venerdì 9 novembre 2012

Fede e ragione un binomio inscindibile e un premio ai Francescani dell'Immacolata



Conferenza di P. Serafino M. Lanzetta, FI su Fede e ragione alla Giornata del Timone di Modena (29 settembre 2012), in cui furono premiati i Francescani dell'Immacolata con il premio "Defensor Fidei"





domenica 4 novembre 2012

Qual è il primo comandamento, il più grande?



Ti proponiamo l'omelia di questa domenica del P. Serafino M. Lanzetta. Ascolta.

Qual è Maestro il più grande comandamento della Legge? C’è un cuore nella Legge stessa che pulsa e ci svela la sua profonda verità che guarisce l’uomo e lo eleva alla condizione di figlio, di essere-con-Dio? Sì, questo cuore è l’amore. Il primo comandamento, risponde Gesù, è l’amore di Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze e il secondo è simile a questo: l’amore per il prossimo come se stessi. Bisogna imparare ad amare, a guarire le ferite del nostro amore, che spesso è solo eros, amor carnalis, e far sì che nella scala dell’amore ascenda fino alla condizione più nobile che è l’agape, l’amore di Dio, Dio stesso che è amore. Amando Dio impariamo ad amare noi stessi e il prossimo come noi stessi, cioè con lo stesso amore di Dio. L'amore ci unisce a Dio nella fedeltà alla sua Parola e svela che la Legge di Dio non è un semplice no alla libertà ma un vero sì alla verità e quindi alla vera libertà.

giovedì 1 novembre 2012

La santità come pienezza nell'unità di ragione e amore




Come rispondere a un certo dilemma con cui oggi spesso ci confrontiamo: l’unicità del cristianesimo e la paura di affermarlo fino in fondo correndo il rischio di sentirci intolleranti, fondamentalisti, incapaci di dialogo? 



La santità è armonia nella vita di ragione e amore, fede e carità. Con Guglielmo di Sant-Thierry (monaco cistercense del XII sec.) possiamo dire che la natura dell'amore non è soltanto sentimento ma vi partecipa anche la ragione. Questo grande monaco medioevale, identificando la carità con la vista posseduta dall'anima per vedere Dio, afferma che i nostri due occhi sono «l'amore e la ragione. Se uno dei due opera senza l'altro, non andrà lontano. Possono però molto soccorrendosi a vicenda, diventando un solo occhio».

E continua: 

«Il compito della ragione sta nell'istruire l'amore, mentre il compito dell'amore è d'illuminare la ragione, così che la ragione divenga essa stessa amore e l'amore non oltrepassi i confini della ragione». 

Il rapporto fra l'uomo e Dio è essenzialmente un rapporto d'amore. Dice ancora Guglielmo di Sant-Thierry: 

«Tu ci ami in quanto fai di noi tuoi amanti e noi ti amiamo in quanto riceviamo il tuo Spirito. Il tuo Spirito è il tuo amore che penetra e possiede le intime fibre dei nostri affetti [...] Mentre il nostro amore è affectus, il tuo è effectus, un'efficacia che ci unisce a te grazie alla tua unità, allo Spirito santo che ci hai donato». 

La santità è proprio questo amore di Dio in noi. È l’amore di Dio incarnato nella propria vita. Questo è reso possibile dal mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio, il quale facendosi uomo ci permette di salire per mezzo di Lui, in Lui, fino a Dio. E Dio, che è il tutto, è riconoscibile solo nell'unità di ragione e amore, fede e carità. La santità è unità di vita, è pienezza.


Padre Lanzetta: "Ecco i nodi da sciogliere del Vaticano II" (seconda parte)



(di Mauro Faverzani su www.conciliovaticanosecondo.it) 

Sono diversi i nodi ancora da sciogliere a 50 anni dal Concilio Vaticano II: ad esempio, distinguere ciò che è dottrinale da ciò che è pastorale; spiegare la diversità dei documenti ed i diversi livelli di insegnamento; chiarire quali siano le dottrine nuove che il Vaticano II ha voluto proporre e capire come porle in continuità con la Tradizione. Di questo e di molto altro parla nella seconda parte di quest’intervista, concessa a Mauro Faverzani, Padre Serafino Lanzetta dei Frati dell’Immacolata,docente di Teologia Dogmatica presso il Seminario Teologico “Immacolata Mediatrice” dei Francescani dell’Immacolata ed autore del libro “Iuxta modum”, dedicato proprio a questo Concilio.


martedì 30 ottobre 2012

"Tutto è diventato così avvizzito". Il filosofo Spaemann a cinquant'anni dal Concilio Vaticano II


In una recente intervista rilasciata da Robert Spaemann al giornale Die Welt (26 ottobre 2012), il filosofo tedesco spiega perché a suo giudizio non c'è motivo, a cinquant'anni dal Concilio Vaticano II, per una celebrazione giubilare: "tutto infatti è divenuto così avvizzito... È subentrata nella Chiesa un'epoca di decadenza. Persone che negano la risurrezione di Cristo rimangono professori di teologia e predicano come sacerdoti. Persone che non vogliono pagare la tassa per il culto vengono cacciate fuori dalla Chiesa. Qui c'è qualcosa che non va". Vediamo in dettaglio l'intervista in una nostra traduzione:



Die Welt: Lei era a Roma per la celebrazione del giubileo del Concilio Vaticano II. Per lei personalmente è stato un motivo di festeggiamento?

Robert Spaemann: In verità no. Innanzi tutto si deve poter dire apertamente che è iniziata un'epoca di decadenza. Una celebrazione giubilare non può assolutamente ignorare il fatto che migliaia di sacerdoti già durante il Concilio hanno lasciato il loro ministero.

Die Welt: Qual è la responsabilità del Concilio a tal proposito?

Robert Spaemann: Il Concilio si inserì in un movimento diffusosi all’intero Occidente che partecipò alla cultura della rivoluzione. Papa Giovanni XXIII disse allora che il fine del Concilio era l'aggiornamento della Chiesa. Questo fu tradotto da molti con adattamento, adattamento al mondo. Ma fu mal interpretato. Aggiornamento significa: attualizzare ai tempi moderni l’opposizione che la Chiesa ha avuto, e sempre deve avere, nei confronti del mondo. Questo è il contrario di adattamento.

Die Welt: Però Giovanni XXIII nel suo discorso di apertura del Concilio ha risvegliato le attese e ha lasciato intendere che si trattasse di adattamento.

Robert Spaemann: Questo è vero. Giovanni XXIII era un uomo profondamente devoto. Ma lo caratterizzava un ottimismo tale che definirei quasi scellerato. Tale ottimismo non era giustificato. Del resto, la prospettiva storica cristiana è conforme a quella del Nuovo Testamento: alla fine ci sarà una grande apostasia, e la storia si scontrerà con l'Anticristo. Ma di questo il Concilio non ne parla. Si è eliminato tutto ciò che allude a liti o conflitti, finanche nei libri dei canti liturgici. Si è voluto benedire lo spirito del mondo emancipatore e culturalmente rivoluzionario.

Die Welt: Se in Germania, come è successo all'inizio dell'anno, un tribunale stabilisce che la Chiesa cattolica può essere definita un’impunita “setta di pedofili”, nessuno protesta. Questo anche ha a che fare con lo spirito del Concilio Vaticano II?

Robert Spaemann: Sì. Il Concilio ha indebolito i cattolici. La Chiesa si è sempre trovata in lotta, una lotta spirituale, non militare, ma pur sempre una lotta. L'Apostolo Paolo parla delle armi della luce, dell'elmo della fede ecc. Oggi la parola “nemico” è diventata indecente, lo stesso comandamento “Amate i vostri nemici” non ha più senso perché non siamo più autorizzati ad avere nemici. Per i cosiddetti cattolici progressisti vi è in realtà ancora un solo nemico: i tradizionalisti. Questa sì che è un'eredità del Concilio. Certamente noi cristiani non dovremmo usare nessuna violenza per le offese arrecate alla nostra fede e alla Chiesa. Ma protestare dovrebbe essere possibile. 

Die Welt: I testi che il Concilio ha approvato dopo lunghe discussioni sono vaghi compromessi. Chi ha vinto, riformatori o tradizionalisti?

Robert Spaemann: Nessuno dei due. Entrambi gli schieramenti hanno agito al Concilio come fazioni politiche. Questo vale soprattutto per il partito dei progressisti. Quando prevedevano che su una proposta di risoluzione non avrebbero ottenuto la maggioranza, introducevano nella formulazione di compromesso alcune clausole generali, che gli avrebbero permesso, dopo il Concilio, di rendere le risoluzioni più malleabili. Hanno spesso lavorato in modo cospirativo. E ad oggi hanno ancora la prerogativa dell'interpretazione del Vaticano II. Ma gradualmente sta prendendo piede una nuova coscienza. Lentamente la smettiamo di prenderci in giro. Tutto è diventato così avvizzito: uomini che negano la risurrezione di Cristo rimangono professori di teologia cattolica e possono predicare in quanto sacerdoti durante le Messe. Fedeli invece che non vogliono pagare la tassa per il culto (in Germania, ndt) vengono cacciati dalla Chiesa. C’è qualcosa che non va.

Die Welt: Cosa intende quando dice che i novatori avrebbero la prerogativa di interpretazione sul Vaticano II? 

Robert Spaemann: Le dò tre esempi. Oggi viene spesso detto che per poco il Concilio non ha abolito il celibato. Bisognerebbe però portare a compimento gli approcci precedenti. Perché mai prima alcun Concilio ha difeso il celibato con così tanto vigore.
Secondo esempio. I vescovi tedeschi hanno annunciato nella cosiddetta dichiarazione di Königstein che l'insegnamento della Chiesa in materia di “pillola” non è vincolante. Il Concilio aveva detto esattamente il contrario, ovvero che l'insegnamento della Chiesa su questa questione obbliga in coscienza i cattolici.
Terzo esempio: tutti sanno che il Concilio ha autorizzato la lingua volgare nella liturgia. Nessuno però sa che il Concilio ha soprattutto ribadito che la lingua propria della liturgia della Chiesa occidentale è e riamane il latino. E Papa Giovanni XXIII ha appositamente scritto un'enciclica sul significato del latino per la Chiesa occidentale.

Die Welt: Cos’è che la disturba innanzitutto?

Robert Spaemann: Non penso a singole decisioni ma principalmente a ciò che veramente è accaduto durante il Concilio. Forse si dovrebbe ricominciare a leggere i testi originali. Già alla fine del Concilio, come scrive Joseph Ratzinger, è emerso come uno spettro, ciò che è stato chiamato lo “spirito del Concilio” il quale, solo molto condizionatamente, aveva a che fare con le decisioni fattuali. Spirito del Concilio significa: volontà di innovazione. Fino ad oggi i cosiddetti riformatori si richiamano allo spirito del Concilio per giustificare tutte le possibili idee di riforma e con questo intendono adattamento. Oggi però abbiamo bisogno del contrario della “mondanizzazione della Chiesa”, che già Lutero deplorava. Abbiamo bisogno di ciò che il Papa chiama la “fine della mondanizzazione” (Entweltlichung).

Die Welt: Lei ha scritto: “L'autentico progresso rende talvolta necessarie correzioni di rotta e in talune circostanze anche passi indietro”. Ma come può la Chiesa invertire rotta?

Robert Spaemann: Fondamentalmente deve fare quello che ha sempre fatto: deve sempre tornare indietro. La Chiesa vive della vita dei Santi, che sono i modelli di vera conversione. Non è accettabile che la Chiesa in Germania, a cui appartiene la casa editrice "Weltbildverlag", si mantiene da anni mediante la vendita di materiale pornografico. Per dieci lunghi anni i cattolici hanno informato di questo i vescovi e non è successo niente. Ora che tutto è venuto alla luce, il segretario della Conferenza Episcopale Tedesca ha tacciato con disprezzo questi fedeli di fondamentalisti. Che questa prassi di commercio sia stata introdotta ha ben poco a che fare con una reale inversione di rotta.



Fonte: Die Welt
Vedi anche la notizia su: www.kath.net

lunedì 29 ottobre 2012

Potete bere il mio calice? La vera gloria passa per la Croce di Cristo



La vera gloria passa per la Croce del Signore. Il Santo Vangelo di Domenica 21 ottobre 2012, Mc 10,32-45, raccontava l'episodio di Giacomo e Giovanni che chiedono a Gesù un posto nel suo Regno.
Il Signore invita Giacomo e Giovanni a pensare alla vera gloria, la quale non consiste nel pensare in modo umano a una sicurezza, alla destra e alla sinistra di Gesù, ma nel partecipare al mistero della sua passione e morte. Solo così si è capaci di morire con Cristo e di risorgere poi con Lui alla vita nuova. Solo così si entra nel suo Regno. Siamo anche noi disposti a seguire il Signore, a bere il suo calice versato per molti, in riscatto dei peccati? E così ottenere un posto accanto a Lui, nel suo Cuore?



giovedì 25 ottobre 2012

L'antinomismo post-conciliare rifiuta la metafisica e impedisce la riforma della Chiesa



Riportiamo l’intervento scritto di S. Em. R. Card. Raymond Leo Burke, Prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, alla quinta Sessione dei Circoli Minori del Sinodo dei Vescovi (23 ottobre 2012).


«L’Instrumentum laboris ci ricorda che la testimonianza della fede cristiana è una risposta sommamente adeguata ai problemi esistenziali, specialmente perché tale testimonianza supera la falsa frattura esistente tra il Vangelo e la vita (cfr. n° 118). Ma, perché abbia luogo la testimonianza della fede, di cui il mondo oggi ha urgente bisogno, all’interno della Chiesa si richiede la coerenza tra la vita e la fede.
Tra le più gravi ferite della società di oggi si rileva nella cultura giuridica il distacco dalla sua radice obiettiva ovvero metafisica, che è la legge morale. In questi ultimi tempi questo distacco si è di molto accentuato, manifestandosi come un vero antinomismo, che pretende di rendere legali azioni intrinsecamente cattive, come l’aborto procurato, il concepimento artificiale della vita umana allo scopo di procedere a sperimentazioni sulla vita dell’embrione umano, la cosiddetta eutanasia di coloro che godono del diritto preferenziale alla nostra assistenza, il riconoscimento legale delle unioni di persone dello stesso sesso equiparate al matrimonio, e la negazione del diritto fondamentale della coscienza e della libertà religiosa.
L’antinomismo affermatosi nella società civile purtroppo ha contagiato nel post-Concilio anche la vita ecclesiale, associandosi malauguratamente alle cosiddette novità culturali. L’euforia postconciliare, tesa all’instaurazione di una Chiesa nuova all’insegna di libertà e amore, ha favorito fortemente un’attitudine di indifferenza verso la disciplina della Chiesa, se non addirittura una ostilità.
Pertanto la riforma della vita ecclesiale auspicata dai Padri Conciliari è stata in certo senso impedita, se non tradita. Dediti alla odierna nuova evangelizzazione, abbiamo il compito di porre a fondamento la conoscenza della tradizione disciplinare della Chiesa e il rispetto del diritto nella Chiesa. La cura della disciplina della Chiesa non equivale ad una concezione contraria alla missione della Chiesa nel mondo, ma è una giusta attenzione per poter testimoniare coerentemente la fede nel mondo.
Il servizio, umile certamente, del Diritto Canonico nella Chiesa è anche del tutto necessario. Come potremmo infatti testimoniare la fede nel mondo qualora ignorassimo o trascurassimo le esigenze della giustizia nella Chiesa? La salvezza delle anime, fine principale della nuova evangelizzazione, deve anche essere sempre nella Chiesa “la legge suprema”» (can. 1752).

Quel pezzo che manca al discorso di Don A. Jacopozzi



Riprendiamo due interventi del Prof Pietro De Marco (nella foto), docente all'Università di Firenze e alla Facoltà Teologica dell'Italia Centrale, a proposito delle recenti dichiarazioni di Don Alfredo Jacopozzi, circa il mistero della Chiesa e il problema della divisione dei cristiani. Don Jacopozzi liquidava su "Toscana Oggi" del 7 ottobre 2012  la critica del p. Lanzetta dicendo che con i tradizionalisti non si può discutere. Il problema non è il tradizionalismo ma la retta fede, ricevuta dagli Apostoli. Che oggi è in crisi. 


Concilio e anno della fede. Un confronto grave in cui evitare scorrettezze
(su L'Occidentale)

Un amico, sacerdote e teologo, colta intelligenza che ha per questo particolari responsabilità, interviene su un settimanale cattolico regionale. Il tema è il Concilio, la vera Chiesa e la resistenza degli ambienti ‘tradizionalistici’ (non scismatici) all’ecumenismo conciliare e postconciliare. Dopo aver ricordato la ‘scaletta di argomenti’ dettata dopo trent’anni dall’enciclica Ut unum sint (ovvero De oecumenico officio del 25 aprile 1995, Enchiridion Vaticanum 14, 2667-2884), il teologo si spinge ad affermare che per i critici (tradizionalistici) “tutto ciò [ossia le linee proposte dall’Enciclica per favorire e guidare il dialogo ecumenico pdm] è immanentismo, antropocentrismo, irenismo ecc.”. Per concludere, dopo aver menzionato con riprovazione mons. Brunero Gherardini: “Ma con chi considera il Vaticano II un equivoco e un colpo di mano contro la Tradizione, qualsiasi confronto è del tutto impossibile”.
Appare qui una semplificazione inaccettabile, anche (o tanto più) se in buona fede. Osservo due cose. La prima. Nessun esponente della teologia cattolica che continua a fondarsi anzitutto sulla Tradizione cronologicamente ‘preconciliare’ (che è la Tradizione cattolica tout court), considera immanentismo o ‘deriva modernistica’ un ecumenismo cattolico che dichiari (come fa la Ut unum sint di Giovanni Paolo II) irrinunciabili: il legame necessario tra Scrittura e Tradizione, l’Eucarestia come memoria sacrificale e presenza reale di Cristo, il sacramento dell’Ordine, il Magistero, la Vergine Maria Madre di Dio. Tutt’altro! Altra cosa è temere che, come conseguenza di decenni di ‘dialogo’ senza regole (che provocarono la UUS e molti altri interventi disciplinanti di Roma), proprio questi dati primi e vitali della realtà e della dottrina cristiana, vengano diluiti e vanificati.
La seconda, più importante. Dove trovare, allora, “immanentismo, antropocentrismo, irenismo”, che non sono né invenzioni di Gherardini o di Antonio Livi, e dei loro splendidi, coraggiosi libri[1]? Si trovano nel soggetto assente dal ragionamento dell’amico teologo, cioè nella cultura e nella pratica ‘ecumenica’ che non si riconobbero, né prima né dopo la UUS, in alcuno dei punti fermi dell’Enciclica.
La dimostrazione, prima che nei libri, è sotto i nostri occhi. La manierata evocazione del Vangelo, in scrittori e scrittrici di cose ecclesiali e spirituali, che sulla stampa e nell’editoria cattolica passano per ‘teologi’, non fa mai menzione significativa della Tradizione. Per l’Eucaristia circola quasi ovunque il superficiale verbiage della mensa e del mangiare insieme, contro la dimensione sacrificale e contro (più o meno consapevolmente) la Presenza reale. L’Ordine sacro è declassato quanto a sacralità e a peculiarità ontologica, ed è schiacciato sulle sue funzioni ‘umane’. Il Magistero è ignorato nella sostanza, tollerato ‘per obbedienza’. La Vergine Maria è presente dove la personale devozione lo chiede al singolo sacerdote, o a qualche teologo, ma non appartiene all’impalcatura della fede (se qualche ‘impalcatura’ vi è ancora) che essi trasmettono.

Aggiungo: in tale movimento (anzi: smottamento) indotto dall’intelligencija ecclesiale che si richiama allo ‘spirito’ del Concilio, non sorprende che l’ecumenismo sia oggi infine poco praticato, poiché nell’ordine della dottrina della fede siamo molto al di là, in termini di dissoluzione dogmatica, di ciò che la tradizione protestante non secolaristica, per non dire l’Ortodossia, credono ancora. In termini storici siamo nella somma o confusione di terreni ereticali secolari. Modernismo, in senso tecnico.
Questo quadro, che corrisponde ad una parte non piccola della cultura clericale e laicale, è, appunto, la parte mancante nel ragionamento dell’amico teologo. Qui vi è, certamente, immanentismo e il resto, e questo, non l’ecumenismo del Concilio e dei papi (non giochiamo, anzi non bariamo!), è il bersaglio dei ‘conservatori’; in realtà di quanti ritengono che ‘eredità’ o ‘spirito’ del Concilio vadano sottoposti, finalmente, a discernimento storico e teologico rigorosi, poiché attraverso il pretesto, e la falsificazione, del Concilio come ‘novità’ è filtrato e filtra il peggio. Va denunciata la tattica disonesta, già attiva nell’opinione pubblica ecclesiale, di presentare l’Anno della fede, e le celebrazioni del Cinquantenario dell’inizio del Vaticano II, come l’occasione per colpire i critici ‘tradizionalisti’ del Concilio.
La congiunzione dei due momenti, voluta da papa Benedetto, varrà a rendere consapevole il popolo cristiano, anzitutto, di quanto (per dono di Dio) la fede viva ancora in lui, ed anche di quanto il patrimonio della Fede sia stato sconciato da utopismi e da dilettantismi. I ‘passionari’ del Concilio si chiedano, piuttosto, con serietà, in cosa credano oggi sotto l’abusivo richiamo al Concilio; e anche da quanto non leggano integralmente una Costituzione conciliare. Se in una sede di studio prestigiosa, a Roma, in un convegno di e per ‘teologhe’ ci si può domandare, tra salotto e comizio: ‘In fondo, chi esercita il Magistero nella Chiesa e a che diritto?’; se, in Italia, un parroco (uno?) può somministrare l’eucaristia ‘in memoria di Cristo’ (invece di dire: ‘il corpo di Cristo’), o nella chiesa di qualche convento importante i comunicandi si servono da soli come ad uno snack bar, questo non è uno scherzo: presuppone già o implicherà presto la negazione di tutti i punti fermi della UUS (inclusa Maria mater Dei) a vantaggio del più banale, nichilistico, ‘cristianesimo’ postmoderno.
Dunque, se qualcuno ha l’ardine di osservare che la ‘spinta ecumenica’, messa nelle mani dell’intelligencija teologica, ha favorito la liquidificazione della fede cattolica, non ha torto; lo si può dimostrare con analisi testuali. Ma non è l’ecumenismo in gioco. Cattolici e protestanti rischiamo, a livelli diversi di gravità, ben altro: il magma dell’indistinzione senza dottrina né chiesa. I ‘lefevriani’ sono l’ultimo dei problemi per l’Anno della Fede.

P. De Marco





[1] Di mons. Brunero Gherardini, figura storica della teologia italiana, ricordo almeno Quod et tradidi vobis. La tradizione vita e giovinezza della Chiesa, Casa Mariana Ed., 2010; di mons. Antonio Livi, decano della Facoltà di Filosofia dell’Università Lateranense, Vera e falsa teologia, Leonardo da Vinci Ed., 2011.


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L’anno della fede, il Concilio  e i loro ‘nemici’
(su "Toscana Oggi" del 21 ottobre 2012) 


Nella risposta di don Alfredo Jacopozzi (TO, 7 ottobre 2012, p.16), un amico, e una colta intelligenza che ha per questo particolari responsabilità, colgo un passaggio e dei protagonisti mancanti. Senza questa integrazione quello che scrive sarebbe francamente fuorviante. 
Dopo aver ricordato la ‘scaletta di argomenti’ dettata dall’enciclica Ut unum sint (ovvero De oecumenico officio del 25 aprile 1995, EV 14, 2667-2884), afferma che per i critici, tra i quali anche il p.Serafino M. Lanzetta, ‘tutto ciò [ovvero le istanze proposte dall’Enciclica per favorire e guidare l’ecumenismo pdm] è immanentismo, antropocentrismo, irenismo ecc.”. Per concludere, dopo aver menzionato anche Brunero Gherardini: “Ma con chi considera il Vaticano II un equivoco e un colpo di mano contro la Tradizione, qualsiasi confronto è del tutto impossibile”.
Osservo almeno due cose. La prima. Nessuno degli interlocutori, come nessun esponente della teologia cattolica che continua coerentemente a fondarsi sulla Tradizione cronologicamente ‘preconciliare’ (la Tradizione cattolica tout court), considera ‘deriva modernistica’ o simili un ecumenismo che dichiara irrinunciabili il legame necessario Scrittura-Tradizione, l’Eucarestia memoria sacrificale e presenza reale del Cristo, il sacramento dell’Ordine, il Magistero, la vergine Maria, Madre di Dio. Tutt’altro! 
Altra cosa è temere a buon diritto che, come conseguenza di decenni di ‘dialogo’ senza regole (che provocarono la UUS e molto altro impegno disciplinante di Roma), questi dati primi e vitali della realtà e della dottrina cristiana, vengano diluiti e vanificati. 
La seconda. Dove trovare, allora, “immanentismo, antropocentrismo, irenismo”, che non sono invenzioni di mons. Gherardini o di mons. Livi, e dei loro splendidi, coraggiosi libri, né del fine p. Lanzetta, né mie (si tratta di una diagnosi che, da storico delle idee, mi è agevole) ? Si trovano nel soggetto assente cui alludevo, cioè nella cultura teologica e pastorale, e nella pratica ‘ecumenica’ (ma si tratta di molto di più) che non riconoscono, né prima né dopo la UUS, alcuno dei dettati della ‘scaletta’. 
In effetti. La manierata evocazione dei Vangeli, in scrittori e scrittrici di cose ecclesiali e spirituali che sulla stampa e nell’editoria cattolica passano per ‘teologi’, non fa mai ricorso significativo alla Tradizione. Per l’Eucaristia vale troppo spesso un diffuso e superficiale verbiage della mensa e del mangiare insieme, contro la dimensione sacrificale e (più o meno consapevolmente) la Presenza reale. L’Ordine sacro è ridimensionato quanto a sacralità, a peculiarità ontologica, e schiacciato sulle sue funzioni ‘umane’. Il Magistero è ignorato nella sostanza, tollerato ‘per obbedienza’. La Vergine Maria è presente solo dove la devozione lo chiede al singolo sacerdote o a qualche teologo, ma non appartiene all’impalcatura della fede (se qualche ‘impalcatura’ vi è ancora) che trasmettono. 
Questo quadro mediano è, appunto, la parte mancante nel ragionamento di Jacopozzi. Lì vi è, certamente, “immanentismo” e il resto. Questo, non l’ecumenismo del Concilio e di Roma, è il bersaglio di coloro che ritengono, meditatamente, che eredità o spirito del Concilio vadano sottoposti, finalmente, a discernimento storico e teologico rigorosi, poiché attraverso il pretesto, e la falsificazione, del Concilio come ‘novità’ è filtrato e filtra il peggio per la Fede. 
Chi, oggi, ha l’ardine di osservare che anche la ‘spinta ecumenica’ ha favorito, nelle mani dell’intelligencija teologica, la liquidificazione della fede cattolica, non ha torto; si può dimostrare con analisi testuali. Ma non è l’ecumenismo in gioco; rischiamo, cattolici e protestanti, a livelli diversi di gravità, altro: il magma dell’indistinzione senza dottrina né chiesa. I ‘lefevriani’ sono, per l’Anno della fede, l’ultimo dei problemi.

P. De Marco

mercoledì 24 ottobre 2012

P. Lanzetta: ricollocare il Vaticano II nella Chiesa (prima parte)




(di Mauro Faverzani su www.conciliovaticanosecondo.it) 

“Ciò che occorre oggi è lo sforzo di ricollocare il Concilio Vaticano II nella Chiesa”: ad affermarlo, è Padre Serafino Lanzetta (nella foto), docente di Teologia Dogmatica presso il Seminario Teologico “Immacolata Mediatrice” dei Francescani dell’Immacolata ed autore del libro “Iuxta modum”, dedicato a questo tema. Lo fa in questa ampia intervista (di cui pubblichiamo ora la prima parte), concessa a Mauro Faverzani.Padre Lanzetta evidenzia le luci e le ombre del Vaticano II, sottolineando l’importanza in un periodo -quale il nostro- di crisi della fede di non limitarsi ad una semplice “commemorazione” del Concilio, bensì di recuperarne l’interpretazione più autentica



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