L’interpretazione data va molto al di là del testo conciliare. Lo Spirito Santo non ricusa di servirsi di tante altre realtà per la salvezza e non solo delle Chiese o Comunità separate. Basti ricordare che anche la coscienza retta di un non cristiano può essere strumento di salvezza nel battesimo di desiderio. No invece le altre religioni in quanto tali. Questo in ragione del fatto che Dio non è vincolato nel suo agire ai sacramenti. Ma giustificare una completezza ecclesiologica delle altre confessioni cristiane con la straordinarietà della salvezza è teologicamente sbagliato. UR infatti subito dopo (cf. il n. 3/e) afferma che “solo per mezzo della cattolica Chiesa di Cristo, che è il mezzo generale della salvezza, si può ottenere tutta la pienezza dei mezzi di salvezza”. Nella Chiesa cattolica c’è la garanzia, la pienezza, fuori di essa certamente non c’è un vuoto ecclesiale ma solo la possibilità di salvezza. Tra esse e posse c’è una grande distanza. Il discorso comunque deve rimanere nell’alveo ecclesiologico (quello soteriologico è distinto).
A giudizio di Don Jacopozzi, che cita L. Sartori, il discorso sulla “pienezza” salvifica sarebbe quantistico. La Chiesa cattolica avrebbe un di più (matematico) rispetto a chi ha invece meno. Dal momento che questo discorso presenta notevoli ambiguità cadrebbe da solo e lascerebbe quindi spazio alla molteplicità, che necessariamente però diventa incontrollabile. È questa che invece cade. Il battesimo, ad esempio, implica l’eucaristia e tende verso di essa, ovvero “tende interamente all'acquisto della pienezza della vita in Cristo” (UR 22), i sacramenti non hanno ragion d’essere senza la Chiesa, essendo questa il sacramento universale (cf. LG 1 e 48). Quale sarà, perciò, nella teologia ipotizzata da Don Jacopozzi, la misura degli stessi elementi ecclesiali sparsi qua e là nelle altre confessioni? Non basta ritornare al solo Cristo. Tuttavia, non si tratta di un discorso matematico delle quantità: pienezza è una questione di essenza, appartiene alla Rivelazione di Dio. Essere nella verità più che avere la verità. Questo implica la fede: credere Ecclesiae, Ecclesiam, e in Ecclesia.
Ancora, il verbo subsistit accompagnato dall’in utilizzato da LG 8 e ripreso da DJ 16 non è una “formula compromissoria che il Concilio adottò per armonizzare due affermazioni dottrinali diverse”: l’unicità e l’unità della Chiesa di Cristo e la presenza di elementi ecclesificanti presenti fuori dei suoi confini visibili. Ciò per il fatto che le due affermazioni dottrinali non sono “diverse”. Nello schema originario sulla Chiesa (De Ecclesia), sebbene fosse presente il verbo est invece del subsistit in, per coordinare Chiesa di Cristo e Chiesa cattolica, si diceva comunque che c’è un’unica Chiesa di Cristo e una pluralità di elementi presenti in altre Chiese o Comunità cristiane. Questi elementi appartengono alla Chiesa di Cristo e perciò spingono verso l’unità cattolica (cf. LG 8). Si trovano ora frammentati a causa della divisione, che non dovrebbe esserci.
Il discorso ecumenico non può essere trasferito, ancora una volta, come fa Don Jacopozzi, al mistero di Cristo e pensare all’unità dei cristiani – meta-ecclesiale o in una super-Chiesa? – più che al ricomporre le fratture nel mistero dell’unica Chiesa. Non c’è un soffio dello Spirito Santo contro o accanto alla volontà di Cristo.
Resta perciò una domanda per tutti noi, quella decisiva: la Chiesa, così come data storicamente, è una costruzione di uomini o è voluta da Cristo? Se rispondiamo che essa viene da Cristo, allora abbiamo anche la giusta risposta al perché siamo divisi, senza dover abbandonare il patrimonio della Rivelazione: la divisione dei cristiani è frutto del peccato da ricomporre con la conversione nostra e altrui, ma la Chiesa non può che essere sempre una. Sarebbe mai possibile un Cristo senza la Chiesa? Verso quale Cristo andremmo se la sua Chiesa non fosse più riconoscibile nelle traversie della nostra povera storia umana? Del resto, anche il semplice spostarsi su Cristo, rinviando in Lui l’unità intesa come pellegrinaggio storico, non risolve il problema. Ci ritroviamo nuovamente a fare i conti con un dato essenziale, rammentatoci da S. Paolo: «Cristo è stato forse diviso?» (1Cor 1,13). Prima la Chiesa indivisa, prima Dio, e poi il problema storico delle fratture tra i credenti, da sanare nella carità della verità. Consiglierei, pertanto, di modificare il titolo all’ultimo intervento di Don Jacopozzi: non si può porre in questione, sebbene in modo giornalistico, l’unicità della Chiesa: è un dato di fede, che precede la nostra comprensione.


p. Serafino M. Lanzetta, FI



PS: Don A. Jacopozzi risponde al mio scritto (su "Toscana Oggi" di domenica 7.10.2012, p. 16, dove è pubblicata anche la mia lettera al Direttore, in forma più breve della presente). Ciò che è interessante notare è che non c’è nella risposta una sola controbattuta alle mie obiezioni, ma si insiste su ciò che veramente conta: postulare uno sviluppo teologico, dopo il Concilio Vaticano II, che partendo dall’ecclesiologia di comunione offra la chiave adeguata, cito, «per comprendere sia ciò che già ci unisce in Cristo; sia lo statuto che all’interno di questa comunione, reale sebbene imperfetta, hanno la Chiesa cattolica e le altre Chiese e Comunità ecclesiali; sia le prospettive da intraprendere per giungere alla piena unità» (p. 16). Ancora una volta Don Jacopozzi colloca la Chiesa cattolica accanto alle altre Chiese e Comunità, al fine di creare o raggiungere una comunione ecumenica. Di nuovo si è smarrita la Chiesa di Cristo. Questo però, lo ribadisco, non è la dottrina della fede cattolica, che invece insegna che la Chiesa è una ed unica, mentre sono i cristiani ad esser divisi. Il Concilio qui serve come trampolino per le “nuove” teologie, che però evidentemente superano o semplicemente trascurano il dettato conciliare, per ritrovare, in un certo “spirito del Concilio”, la nuova unità. Questa non è la volontà di Cristo, né dell’ecumenismo cattolico.

domenica 23 settembre 2012

Il B. Pio IX, Pontefice della libertà





In occasione di una giornata in onore del B. Pio IX, giovedì 20 settembre 2012, ricordando la presa di Porta Pia (20 settembre 1870) in un modo del tutto lontano dai canoni della giustizia e della verità, il p. Serafino M. Lanzetta, nella solenne celebrazione eucaristica d'apertura, avutasi nella Chiesa d'Ognissanti in Firenze, ha pronunciato l'omelia che riportiamo di seguito:



Celebriamo una giornata in onore del B. Pio IX, terziario francescano, il grande Pontefice degli anni più terribili della storia dell’Europa e della Chiesa, che sedette sul Trono di Pietro dal 1846 al 1878.
Uno dei più gradi atti di questo lungo pontificato fu senza dubbio la solenne proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione: Maria SS. è stata predestinata sin dal primo istante del suo concepimento dal peccato originale e questo in vista dei meriti di Cristo. Maria, unica tra gli uomini, per la grazia di Cristo non è stata mai schiava del peccato e del diavolo. In Lei Dio mostra la perfezione della sua creazione e la vera libertà creaturale. Maria, ci disse il B. Pio IX, è tutta di Dio e questa è la sua perfezione, la sua gioia che comunica anche a noi suoi figli. Attraverso di Lei, attraverso la sua mediazione materna, possiamo essere anche noi di Dio.
L’8 dicembre del 1864, dieci anni dopo il dogma mariano, e con la mente fissa in esso, il Papa redige il Syllabus, in appendice all’enciclica Quanta cura, ovvero dei principali errori dell’età nostra: un elenco di 80 errori in materia di filosofia, teologia, storia e politica. È interessante richiamarne alcuni, i quali, benché di diverso genere e riguardanti materie differenti, fanno trasparire una radice che li accomuna.
Anzitutto un errore riguardante la Chiesa:
Propos. XIX: «La Chiesa non è una vera e perfetta società pienamente libera, né è fornita di suoi propri e costanti diritti, conferitile dal suo divino Fondatore, ma tocca alla potestà civile definire quali siano i diritti della Chiesa e i limiti entro i quali possa esercitare detti diritti».
Poi un errore riguardante il principato civile del Romano Pontefice:
Propos. LXXVI: «L’abolizione del civile impero posseduto dalla Sede apostolica gioverebbe moltissimo alla libertà ed alla prosperità della Chiesa».
Infine due errori riguardanti l’odierno liberalismo:
Propos. LXXVII: «In questa nostra età non conviene più che la religione cattolica si ritenga come l’unica religione dello Stato, esclusi tutti gli altri culti, quali che si vogliano»;
Propos. LXXIX: «È assolutamente falso che la libertà civile di qualsivoglia culto, e similmente l’ampia facoltà a tutti concessa di manifestare qualunque opinione e qualsiasi pensiero palesemente ed in pubblico, conduca a corrompere più facilmente i costumi e gli animi dei popoli, e a diffondere la peste dell’indifferentismo».
Quale era, possiamo chiederci, l’idea di libertà che soggiace a queste proposizioni condannate? Il liberalismo religioso che minacciava la Chiesa, limitandone la sua libertà di espressione, e che poneva tutte le religioni sullo stesso piano, in modo da portare all’indifferentismo e al relativismo, era lo stesso che denigrava il potere temporale del Papa: la sua perdita avrebbe favorito una libertà spirituale del Pontefice e della stessa Chiesa. La spoliazione del Papato, quindi, avrebbe dovuto significare il restringimento della libertà politica della S. Sede, nell’ambito di un pluralismo religioso, in cui la verità cattolica doveva lasciare spazio alla pluralità degli altri culti, fino alla sparizione della stesso concetto di religio vera. Così trionfava il razionalismo assoluto, secondo cui non esiste un Essere trascendente e Dio si identifica con le cose: bene a male, vero e falso, necessità e libertà, spirito e materia, diventano la stessa realtà. Un falso concetto di libertà, identicamente soggiacente tanto all’aspetto politico quanto a quello filosofico-teologico, minacciava la cultura e la Chiesa: minacciava il futuro stesso dell’uomo, lasciandolo precipitare nel baratro del relativismo. Pio IX con grande avvedutezza lo denunciò e ci fu anche qualche altro che s’accorse immediatamente della profezia di quel gesto, del Sillabo, e corse in soccorso e in difesa del Papa dell’Immacolata: il B. John Henry Newman, con la sua Lettera al Duca di Norfolk (1874).
Era in discussione il concetto di libertà rivendicato con quello che poteva sembrare il suo contrario, la sua negazione, la coscienza. La libertà condannata era un gesto proditoriamente in contrasto con la coscienza dell’uomo. Il Papa violava il suo imperativo e l’obbedienza alla Chiesa avrebbe favorito una massificazione delle intelligenze, ostacolando la scelta personale secondo un giudizio morale soggettivo. L’illustre statista Gladstone, a cui Newman risponde nella sua Lettera, sosteneva che il Concilio Vaticano I avesse creato un nuovo tipo di cattolicesimo: una Chiesa che toglie ogni libertà alla discussione, una Chiesa che perfino infallibilizza il suo Pontefice rinchiudendo la sua dottrina come in un circolo vizioso. Così non era più possibile essere buoni cattolici e buoni inglesi. Gladstone, capo del partito liberale britannico e per quattro volte primo ministro, col suo fervore tutto anglicano, s’interessò da vicino del Sillabo, del Vaticano I e della politica della S. Sede e in particolare di Pio IX. Era simpatizzante del Risorgimento italiano. Temeva che i dettami del Vaticano I, i cosiddetti “decreti”, come da lui chiamati, avessero effetti dannosi sull’obbedienza e sulla fedeltà civile dei sudditi inglesi a sua Maestà, la Regina Vittoria. I cattolici erano così schiavi del pensiero di un altro, di una potenza straniera, perché non vi sono settori della vita umana che non cadano sotto l’obbligo della legge morale, dettata dal Pontefice. In una parola, per Gladstone il Papa era un limite alla libertà, alla stessa civiltà. Ma al motto echeggiato da questi in modo sarcastico, «prima cattolico e poi inglese», Newman rispose che le due cose non erano affatto incompatibili: si poteva essere pienamente cattolici e perfettamente inglesi ad un tempo.




All’origine di questo pensiero però c’era un’idea di coscienza come costruttrice di se stessa, senza alcun riferimento a Dio. L’uomo era misura di se stesso e il suo giudizio creatore dell’azione morale. Newman ribatté rimanendo sullo stesso livello del suo interlocutore: la coscienza è, in verità, il sacrario dell’uomo, lì dove Dio parla nell’intimo e pronuncia quelle parole infallibili, iscritte nel suo cuore. Una libertà assoluta e irrazionale della coscienza porta al deliramentum. Questa libertà era stata denunciata da Gregorio XVI e da Pio IX. La Chiesa invita a seguire non il giudizio arbitrario di una libertà assoluta ma paradossalmente proprio «la voce della coscienza sulla quale la Chiesa è fondata», scrive Newman (Lettera, V).
C’è una falsa coscienza che è l’uomo misura della verità e invece una coscienza che, quale giudizio morale sul bene da scegliere o sul male da evitare, mi propone il sentiero della verità. La coscienza non è un assoluto ma deve essere guidata da una luce superiore ad essa: la verità. Si tratta di passare da un’idea soggettiva di coscienza e di vita morale a una oggettiva: proprio questo fece Pio IX, in continuità con tutta la Tradizione anteriore, denunciando il pericolo del liberalismo religioso, quasi come una sintesi delle insidie alla vita della Chiesa e dell’umanità stessa. Non si può impugnare la coscienza contro la verità, contro Dio e contro la religione vera.
Il 17 maggio 1879, Newman nel suo discorso sulla ricezione del biglietto papale che lo nominava Cardinale di Santa Romana Chiesa, da neoporporato così disse:
«E mi rallegro ora al pensare che, fin dal principio, mi sono opposto ad un grande pericolo: per trenta, quaranta, cinquant’anni ho resistito con ogni mia forza allo spirito del liberalismo in religione…Mai vi fu un sistema così ostile costruito con maggiore intelligenza e più fecondo di successo».
La definizione dogmatica dell’Immacolata Concezione dichiarò il vertice della libertà raggiunto in una creatura umana, la Vergine Maria. Maria in Dio, suo tutto, è pienamente libera perché può scegliere solo la Verità e l’Amore, può solo essere di Dio.
Il Sillabo, con la condanna delle idee libertarie sia filosofiche che politiche, mirava proprio a combattere la radice velenosa dell’arbitrio, camuffato dietro le false sembianze del rispetto dell’uomo e della precedenza della sua coscienza, che necessariamente porta al ripiegamento su se stessi fino al disprezzo di Dio e della Chiesa.
Il Concilio Vaticano I, con la definizione solenne dell’infallibilità del Papa, quando ex cathedra dichiara irreformabili verità di fede o di morale, liberò ancora una volta la teologia e la fede da un’insidia ricorrente, quella di vedersi in qualche modo autonome rispetto al mistero. Il modernismo di fine Ottocento e il neomodernismo dei nostri tempi postula difatti una scissione insanabile tra fede e ragione, in mezzo alle quali vi è, come maestra, l’esperienza soggettiva.
Nella Chiesa vi è non la libertà intesa come domino dispotico sulle cose e sulla realtà, come promessa d’immortalità ma senza Dio o contro di Lui, echeggiando i versi del serpente velenoso, ma l’obbedienza, che è un legarsi liberamente alla verità, a Cristo, che ci rende liberi col suo sacrificio della Croce. Non è la Chiesa che è rimasta indietro perdendo un’occasione, ma è la modernità, che costruita unilateralmente su questi principi ha smarrito se stessa, lasciando ora il posto ad un vuoto di senso.
Potremmo allora ben dire che il Beato Pio IX fu il grande Pontefice della libertà: del primato di Dio sulla storia, sulla politica, sulla scienza e sulla filosofia. Con grande lungimiranza vide il pericolo di offuscare la vera portata della libertà e di ridurla a un mero pretesto. Il suo insegnamento è allora di grande attualità e di notevole lungimiranza sui tempi che lo avrebbero succeduto.
Che il Signore doni anche oggi e nuovamente alla sua Chiesa questa lungimiranza, quest’acutezza di giudizio, questa profezia per un mondo rinnovato dall’azione infallibile della grazia. Amen.


p. Serafino M. Lanzetta, FI

"Il Timone" assegna il premio "Fides et Ratio" ai Francescani dell'Immacolata





giovedì 20 settembre 2012

Conciliovaticanosecondo.it




È nato un nuovo sito sul Concilio Vaticano II, in occasione del 50° d'apertura dell'Assise conciliare, che si festeggerà il prossimo 11 ottobre.


                 

                        conciliovaticanosecondo.it



Rimandiamo a un articolo appena pubblicato sul nuovo sito, di P. Serafino M. Lanzetta, Tradizione della Chiesa e Vaticano II: la pastoralità del Vaticano II, distinta chiaramente dalla dottrina della fede, nella Costituzione dogmatica sulla Divina Rivelazione interseca però la stessa presentazione delle dottrina riguardante la Tradizione costitutiva della fede e il problema - lasciato insoluto - della insufficienza materiale delle Scritture. In che senso il Vaticano II è un concilio pastorale? A giudizio di G. Ruggieri la pastoralità avrebbe disegnato un nuovo modo di essere concilio, da cui deriva un nuovo modo di essere Chiesa. Questo, in realtà, non può che provocare la rottura, non con il passato, ma con la stessa Chiesa, benché a giudizio di Ruggieri il discorso sulla continuità/discontinuità sia rozzo. Si dovrebbe correggere questo approccio alla pastoralità e far sì che non influenzi la dogmatica o la stessa fede, se si vuole che il Vaticano II non diventi l'unico concilio della Chiesa. Allora, si può vedere anche la dottrina sulla Tradizione della Chiesa nella sua continuità con Trento e il Vaticano I. 

sabato 8 settembre 2012

Convegno di studi su S. Massimiliano M. Kolbe


I Francescani dell'Immacolata ti invitano al prossimo convegno di studi su S. Massimiliano M. Kolbe, nel trentesimo della sua canonizzazione

Roma 8-10 ottobre 2012