domenica 23 dicembre 2012

La Vergine Madre, segno di Dio in questo mondo



Ascolta l'omelia di P. Serafino M. Lanzetta, in questa IV Domenica di Avvento.


Vogliamo prepararci all’imminente Natale del Signore ritrovando quel filo che intreccia la Liturgia della Parola dell’ultima Domenica di Avvento: questo filo è una persona, la Vergine Madre. Michea ci dice che il Messia, che ha origini eterne, nascerà a Betlemme di Giudea, e Colei che deve partorire partorirà. Da Isaia sappiamo che colei che deve partorire è la Vergine Madre, il segno di Dio che garantisce la venuta nel mondo del suo Figlio. S. Luca riprende queste profezie e ci dice in modo lapidario: «La Vergine di chiamava Maria». La Vergine, cioè Colei che era stata scelta per essere la Madre di Dio rimanendo vergine e vergine pur divenendo madre. Con la Chiesa crediamo nella verginità perpetua di Maria: prima, durante e dopo il parto del suo Figlio Gesù. La verginità di Maria è il sigillo di Dio sulla divinità del Figlio e la divinità di Gesù consacra la verginità di Maria, che ora, nella pienezza del tempo, ci svela il mistero aureo di Colui che è la Purezza fatta carne. Maria Vergine è segno di Gesù e Gesù ci dona a Maria.

sabato 22 dicembre 2012

Santo Natale 2012 e sereno Anno Nuovo 2013



«Abbraccia adesso, anima mia, quel divino presepio; 
premi le tue labbra sui piedini del Bimbo;
baciali tutt'e due, medita le veglie dei pastori,
mira l'accorrente esercito degli angeli,
uscito a far le tue pari nella celeste melodia,
cantando con la bocca e con il cuore:
"Gloria a Dio nel più alto dei cieli 
e pace in terra agli uomini di buona volontà"»
(S. Bonaventura)

Presepe artistico realizzato nella Chiesa di Ognissanti-Firenze



A tutti i nostri lettori ed amici giunga un santo augurio di Buon Natale e di un Nuovo Anno 2013 ricco di benedizioni celesti


domenica 16 dicembre 2012

Quando il cuore vive nella vera pace



Ascolta l'omelia di P. Serafino M. Lanzetta, nella III Domenica di Avvento, Domenica "Gaudete".


La III Domenica di Avvento ci invita a rallegrarci nel Signore. Il motivo di questa gioia non è altro che la certezza del Signore che è vicino. Egli è accanto a me, nella mia vita. La fede è il fondamento di questa gioia: il Signore è in mezzo a noi, è l'Emanuele. La fede però può essere minacciata dal dubbio, oggi così presente e spesso spropositatamente sullodato. Nell’uomo non c’è la fede e il dubbio, c’è piuttosto una ragione debole che non mi fa trascendere il fattibile e mi chiude l’orizzonte del reale. Se irrobustisco la mia ragione nella ricerca della verità e non del comodo allora anche la fede è forte. La ragione poi deve essere fondata sui valori non-negoziabili e quindi sul vivere da uomini che hanno tutto ricevuto e non da uomini che pretendono. La vera pace nasce quando in me c’è una consapevolezza: la vita è un dono di Dio e con la vita tutto ciò che è umano e perciò la fede stessa, vera garanzia della mia pace. Il Dio dal volto umano, che si è fatto come noi, ci dona la vera pace e con essa la vera gioia. Gaudete in Domino semper. Dominus prope est! Il Signore è vicino.

mercoledì 12 dicembre 2012

In uscita Fides Catholica 2-2012




  Anno VII                                                                                     2-2012




SOMMARIO


Editoriale
Padre Serafino M. Lanzetta, Ragione Fede dubbio 5-25

Da un po’ in qua questo trittico diventa sempre più insistentemente assonanza di prospettive, di inseparabili mondi con cui confrontarsi quando ci si rivolge alla fede, che implicherebbe la ragione ma che si confronta con i dubbi; di dubbi che negano la fede e mettono in scacco la ragione; una ragione che cerca di favorire la fede in un Dio comprensibile, ma che a causa del dubbio metodico deve sospettare dello stesso principio del ragionamento e quindi della fede. La causa di questo lento ma progressivo smarrimento è l’oblio del pensiero (forte) di Dio. Qualche rimedio per guarire dalla minaccia del nichilismo e del dubbio perpetuo. Nell'uomo non ci sono due anime, il credente e il dubbioso. C'è piuttosto il peccato originale che segna la precarietà dell'intelligenza e non della fede.


Historica
Padre Paolo M. Siano, Alcune note sul “Magistero” episcopale del Servo di Dio Mons. Antonio (“Don Tonino”) Bello (1935-1993). Un contributo critico 27-94

L’A. del presente saggio esterna la sua meraviglia per la causa di beatificazione di Mons. Antonio Bello, avviata pochi anni fa. L’atteggiamento dell’Autore risulta sempre più comprensibile e condivisibile alla luce di vari scritti di Mons. Bello. Fino all’ultima sua conferenza tenuta ad Assisi nell’agosto 1992, il presule pugliese ha manifestato idee molto discutibili. In sintesi ecco i punti non-condivisibili del pensiero di Mons. Bello: iper-conciliarismo, progressismo e antropologismo teologico, linguaggio secolarista, filo-socialismo, pacifismo assoluto, disistima verso il Sacro e verso i Dogmi, mariologia terra-terra, sensualità, femminismo. L’Autore auspica che un tale Pastore non venga presentato come modello per coloro che devono essere anzitutto maestri e custodi della Fede Cattolica.


Theologica
Mons. Antonio Livi, Vera e falsa Teologia. L’esigenza del rigore epistemologico 95-107

L’A. presenta la sua ultima opera, in cui studia come si possa verificare se un discorso su Dio e sulla religione rispetti lo statuto epistemologico di un’autentica “scienza della fede”. Così desidera chiarire la distinzione tra teologia ecclesiale o in senso proprio e una serie di discorsi teologici. Distingue poi tra dogma, che è ciò che si crede con fede divina e cattolica, e sua interpretazione, che spetta propriamente alla teologia, la quale non può prescindere dal “nucleo di verità certa”. La teologia è un’ipotesi di interpretazione del dogma. Qualora si distaccasse dal nucleo veritativo rivelato scadrebbe in una mera filosofia religiosa. Perciò è “vera” solo la teologia ecclesiale che si pone al servizio della fede e del popolo di Dio, presupponendola, “falsa” quella che la ignora o la supera.


Padre Giovanni Cavalcoli, Lo gnosticismo moderno, riprendendo un libro di Mons. Antonio Livi. Ritratto dello gnostico cattolico 109-140

Dopo aver tratteggiato l’immagine dello gnostico in generale, l’A. esamina il pensiero del p. Giuseppe Barzaghi, O.P., il quale vuole costruire un tomismo, a suo dire, più autentico alla luce del pensiero di E. Severino, mettendo insieme univocismo e analogia. Per Severino il divenire è l’apparire dell’Essere ovvero di Dio, immanente al divenire. Seguendo Bontadini, Barzaghi sostiene che non si dà essere che non sia pensato, perché nel momento in cui lo si pensa diventa pensato. Per Barzaghi si ha un’intuizione di Dio e si confonde l’essere intuito con l’Ipsum Esse, letto alla luce dell’«unità dell’esperienza» di Bontadini. Dio e l’uomo sono uno perché «nulla si può aggiungere a Dio». Il mondo non esiste realmente distinto da Dio e fuori di Dio. Dio è solo «accanto alla sofferenza» perché il male e la sofferenza sono in Dio.


Giuseppe Pinardi, L’esegesi del concetto di àgapē in san Paolo. Riflessioni critiche e storia della Teologia (seconda parte) 141-173

Questa seconda parte dell’articolo sull’agápē vuole ripercorrere la storia della nozione teologica di agápē o carità, intesa come effetto della Grazia santificante, ricostruendo l’affascinante dibattito teologico. Ci si sofferma, sulla base di precise attestazioni papirologiche e lessicali, sulla ricorrenza di tale vocabolo nell’ambito giudaico, nella LXX, nell’A. T. e soprattutto nell’ambito neotestamentario e nella fattispecie paolino. Tra le tante definizioni di questa virtù, in ambito cattolico, si impone su tutte quella di S. Tommaso, che la chiama forma omnium virtutum. Per una corretta comprensione della nozione di agápē è di estrema importanza definirne con esattezza l’oggetto: Dio per sé e il prossimo in ragione di Dio, secondo l’insegnamento tramandatoci unanimemente dai Padri.


Commentaria
Padre Serafino M. Lanzetta, Vera e falsa Teologia. Un contributo filosofico propedeutico per la scienza della Fede 175-184

L’A. fa una dettagliata recensione dell’ultima opera di Mons. Antonio Livi, Vera e falsa teologia, in cui si offrono i criteri epistemologici per riconoscere un vero discorso sulla fede, quale opinione che principia dal nucleo veritativo-dogmatico indiscusso, da un mero discorso filosofico, il quale mettendo in discussione la fede rivelata, pretende di costruire un sistema concorrente con la Parola di Dio. Tante teologie odierne non sono altro che discorsi filosofici, razionalistici, sulla fede, i quali pretendono di possedere il criterio ultimo di verità per giudicare finanche il Magistero.


Fabrizio Cannone, Cinque anni fa il Motu Proprio Summorum Pontificum. Il punto di vista di Concilium 185-220

Per la rivista Concilium, organo di diffusione e di interpretazione del “vero” Concilio Vaticano II, il Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI, che liberalizza la S. Messa in rito antico, sarebbe un grande errore pastorale e nasconderebbe una carenza dogmatica. È vero questo giudizio? Quali sono i presupposti logici di queste affermazioni? Una carrellata per capire la visione (unilaterale) di Concilium. E per plaudire a Benedetto XVI.


Recensiones 221-231

martedì 11 dicembre 2012

Dalla storia alla fede in Cristo. I Vangeli non mi ingannano



Ascolta l'omelia di P. Serafino M. Lanzetta nella seconda Domenica di Avvento


Il capitolo III del Vangelo di Luca, in cui il nostro agiografo ci spiega chiaramente le coordinate storiche (verificabili) dell’inizio della predicazione del Battista, manifesta un dato importantissimo, in continuità con lo stesso prologo: i Vangeli sono racconti storici che ci muovono alla fede. Solo se non ci ingannano nel loro trasmetterci dei fatti autentici possiamo credere. E così possiamo raggiungere, dopo duemila anni, il vero Gesù che è il medesimo Cristo della fede. Tra fede e storia non c’è una frattura. I Vangeli ci dicono la verità su Cristo e solo per questo possiamo credere in modo certo, senza ingannarci. Uno dei problemi suscitati dalla moderna esegesi, che ha anche abusato del metodo storico-critico, è questo: i racconti scritturistici non potrebbero trasmetterci dei fatti storici perché risentirebbero già dell’interpretazione dell’agiografo. In questo modo però non riusciamo più a ritrovare le parole autentiche di Cristo, che presto diventano parole di una comunità, di un tempo, ma non più di Cristo. Così si smarrisce la fede e non sappiamo più chi è Gesù. Questo tipo di esegesi ha contribuito al soggettivismo credente: ognuno si fa un suo Gesù. No, partiamo da un dato imprescindibile: i Vangeli non mi ingannano, mi dicono quello che Gesù ha detto e ha fatto. Allora posso davvero credere e il Vangelo mi converte.


domenica 9 dicembre 2012

L'Immacolata Concezione: all'inizio c'è il dono



Ascolta l'omelia di P. Serafino M. Lanzetta nella solennità dell'Immacolata Concezione.


L’Immacolata Concezione è il dono più grande che Dio abbia fatto a Maria in vista della sua Maternità divina. Maria è stata preservata dal peccato originale e da ogni altro peccato, da ogni inclinazione al male e da ogni debolezza. Dio ha preparato per il Figlio una Dimora santa. Era indegno prendere carne in un grembo sporcato dalla miseria umana, dall’egoismo. In Maria Immacolata contempliamo il dono di Dio e un fatto oggi assente nella nostra cultura: all’origine della nostra vita, della creazione e della vita di Maria SS. c’è l’amore di Dio, il dono suo gratuito che ci chiama alla vita e ci fa essere poi suoi figli. In Maria, all’origine della sua vita, c’è il dono di Dio, la vera libertà, il miracolo della grazia che fa di una creatura la Madre di Dio, la sua Ancella. L’Immacolata Concezione di Maria ci dice che Dio è Amore. All’origine c’è l’amore, il dono. Non l’arbitrio o l’egoismo. L’Amore. L'Immacolata è exemplum di ciò che Dio ha fatto all'origine. Di ciò che Dio è e di ciò che noi desideriamo diventare. Guarda Maria. Invoca Maria.


mercoledì 5 dicembre 2012

Il Vaticano II tra forma e metodo



Il Concilio Vaticano II è oggetto di numerosi studi o ermeneutiche spesso contrastanti e di segno opposto. Questo è un aspetto nuovo nella storia della ricezione conciliare e segno dei tempi in cui il Concilio volle calarsi con notevole “libertà”. 
Il Vaticano II volle essere un concilio pastorale, premurandosi allo stesso tempo di apportare numerosi miglioramenti e innovazioni alla dottrina cattolica, già definita in concili precedenti o solo reiterata dalla Tradizione della Chiesa. 
Una delle difficoltà ermeneutiche maggiori che gli studiosi affrontano e che spesso li divide è questa: come capire le novità del Concilio e delle sue dottrine peculiari alla luce della dottrina definitiva della Chiesa? Cosa significa che il Vaticano II, come concilio, si colloca su un piano pastorale e non dogmatico-definitorio? Tutto il nuovo è per sé vincolante per la fede? È un tutto dottrinale o solo un’esortazione pastorale? I due livelli si intersecano e talvolta si confondono? Domande che crescono nella misura in cui si entra più in profondità nel Concilio.
Nel discorso di apertura del Concilio, Gaudet mater ecclesia, Giovanni XXIII chiarì la volontà programmatica dell’incipiente assise: non definire nuovi dogmi o condannare gli errori – sembrava al Papa che la coscienza moderna stesse provvedendo da sola a emendarsi da scelte sbagliate; probabilmente qui aveva in mente l’entusiasmo per una ripresa post-bellica – ma dire la dottrina della fede che non cambia, né lo potrebbe, al mondo moderno. Si trattava di trovare una metodologia nuova, pastorale, perché la fede e i suoi dogmi venissero spiegati con un linguaggio accessibile al mondo ormai mutato.
Dire la fede in modo nuovo fu però letto già in Concilio in modo diverso: si doveva cambiare solo il modo di dirla o trovare anche le espressioni più adeguate nella sua esposizione? L’espressione verbale della fede, infatti, afferisce immediatamente i suoi contenuti. Non ogni linguaggio o metodo era perciò adatto, ma solo quello che presentava la fede lasciandone intatto il contenuto e il suo significato, «eodem sensu eademque sententia». Non fu molto chiaro in che modo si dovesse procedere a ciò che da molti interpreti fu definito “aggiornamento” conciliare. Non si dimentichi che Giovanni XXIII parlava di aggiornamento per il Codice di Diritto Canonico e non per l’imminente Assise. Tuttavia codesta parola fu programmatica.
Pastorale voleva dire aggiornamento? E se sì aggiornamento della dottrina senza troppe preoccupazioni per il metodo dogmatico piuttosto intransigente o, ancora una volta, solo della metodologia?
Il Concilio comunque perseguì la strada pastorale dell’esposizione non definitoria della fede (non furono definiti nuovi dogmi) e utilizzò anche un linguaggio più descrittivo o narrativo, non sempre però sufficientemente chiaro da dirimere sul nascere eventuali controversie o spiegazioni arbitrarie, come invece lo era per i canoni che accompagnavano un insegnamento dottrinale nei concili precedenti. Il post-concilio ha conosciuto poi numerose dispute su come interpretare una determinata dottrina o su quale fosse la vera lettura di un determinato testo.
Nel famoso discorso alla Curia del dicembre 2005 il S. Padre Benedetto XVI parlò di due ermeneutiche che si erano confrontate e anche scontrate nella stagione post-conciliare: quella giusta della riforma nella continuità della Chiesa e della sua Tradizione e quella scorretta della discontinuità e della rottura, che finisce col provocare una frattura tra la Chiesa precedente al 1962 e quella che poi ne sarebbe seguita. La Chiesa, invece, è sempre una e ininterrotta.
Nel mio lavoro sul Concilio Vaticano II (Iuxta modum, Cantagalli 2012 e un altro in preparazione sull’ermeneutica di alcune dottrine conciliari chiave), collocandomi nella scia dell’invito del Pontefice, cerco di offrire un principio ermeneutico che sia il più rispondente al Concilio come “nuova forma” magisteriale e alle sue dottrine tipiche. Auspico che si veda il Concilio nella Chiesa e subordinatamente a Essa, tenendo conto di un dato importante: la nuova pastoralità del Vaticano II, che detta in qualche modo la stessa agenda del Concilio, è un Leitmotiv e al contempo un limite. Ci aiuta a capire la mens dei Padri conciliari e a misurare con giusto e oggettivo criterio le dottrine peculiari del Concilio Vaticano II. Questo per il bene e l’unità della Chiesa, senza fare del Vaticano II un “superdogma” e neppure un pericolo per la fede. Bisogna rimettere il Concilio al posto suo.
Con lungimiranza, ancora Benedetto XVI, nell’aprire l’Anno della Fede a cinquant’anni dall’inizio del Concilio, ha puntualizzato che non si tratta tanto di commemorare un evento quanto di riappropriarsi del vero spirito di riforma del Vaticano II, diluito spesso in un’euforia piuttosto sbarazzina. Aggiungerei: non si tratta di fare una commemorazione auto-celebrativa ma capire perché la fede è in crisi.
Non è un tornare indietro, per rispondere a un ritornello che si sente spesso. Il vero problema è che non siamo andati veramente avanti. Ho letto proprio in questi giorni, nel clima delle primarie del PD, una frase che avevo sentito a più riprese applicata all’evento conciliare: «Nulla sarà come prima». Ci si riferiva all’“evento Renzi”, con il quale il suo partito cambiava registro o credeva di cambiare. E pensavo: «Le due dimensioni, quella politica e quella teologica, potevano incontrarsi ma così anche segnare un limitarsi reciproco». Anche questo è da mettere in conto.


P.  Serafino M. Lanzetta, FI


PS Vi aspettiamo numerosi al convegno:  Il Vaticano II alla luce dell'intera Tradizione della Chiesa.

lunedì 3 dicembre 2012

La Chiesa del futuro? O quello che doveva diventare quando niente più sarebbe stato come prima?



(Su Riscossa Cristiana due vignette e una lettera del Prof. Ravoni. A proposito delle idee, le più disparate, sull'ultimo concilio e del libro Iuxta modum, che cerca di esorcizzarle).




...chi potrebbe essere quell'omino con la bacchetta in mano?




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Montecatini, 4 dicembre 2 dicembre, 2012 



Caro Direttore, 

grazie per avermi dato la possibilità di leggere il bellissimo libro di P. Serafino M Lanzetta F. I "Iuxta Modum: il Vaticano II letto alla luce della Tradizione della Chiesa" (Ed. Cantagalli 2012) che, oltre tutto, mi ha dato la possibilità di chiarire tante cose, prima fra tutte l'interpretazione di rottura di coloro che considerano il Concilio come una "Nuova Pentecoste" come se la Chiesa prima non fosse esistita; dice il Padre Lanzetta: "Perché...ha prevalso la rottura? A questa domanda non si può rispondere senza andare a quel 'Mysterium iniquitatis' che purtroppo asservisce e regna. Il Cardinal Suenens - Padre del rinnovamento pentecostale e non carismatico, come amava definirsi - in un'intervista dichiarò: “In Concilio ci siamo affidati docilmente allo Spirito Santo, e il Concilio ci ha condotti là dove non volevamo andare, o almeno, non pensavamo di andare...”. Il Concilio così rischia di diventare lo stesso Spirito Santo di cui parlava Gesù a Nicodemo. Per tanti il Concilio sarebbe divino e infallibile, ma a discapito di tutti gli altri. Invece, il Concilio non è lo Spirito Santo. Gesù aveva detto solo che lo Spirito Santo è come il vento: si sente la voce, ma non si sa da dove viene e dove va (Cfr. Giovanni, 3-8). Dobbiamo impegnarci perché finalmente si dilegui un eccessivo entusiasmo carismatico, ritornando al dogma della fede". 

Ecco, caro Direttore, questo significa parlar chiaro...avrei volentieri scritto una recensione ma, dopo quella, bellissima, di Piero Vassallo mi è sembrato inutile. Invio però un'altra vignetta quasi vergognandomene, dopo aver visto quella stupenda di Alfio Krancic, io sono solo un vecchio papirologo in pensione e faccio, ogni tanto, qualche vignetta così per diletto...Comunque venerdì 7 dicembre 2012 sarò a Firenze e così conoscerò sia il Padre Serafino che l'Avvocato Ruschi che, puntualmente mi invia le circolari della benemerita Comunione Tradizionale, vi andrò con il Prof. Vinicio Catturelli (173 anni in due) per cui se la nostra presenza non eleverà il tono dell'incontro, senz’altro eleverà la media dell’età delle persone partecipanti che, mi dicono, in genere, essere tante tra cui numerosissimi giovani e giovanissimi. 

Un grazie di cuore 

Prof. Osvaldo Ravoni







domenica 2 dicembre 2012

In attesa della Tua venuta



Ascolta l'omelia del p. Serafino M. Lanzetta di questa Domenica, prima di Avvento (anno C).


Attendiamo la venuta del Signore alla fine dei tempi, con fiducia e speranza. Questo significa propriamente Avvento: venuta del Signore. Una venuta preannunciata nel suo nascere ed essere il Dio con noi. Cristo viene perché è già venuto, è già con noi. Si manifesterà alla fine dei tempi quale giudice universale. Tra colui che crede in Cristo e chi non ha Dio nella sua vita c’è una sostanziale differenza, che possiamo notare proprio scrutando i segni dei tempi e gli avvenimenti, a volte anche catastrofici, della storia. Chi crede in Cristo sa che l’universo non è frutto di un caos evoluzionistico e che il mondo non è governato dal fato e da un destino cieco, pronto a distruggere prima o poi gli esseri umani, e che perciò la superstizione e l’abbonirsi gli dei del cosmo è irrazionale, è falso. Chi crede in Cristo sa che Dio è il creatore, che il mondo è nelle sue mani. Dio ci parla, ci ammonisce, anche, e a volte soprattutto, attraverso gli eventi climatici, atmosferici, tellurici sconvolgenti, i quali possono risultare una sciagura o un umano disastro, invece sono piuttosto segno della premura paterna di Dio, che ci scuote perché non ci assopiamo nel sonno del peccato e della cupidigia. Il cristiano legge tutti gli eventi sollevando sempre il suo capo verso il cielo: sa che la sua liberazione è vicina.

sabato 1 dicembre 2012

Il Vaticano II riletto alla luce della Tradizione



Piero Vassallo, su Riscossa Cristiana, recensisce l'ultimo libro di p. Lanzetta. 


Iniziata dalla strabiliante lezione di Alexandr Kojève sulla radice nichilistica/thanatofila della filosofia di Hegel, accelerata dall'interpretazione accademica (heideggeriana) del furente dionisismo di Nietzsche e perfezionata dal mostruoso e sbalorditivo influsso della teologia nazista nella scolastica francofortese, la rivolta del pensiero moderno contro se stesso è ormai al punto di non ritorno. 

Avvertita da Benedetto XVI, tale evidenza pone la necessità inderogabile di correggere le tesi dei cattolici modernizzanti intorno alla possibile riconciliazione con un universo teoretico irrimediabilmente segnato dalla schizofrenia post-illuminista, ovvero dalla guerra della cometa jettatoria contro i pensieri della cometa trionfalista. 

I moderni apostati, invece di correggere i loro errori, hanno incrementato la loro ostilità nei confronti della vera fede e la loro refrattarietà ai princìpi di ragione, smentendo le tesi che animavano l'indulgenza dei nuovi teologi e deludendo il generoso apprezzamento della loro inclinazione all'autocritica formulato da Giovanni XXIII nell'allocuzione inaugurale del Vaticano II, Gaudet Mater Ecclesia. 

L'ottimismo mordeva i freni della cautela: "Lo spirito della modernità e la Chiesa, ha scritto di recente Benedetto XVI, non si guardavano più con ostilità, ma camminavano l'uno verso l'altro. Il Vaticano II era cominciato in questo clima ottimistico della riconciliazione finalmente possibile fra epoca moderna e fede; la volontà di riforma dei suoi padri ne era plasmata. Ma già durante il concilio questo contesto cominciò a mutare".

Di qui l'urgenza, di aggiornare la definizione dell'errore moderno e di scoprire e neutralizzare, fra le righe del Concilio Vaticano II e del paraconcilio, le orme della benevolenza tradita e dell'ottimismo deluso. 

L'anacronistica ostinazione dei teologi modernizzanti, in quelle orme crede, infatti, di leggere l'intenzione di dialogare con il mondo assumendo "la filosofia prevalente nella modernità, agnostica e scettica quanto al mistero, dubbiosa e formalmente fenomenica". 

Padre Serafino Lanzetta, giovane e brillante studioso, all'avanguardia nella corrente dei teologi fedeli alla Tradizione e obbedienti al Papa, sostiene che la Chiesa è turbata da un accecamento storicista, incapace di comprendere che "il Vaticano II non si identifica con la Tradizione della Chiesa, non è il suo fine: questa è più grande, mentre il Concilio ne è un momento espressivo e solenne; si dimentica poi il suo carattere magisteriale ordinario, sebbene espresso in forma solenne dall’Assise conciliare, per sé non infallibile; si dimentica infine, che i documenti del Vaticano II - a differenza di Trento e del Vaticano I - sono distinti in Costituzioni, Dichiarazioni e Decreti e pertanto non hanno tutti il medesimo valore dottrinale, rimanendo pur sempre chiara e fontale l'attitudine generale del Concilio di insegnare in modo autentico ordinario". (Cfr. Iuxta modum. Il Vaticano II riletto alla luce della Tradizione della Chiesa, Cantagalli, Siena 2012). 

Padre Lanzetta afferma risolutamente che "la Chiesa trascende il Concilio e ogni sua manifestazione" quindi stabilisce la necessità "di far ritornare il Concilio Vaticano II nell'alveo della Chiesa: prima la Chiesa e poi i suoi concili". 

È tuttavia da respingere la pretesa di correggere il Vaticano II, "utopia di chi vuole riscrivere la storia che più non c'è o di chi vuole semplicemente abolire ciò che non gli piace". Il compito che incombe all'autorità cattolica è interpretare correttamente il Vaticano II, "rispettando la sua posizione magisteriale di Concilio ecumenico con un taglio eminentemente pastorale, più pastorale che dottrinale". 

Opportunamente padre Lanzetta cita il giudizio comunicato confidenzialmente a Vinicio Catturelli da un cardinale sudamericano: "Un errore forse è stato quello di dar troppa importanza al Concilio. ... È necessario sgonfiare il pallone del Super-Concilio, o forse si sta già sgonfiando". 

Il regnante pontefice, quasi assolvendo l'auspicio dei teologi fedeli alla Tradizione, ha avviato la critica di alcune ingenue e abbagliate concessioni al moderno che si leggono nella Gaudium et Spes dimostrandone la dipendenza da un equivoco intorno alla realtà dei nuovi tempi: "Dietro l'espressione vaga mondo di oggi vi è la questione del rapporto con l'età moderna. Per chiarirla sarebbe stato necessario definire meglio ciò che era essenziale e costitutivo dell'età moderna. Questo non è riuscito nello Schema XIII". 

Il male che tormenta la Cristianità non è l'eresia ma la banalità del consenso tributato dai teologi di giornata a un oggetto conosciuto superficialmente.

Piero Vassallo