lunedì 18 marzo 2013

Giuseppe di Nazaret, l'uomo giusto



Il mese di marzo è dedicato dalla tradizione della Chiesa a S. Giuseppe, lo sposo di Maria e il padre verginale di Gesù. Sono questi due attributi che inseriscono a titolo unico Giuseppe di Nazaret, l’umile falegname, nel mistero di Dio, rendendolo partecipe così da vicino della Redenzione. S. Giuseppe è scelto da Dio quale custode nel tempo dei suoi misteri, custode di Gesù e di Maria. Su di lui si rivolge la predilezione unica del Padre che lo designa quale padre del suo Figlio e Sposo della sua Figlia. Nelle sue mani sono consegnati i tesori di Dio. 

È lui il tesoriere di Dio, eppure un’aura di silenzio e di profonda umiltà lo avvolge. Le cose grandi di Dio sono avvolte dall’umiltà, dal nascondimento. Sono grandi proprio nella misura in cui sono piccole agli occhi degli uomini. Facendosi piccoli si diventa grandi. Non è forse questo il paradosso più visivo del Vangelo? L’umile falegname di Nazaret lo incarna dal vivo. Giuseppe è “aggiunto da Dio” alla sua famiglia perché si tratteggiassero scultoreamente i lineamenti di una paternità e di una sponsalità che sanno di grandezza umile e di piccolezza sapiente. 

S. Giuseppe è una figura che affascina per la grandezza della sua vocazione che si cela tra le righe di sparute vicende familiari, intessute per di più di triboli e di spine. Tuttavia, se ci si cala in attenta contemplazione in quelle poche informazioni che di lui abbiamo, vi si scorge una figura maestosa. Matteo ama definire S. Giuseppe l’“uomo giusto”. È un attributo che l’evangelista gli applica di passaggio, per spiegare il motivo della sua prudente decisione di fronte al concepimento della sua moglie che credeva e riconosceva santa e abitata dal mistero. Dinanzi al mistero, Giuseppe temendo di intralciare la volontà di Dio, si ritira. 

È proprio delle persone umili mettersi da parte per fare spazio a Dio. Giuseppe che amava il nascondimento e soprattutto che amava il Dio nascosto, desiderava occultarsi per fare spazio a Lui nella vicenda della sua sposa. “Giuseppe suo sposo – dice l’evangelista – che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto” (Mt 1, 19). 

È molto probabile che l’evangelista abbia attinto queste informazioni così intime dalla famiglia di Giuseppe, ovvero dai suoi più intimi di Nazaret, senza che si debba ricorrere a numerose acrobazie esegetiche, come ad esempio ad una riflessione a ritroso dell’agiografo partendo dai fatti della vita pubblica del Signore, per poi in definitiva, mettere in discussione la storicità di queste stesse informazioni. 

Giuseppe dunque era “giusto”, di una giustizia che lo rendeva come già gli antichi patriarchi, un uomo di Dio, un uomo di fede e di obbedienza alla volontà di Dio. Giuseppe aveva creduto al Dio dell’Alleanza senza tentennamenti. Aveva offerto a Lui la sua vita e, da pio israelita, meditava la Parola del Signore notte e giorno. Col Salmista, nel segreto della sua stanza interiore, rivolgeva a Dio la sua preghiera: “Dammi intelligenza, perché io osservi la tua legge e la custodisca con tutto il cuore. Dirigimi sul sentiero dei tuoi comandi, perché in esso è la mia gioia” (Sal 118, 34). 

Una prefigurazione molto bella di S. Giuseppe, uomo giusto per antonomasia, che davvero spera contro ogni speranza (cf Rm 4, 18), è il patriarca Abramo. Come già Abramo aveva creduto, senza mai vacillare nella fede (cf Rm 4, 19), così il nostro novello Patriarca (nel senso etimologico di “primo padre”) crede fermamente in Dio, si affida alla sua volontà, obbedisce. Mentre Giuseppe pensava nel suo cuore di allontanarsi dalla sua Sposa avvolta da un aureo mistero, un angelo del Signore gli apparve e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo” (Mt 1, 20). 

Il giusto Giuseppe non ha bisogno di altro. Sebbene si trovi ora anch’egli avvolto dal mistero: un angelo gli parla e gli annuncia un concepimento soprannaturale della sua Sposa per opera dello Spirito Santo, capisce e crede. Crede con l’obbedienza della fede. Da qui si evince la giustizia di S. Giuseppe, la sua santità: non è estraneo al mistero, non rimane titubante dinanzi a quel quadro del tutto sorprendente. 

Giuseppe era un uomo di preghiera, abituato a dialogare con Dio. Era anche avvezzo a trascendere gli avvenimenti della vita e a leggerli alla luce della fede e della volontà di Jahvè. Finalmente destatosi dal sonno, come risvegliatosi da un intimo colloquio con l’Altissimo, “Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa, la quale, senza che egli la conoscesse, partorì un figlio, che egli chiamò Gesù” (Mt 1, 24-25). 

Di nuovo, poi, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli ordinò di fuggire in Egitto a causa della violenta persecuzione di Erode. Giuseppe quale novello Abramo, lascia la sua terra, prende i suoi tesori più cari e fugge in Egitto. Va verso l’ignoto: una casa, un lavoro…? Giuseppe era un uomo santo. Si affida alla volontà di Dio e obbedisce. Iddio provvederà: ci sarà Lui. L’esilio presto finirà e Giuseppe ritornerà, obbedendo ancora alla voce dell’angelo, nella sua terra. Riconsegnerà a quella terra benedetta il suo sole, il suo sale. 

Come Abramo, infine, a cui Dio chiedeva il suo unico figlio – Abramo sapeva però che Dio può far nascere dei figli anche dalle pietre (cf Mt 3, 9) – e non aveva esitato ad accettare la sua volontà, così Giuseppe accoglie la volontà del Padre che gli dona il suo Figlio e gli chiede di custodirlo, di allevarlo e di educarlo (nel senso etimologico di “condurlo”) al grande giorno dell’immolazione cruenta. Pur non avendo lui stesso offerto il Figlio nel momento sublime del Calvario – quello che invece farà la sua Madre; lui, lo aveva fatto in signo nella presentazione di Gesù al tempio –, Giuseppe aveva disposto tutto perché suo Figlio si preparasse durante la crescita umana al momento culminante della sua vita terrena: il sacrificio della Croce. Come Gesù è il vero Isacco, così Giuseppe di Nazaret – come già la sua sposa Maria – è il vero Abramo. 

S. Giuseppe che aveva accolto il Figlio di Dio e lo avevo custodito, era cosciente che quel Figlio doveva fare la volontà del Padre (cf Lc 2, 49). Obbediente, lo restituisce in sacrificio con tutto il suo amore paterno e, silenzioso, esce di scena; si addormenta in Dio per essere poi risvegliato dal Figlio vincitore del peccato e della morte. Giuseppe fu il primo giusto verso il quale Cristo protese la sua mano. 

Pochi tratti ma davvero sublimi che scolpiscono una figura altissima di santità: Giuseppe di Nazaret, “uomo giusto”; un Santo che parlava “faccia a faccia” con Dio. 



p. Serafino M. Lanzetta, FI

domenica 17 marzo 2013

Chi veramente può scagliare la prima pietra?



Ascolta l'omelia di P. Serafino M. Lanzetta, nella V Domenica di Quaresima.


Il Vangelo della V Domenica di Quaresima ci presenta l’episodio drammatico e istruttivo ad un tempo di una donna, fatta oggetto di derisione e di controversia. E’ giusto o no lapidare una peccatrice sorpresa in adulterio, quindi in un peccato diventato ormai pubblico? 

Molto spesso abbiamo bisogno di qualcuno, di un gruppo, contro il quale scagliare tutta la nostra ira senza nessuna tolleranza. Abbiamo bisogno di sfogare il nostro odio contro qualcuno considerandolo il vero reo di tutto il male e il disastro nel mondo, sfuggendo sempre alla nostra responsabilità. 

Crediamo che accusando gli altri possiamo così scusare noi stessi e ritenerci giusti pur essendo magari peccatori nel nostro intimo. Il peccato della donna non è l’unico peccato. Non solo quella donna ha peccato ma tutti noi e perciò non solo quella donna, ma ogni uomo che riconosce il suo peccato può essere redento. 

Può essere salvato ad una condizione: Va’ e non peccare più! La misericordia ha vinto.

martedì 12 marzo 2013

Il vero volto della Massoneria. Ancora taxilliani a parte



P. Paolo M. Siano risponde a un articolo della Loggia “Giordano Bruno” (N° 852) di Ferrara, in seguito a un suo recente convegno a Ferrara sull'incompatibilità tra Chiesa e Massoneria. 



Lo scorso 22 febbraio 2013, presso la parrocchia di Santo Spirito in Ferrara, ho tenuto una conferenza sulla Massoneria, evidenziando – sulla base di documentazione massonica – i motivi oggettivi di incompatibilità tra Massoneria e Chiesa Cattolica. 

Nella Massoneria riscontriamo: 

a) Umanesimo (antropocentrismo) assoluto, relativismo dogmatico, mètadogmatismo (ossia, superamento dei dogmi); 

b) Ritualità liberomuratoria, di per sé, intrinsecamente magica; 

c) Esoterismo (Cabala, Alchimia, Ermetismo, Gnosi, magia...). Un tema fondamentale dell’esoterismo massonico è la conciliazione/coincidenza degli opposti Luce e Tenebre, Bene e Male... Tale tesi esoterica, in ambito massonico, suppone – o almeno può indurre a – una rivalutazione positiva del Diavolo (o Lucifero) inteso come angelo, o “dio”, o energia necessaria al Divino e all’Equilibrio Universale. Oppure, il Diavolo viene inteso da massoni laicisti come simbolo della Ragione e della Natura contro i dogmi e contro l’ascesi cristiana. 

A quella conferenza, tra il pubblico, erano presenti anche alcuni massoni di Ferrara. 

In data 04 marzo 2013, il website della Loggia “Giordano Bruno” N° 852 all’oriente di Ferrara (e all’obbedienza del Grande Oriente d’Italia – Palazzo Giustiniani) pubblica un articolo assai critico nei miei confronti[1]

In sintesi, la Loggia Giordano Bruno mi rimprovera tra l’altro di: 

1) aver esposto la mia conferenza con un andamento «un po’ schizofrenico»; 

2) aver recuperato le «antiche ed assurde accuse» antimassoniche (satanismo, orge...); 

3) aver praticamente “spaventato” l’uditorio (in prevalenza cattolico) insinuando che i massoni praticherebbero riti assassini... 

4) aver riabilitato il «grande bugiardo» ed ex-massone Leo Taxil il quale, secondo i massoni, inventò la “favola” del satanismo massonico... 

5) aver oblìato, o disprezzato, i dialoghi ancora in corso tra Massoneria e Chiesa Cattolica... 

Ora passo a replicare ai 5 punti sopra elencati: 

1) Mi permetto di dire che, in realtà, l’atteggiamento «un po’ schizofrenico» risalta invece dal website della summenzionata Loggia ferrarese. Quei massoni si lamentano perché ho sostenuto l’incompatibilità tra l’essere cattolico e l’essere massone, eppure sono proprio loro a darmi ragione! Infatti quel website (dunque la Loggia) pur criticandomi in quell’articolo, tuttavia fornisce altrove (in altri articoli) motivi evidentissimi di incompatibilità tra Massoneria e Chiesa. Ad esempio, tanto per dirne una: quella Loggia elogia Giordano Bruno[2] fino a prenderne il nome. Quei massoni sanno bene che Giordano Bruno (spretato ed apostata) era un panteista, cultore di Ermetismo egiziano e di magia. Panteismo e magia non sono compatibili con la Fede Cristiana. Ma i massoni ragionano secondo la logica hegeliana che fa coincidentia oppositorum

2) Varie accuse antimassoniche, in sostanza, sono comprovate proprio dagli scritti di massoni. In quella conferenza, mi sono astenuto dall’approfondire temi iniziatici molto “curiosi” quali l’Androgino o Ermafrodito divino e primordiale, o Kundalini, o il luz, o i significati delle colonne massoniche Jakin e Boaz, ecc..., temi che hanno un posto di rilievo negli scritti iniziatici di eminenti massoni. 

3) I massoni ferraresi mi accusano di aver insinuato che nelle logge si praticano chissà quali riti di sangue. Non è colpa mia se vari rituali massonici (dal Settecento in poi) parlano apertamente di pene cruente e mortali per i massoni traditori e spergiuri. I massoni inglesi dicono ufficialmente che il riferimento a tali pene è stato tolto dai giuramenti massonici (almeno sin dal 1986). In realtà, c’è almeno “qualche” rituale prestigioso che lo conserva ancora. E per lo meno, in tutte le Massonerie, rimangono i cosiddetti “segni penali” (gesti rituali relativi a gola-cuore-addome) con cui i massoni richiamano alla mente quelle “antiche” punizioni. 

Come dissi nella conferenza, pur ammettendo che quelle pene non siano mai state applicate, tuttavia già il solo fatto di menzionarle col giuramento o con i soli segni penali, è qualcosa di impressionante per noi profani. Inoltre, non è colpa mia se nella ritualità e nell’esoterismo massonico è fondamentale il concetto di morte iniziatica (morte-rinascita a un nuovo livello iniziatico). Il Maestro Venerabile interpreta la parte dell’Assassino, uccidendo simbolicamente (non fisicamente!) il candidato al Terzo Grado di Maestro Massone. Sono dati oggettivi che ho illustrato. Avrei dovuto tacerli? Ma a differenza dei massoni, io non ho fatto giuramenti iniziatici, per cui sono libero di parlarne dinanzi a profani (cioè non-massoni). 

4) Tutto sommato il caso Taxil e il “taxillismo” è una “manna” per i massoni, perché se qualche “profano” parla di “luciferismo” o “satanismo” massonico ecco che i massoni lo accusano di essere un “taxilliano”. 

In realtà, a prescindere dalle invenzioni di Taxil, ci sono davvero massoni che, in vario modo, elogiano Lucifero. In quella conferenza ferrarese ho citato il caso di Arthur Edward Waite (massone inglese, 30° grado, Rose-Croix). Nel 1896, Waite (teosofo, non ancora massone) negava l’esistenza del luciferismo massonico presentandolo come un’invenzione di Taxil. Eppure, prima e dopo la sua iniziazione massonica (avvenuta nel 1901), lo stesso Waite ha manifestato una forte simpatia (o venerazione) per «Lucifer» affermandone con certezza la redenzione finale, in pieno disprezzo ai dogmi della Chiesa Cattolica. 

Restando in tema, si direbbe che i “fratelli” ferraresi della “Giordano Bruno” abbiano dimenticato che nel loro website c’è un articolo elogiativo sull’Inno a Satana del massone Giosué Carducci. Quell’articolo presenta (e in fondo elogia) il Satana carducciano come simbolo della Ragione e della Natura, Satana simbolo della libertà delle anime e dei corpi...[3] Insomma, i massoni ferraresi, prima, lodano Giordano Bruno (panteista e mago) e il Satana carducciano, e poi (proprio loro!) si lamentano allorché il sottoscritto sottolinea l’incompatibilità tra Massoneria e Chiesa. 

I massoni della Loggia ferrarese Giordano Bruno praticano anche il Rito Scozzese Antico e Accettato; a quella Loggia è annesso il Capitolo del 18° grado RSAA intitolato a “Felice Foresti”. In un articolo di quel “Capitolo” (ancora sul website della Loggia ferrarese Giordano Bruno N° 852), è scritto che la Massoneria ha un’«Anima Ribelle». Cito un brano di quell’articolo intitolato L’Anima Ribelle della Massoneria: 

«Insomma anche la Massoneria più antica ed ortodossa non ripudiava fino in fondo i propri fratelli più ribelli. Anche perché forse avrebbe significato sconfessare anche il proprio atavico patrimonio genetico: i massoni, infatti, si ritengono discendenti da un grande ribelle biblico, Caino, il primo fondatore di città; mentre un’altra corrente di pensiero interna alla massoneria fa risalire il proprio percorso sapienziale addirittura alla propria Grande Madre Eva, il primo essere, donna, a venire iniziato alla Conoscenza tramite la sua trasgressione: la prima ribellione del genere umano»[4]

Altro che Leo Taxil! In quell’articolo messo su web un mese prima della mia conferenza a Ferrara, i massoni ferraresi del 18° grado (nell’anno 2013!) elogiano chiaramente sia «Caino» che la ribelle Eva. Implicitamente, di fatto, quei massoni elogiano – pur senza nominarlo – il Serpente della Genesi (Lucifero!), colui che ha dato ad Eva la “Conoscenza” attraverso il peccato. 
A questo punto, posso dire che non io, ma quei massoni ferraresi “riabilitano” Taxil ! 

5) So benissimo che, negli ultimi 50 anni ci sono stati, e ci sono ancora, “dialoghi” tra massoni e cattolici (anche ecclesiastici) non di rado ignari dei contenuti esoterici della Massoneria, oppure addirittura compiacenti verso lo “spirito” mètadogmatico ed esoterico della Libera Muratoria. Decisamente, non seguo la linea ambigua (e filo-massonica) dei vari Padri Michel Riquet, Giovanni Caprile, don Rosario F. Esposito, ecc. 

Se in un dialogo con i massoni, la parte cattolica e non-massonica mostra una conoscenza approfondita di ritualità ed esoterismo massonico, c’è il rischio che il dialogo finisca (su iniziativa dei massoni) o che i massoni cerchino di evitare quegli argomenti. Se la parte cattolica e non-massonica chiede ai massoni testi “interni” ed “iniziatici”, molto probabilmente non otterrà quei testi e forse nemmeno una risposta chiara, bensì solo parole depistanti oppure un silenzio “iniziatico”. 

Si tenga bene a mente quanto i massoni sono obbligati ad osservare secondo i Doveri di un Libero Muratore, art. VI, § 4 (Comportamento in presenza di estranei non massoni): 

«Sarete cauti nelle vostre parole e nel vostro portamento affinché l’estraneo più accorto non possa scoprire o trovare quanto non è conveniente che egli apprenda; dovrete sviare un discorso e manipolarlo prudentemente per l’onore della rispettabile Fratellanza» (neretto mio). 

Con quell’articolo (superficiale e depistante) del 04 marzo 2013, la Loggia Giordano Bruno N° 852 ha pienamente osservato questo “Dovere” massonico. 

Concludo queste mie note con le parole che rivolsi a quel massone ferrarese che venne a salutarmi dopo la conferenza: “Pregate la Madonna. Bisogna pregare la Madonna”. 


p. Paolo M. Siano, FI











domenica 10 marzo 2013

Il Padre lo vide e lo abbracciò. La gioia della vera conversione



Ascolta l'omelia di P. Serafino M. Lanzetta, nella IV Domenica di Quaresima.


Oggi il Santo Vangelo ci propone la parabola del Padre compassionevole e del figlio prodigo che si converte. 

Il figlio allontanatosi dalla casa paterna si illude di conquistare la felicità senza l’obbedienza a Dio, ma si inganna. Sperimenta la miseria più cruda fino a diventare come i porci. 

La miseria morale è quella più penosa, più disumana. Ma il Padre continua ad esercitare con il suo amore una sorta di delicata pressione sul cuore del figlio. Gli sussurra il pentimento, e Lui stesso ha compassione nelle sue viscere. 

Il figlio ritorna in se stesso, si pente e va da suo Padre. Il Padre lo vede, gli corre incontro e lo abbraccia. Questo abbraccio è proprio il sacramento della Confessione: Dio che è Padre, nel Figlio che ci redime ci abbraccia, e il Sacramento funge proprio da strumento di riconciliazione: è il vero abbraccio paterno di Dio, il suo amore che ci ridona la vita e così la gioia vera.

venerdì 8 marzo 2013

Quell'incompatibilità tra Chiesa e Massoneria. Taxilliani a parte



Un convegno a Ognissanti su La Massoneria tra esoterismo, ritualità e simbolismo. Sono intervenuti lo scrittore Giovanni Pallanti (a sinistra) e P. Paolo M. Siano, FI (a destra). Moderava l'incontro P. Serafino M. Lanzetta, FI (nel centro).

Venerdì 1° marzo, nella chiesa di Ognissanti, dopo la celebrazione della S. Messa in rito antico, si è tenuta la presentazione di due volumi a base storica e scientifica del mio confratello p. Paolo M. Siano (docente di storia della Chiesa), dal titolo Un manuale per conoscere la Massoneria (Frigento 2012) e La Massoneria tra esoterismo, ritualità e simbolismo. Studi vari sulla Libera Muratoria (Frigento 2012). All’incontro erano presenti, a sorpresa, centinaia di fedeli e cittadini. Probabilmente anche perché dopo moltissimo tempo (o forse non era mai accaduto) si parlava del pensiero della Chiesa cattolica sulla Massoneria e si diceva chiaramente perché la Massoneria è incompatibile con la fede. 

All’incontro da me presieduto, ha partecipato Giovanni Pallanti noto scrittore e giornalista fiorentino e lo stesso p. Siano. L’intervento del p. Siano, molto ricco e dettagliato, si è concentrato sulla natura del pensiero massonico e sul suo poliedrico significato esoterico-magico. 

«Sin dalle sue origini – ha esordito lo storico della Chiesa – la Massoneria “moderna” o “speculativa” non è soltanto un club filantropico ed assistenziale, e non si occupa più, come un tempo, della costruzione di chiese cristiane. La Massoneria moderna è una Società Iniziatica che pratica ritualità ed esoterismo. L’ “essenza” o “DNA” della Massoneria si trova racchiusa in questi tre elementi inscindibili: l’umanesimo, la ritualità e l’esoterismo, custoditi e praticati nella e dalla Massoneria in segretezza. È in questi tre elementi che riscontriamo i principali motivi di incompatibilità tra Chiesa Cattolica e Massoneria».
 
«L’umanesimo, o antropocentrismo, massonico è una mentalità, uno stile di vita, che include soggettivismo, relativismo dogmatico e mètadogmatismo (ossia superamento di dogmi e di autorità religiose ed ecclesiastiche)». 

«Sin dalle origini, i rituali della Massoneria moderna (anzitutto di quella britannica) prevedono un giuramento iniziatico in forza del quale il massone, o neo-massone, giura dinanzi al dio massonico – che assume diversi volti a secondo delle diverse tradizioni –, di non rivelare ai profani (non-massoni) i segreti della Libera Muratoria, sotto pena di subire una morte violenta, ben precisata dai suddetti rituali». 

Così si può capire la ritualità massonica, che si presenta come una paraliturgia, qualcosa di analogo ai sacramenti ma con l’intento di superarli. Diceva il p. Siano: 

«La ritualità massonica, di fatto, pretende un’efficacia ontologica e psicologica sul candidato profano o già massone: pretende di trasformarlo, di farlo avanzare nel cammino etico e spirituale della Massoneria... Attraverso i riti iniziatici i Maestri Massoni pretendono di: sacralizzare lo spazio e il tempo dei Lavori Rituali di Loggia; attuare una “morte iniziatica”; trasmettere la Luce, ossia una Conoscenza (o Gnosi), una Illuminazione, uno Stato di Coscienza, che eleverebbe l’Iniziato al di là e al di sopra di dogmi, religioni ed autorità religiose». 




La Massoneria attinge a un misto di culture e di pensiero esoterico. Ribadiva il p. Siano: 

«Le sorgenti culturali a cui i Massoni attingono per la loro “ricerca” interiore, o esoterica, sono: Ermetismo, Cabala, Alchimia». 

«Uno dei temi salienti dell’esoterismo massonico è la conciliazione o coincidenza degli opposti (tema fondamentale in Alchimia, Ermetismo, Cabala), di tutti gli opposti (Vita-Morte, Luce-Tenebre, Maschile-Femminile, Bene-Male), raffigurata da vari simboli massonici (es.: il pavimento a scacchiera nella loggia dei primi tre gradi; l’aquila a due teste del 30° e del 33° grado Rito Scozzese Antico Accettato)». 

Appare chiara, in tal modo, la volontà di far coincidere la realtà nella sua contraddittorietà per poterla superare nel momento della sintesi, che spetterebbe solo all’Illuminato. Una grande tentazione gnostica. 

Giovanni Pallanti, invece, ha voluto mettere in rilievo come molti massoni fiorentini (e non solo fiorentini) da lui conosciuti ignorano quasi del tutto la struttura del pensiero massonico. 

Secondo Pallanti «la Massoneria è considerata oggi, purtroppo, un’associazione segreta e riservata, che ha principalmente lo scopo di favorire sul piano del potere e degli affari gli appartenenti alle diverse logge. Firenze è una delle capitali mondiali della Massoneria. Sin dagli anni ’30 del XVIII secolo a Firenze sono sorte numerose logge massoniche che hanno fatto dell’avversione alla Chiesa cattolica e agli insegnamenti evangelici la loro sostanziale regola di propaganda. Si può ben dire che tra la spiritualità massonica e i quattrini hanno sempre scelto i quattrini. Con il passare degli anni la Massoneria è sempre più diventata un comitato di affari più o meno legittimi a cui hanno partecipato uomini politici, liberi professionisti, commercianti, giornalisti e militari». 

«Anche nella Democrazia Cristiana – ha ricordato Pallanti, che della Dc è stato due volte Segretario provinciale di Firenze – c’erano dei massoni. Alcuni iscritti anche alla P2. Quando furono scoperti furono subito messi ai margini della vita politica. Ancora oggi la Massoneria rappresenta un problema di trasparenza perché è difficile scoprire quali interessi economici e di potere si legano tra loro nelle diverse logge fiorentine e italiane. Tutti i Papi da Clemente XII (il fiorentino Lorenzo Corsini) fino a Benedetto XVI hanno dichiarato l’assoluta incompatibilità della fede cattolica con la professione massonica. Va ricordato che la legge regionale toscana che prevede la dichiarazione di appartenenza a qualsivoglia associazione, anche massonica, fu proposta dal capogruppo (anch’egli fiorentino) della Dc Enzo Pezzati». 

Concludeva Pallanti: «È fuor di dubbio che la Chiesa cattolica deve avere il coraggio di opporsi in ogni modo alle società segrete o riservate che volenti o nolenti inquinano direttamente o indirettamente la vita democratica della nostra città e della Nazione». 

Ringraziamo la Provvidenza per quest’opportunità di poter riflettere con la massima scientificità su temi considerati normalmente “riservati”, ma che nel buio e nella segretezza muovono un duro attacco alla Verità di Cristo e della Chiesa. 


Serafino M. Lanzetta

martedì 26 febbraio 2013

«Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio» (2Cor 5,20)




Lectio divina di p. Serafino M. Lanzetta, FI per un gruppo di sacerdoti sulla pericope paolina della seconda Lettera di S. Paolo Apostolo ai Corinzi (5,14-6,2), (su Il Settimanale di P. Pio, n. 9, del 3 marzo 2013).


In questa lectio desidererei far luce sul ministero sacerdotale alla luce dell’inizio della Quaresima, meditando sulla seconda Lettera di S. Paolo ai Corinzi e più precisamente sul capitolo 5°, dal versetto 14 fino all’inizio del capitolo 6°. Si vede un movimento che, in modo armonico, da Cristo che ci riconcilia con Dio offrendo se stesso arriva a scolpire l’essenza del ministero sacerdotale, l’essere cioè collaboratori di Dio in Cristo nel portare in se stessi e nelle proprie mani il ministero della riconciliazione. 

Partiamo da una parola chiave e indicativa di tutto il discorso: uno è morto per tutti. Cristo è morto per noi facendosi sacrificio di espiazione per tutti gli uomini. Egli è morto per riconciliare coloro che erano dispersi e raccoglierli in unità, non solo quelli della nazione giudaica ma tutti gli uomini. 

Caifa aveva profetizzato la morte di Cristo per la nazione intera, meglio la morte di uno che quella di tutti. E Giovanni annota che la sua profezia aveva un valore universale: Cristo doveva morire non «per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi» (Gv 11,52). 

Cristo è morto per tutti e perciò tutti sono morti. Siamo anche noi morti in Cristo, mediante il Battesimo, siamo stati seppelliti in Lui per risorgere alla vita nuova dei figli di Dio. Questo significa ormai non vivere più per se stessi ma per Colui che è morto e risorto per noi. Il cristiano, il sacerdote in particolare, vive solo per Cristo. Cristo è il centro, il cuore, il tutto della sua vita. E solo quando al centro c’è Cristo anche noi possiamo veramente morire a noi stessi e così vivere veramente. Solo se moriamo in Lui, viviamo. Solo se rinneghiamo noi stessi, mettendo da parte egoismi, partitismi, divisioni, possiamo conoscere Cristo. 

domenica 24 febbraio 2013

Dal Tabor al Calvario nella speranza dell'oltre



Ascolta l'omelia di P. Serafino M. Lanzetta, nella II Domenica di Quaresima.

Il Vangelo della seconda Domenica di Quaresima ci pone davanti all’avvenimento della Trasfigurazione. Sul Tabor, alla presenza di tre testimoni prescelti, Pietro, Giacomo e Giovanni, i medesimi dell’orto del Getsemani, Gesù si trasfigura e anticipa così il mistero della Risurrezione. 

Gesù appare radioso, il suo volto manifesta lo splendore di Dio. E’ una bella esperienza e Pietro vuole rimanere lì, trova un suo conforto e sperimenta già la gloria. Ma non è ancora il momento. Per sperimentare la gloria bisogna passare attraverso la Croce. 

Gesù conversa con Mosè e con Elia, la Legge e i Profeti. L’intera Rivelazione veterotestamentaria è davanti a Cristo. Cristo è il senso della Rivelazione e il suo fulcro. Gesù parla del suo esodo pasquale. La sua Passione e Morte sono il suo “esodo” e il vero centro delle Scritture. 

Dunque il Tabor ci proietta verso il Calvario e ci dice che dopo la Passione ci sarà la Risurrezione, la Trasfigurazione eterna. Dobbiamo imparare a pregare e così trasfiguriamo il nostro essere e diventiamo forti nel portare la nostra croce col Signore. 

"Davanti alla Croce, trasfigurati dalla preghiera, guardiamo oltre la Croce e così abbiamo la vita". Amen!

mercoledì 20 febbraio 2013

Non può esserci carità senza fede


Il Pontefice, la Quaresima e il nuovo annuncio del Vangelo


Moretto da Brescia, «La Fede» (1545-1550)
(Fonte: «L'Osservatore Romano», del 20 febbraio 2013, p. 5).


Nel Messaggio per la Quaresima Benedetto XVI propone una riflessione decisiva sul rapporto fede e carità. Si tratta di un tema caro al Pontefice, che ritorna sovente nel suo magistero, avente come fondamento lo stretto nesso tra ragione e amore. Fede e carità trovano la loro unità nel mistero di Dio, creduto e amato; ragione e amore ci consentono di vedere la totalità dell’essere e quindi di avvicinarci a Dio, contemplandolo come Lògos-Amore. Una circolarità che è unità fontale e amore in pienezza. 

Non si dà né una fede senza la carità, né una carità senza la fede. La fede è per la carità la misura, la verità dell’amore, mentre la carità è per la fede pienezza della verità, appagamento, svelamento dell’intimo anelito a Dio, passando dalla sua conoscenza all’amore. Al dire di Guglielmo di Saint-Thierry (1075-1148) è la carità stessa che ha due occhi, la ragione e l’amore. 

Si entra nella via di Dio per mezzo della fede, che è principio della vita nuova. È la fede che rivela Dio all’uomo e con la fede l’uomo risponde a Dio, lo riconosce suo Creatore e Signore. Colui che si svela è in se stesso amore, dono. È alla porta dell’intimo dell’uomo e bussa perché gli si dia pieno accesso. Ecco dunque la carità che completa la fede, dandole, nell’afflato della relazionalità, la vera gioia dell’essere e del vivere in Dio. Così si alimenta l’amicizia con il Signore e da questo essere-con il cristiano attinge la sua carità verso il prossimo. 

Quanto più salda è la fede tanto più ricca è la carità che, colmando l’uomo della presenza di Dio, si riversa, come un traboccare, sugli altri. Non possiamo dare quello che non siamo. Diamo agli altri, nella carità fattiva e generosa, quello che abbiamo attinto dalla fede operosa. Altrimenti daremo solo noi stessi, principiando da quello che S. Bernardo definisce amor carnalis

Senza la fede la carità non sussiste come tale. Potrà risultare anche una bella opera sociale, ma in fondo anonima, che arranca tra il desiderio totale di bene e il poter solo offrire quello che noi reputiamo esser tale, un bene che non abbiamo attinto da Dio. Nella misura in cui crediamo nel Deus-caritas riconosciamo il vero bene e diamo agli altri sempre ciò che è vero e buono. 

Così il Pontefice evidenzia questa intima connessione: «La fede è conoscere la verità e aderirvi (cfr 1 Tm 2,4); la carità è “camminare” nella verità (cfr Ef 4,15). Con la fede si entra nell’amicizia con il Signore; con la carità si vive e si coltiva questa amicizia (cfr Gv 15,14s)». 

Perciò, mai solo la fede contro la carità, fino a disprezzare le opere buone e così isolarsi in una sorta di auto-redenzione: è il rischio del «fideismo», né solo la carità senza la fede, in cui il cristianesimo viene ridotto a una mera organizzazione, dove si fanno tante cose ma senza una chiara identità: è il rischio «dell’attivismo moralista». 

Ciò che è nocivo è comunque la mancanza di fede, perché andrà a inficiare lo stesso incipit cristiano. Dove la fede è boccheggiante, vaga, l’apparente carità è prone a un moralismo relativista. La fede stessa diventa moralismo. Si potrà raggiungere notevoli accordi di rispetto e di cooperazione, ma non si potrà più dire chiaramente la verità. 

Ultimamente il dibattito sui valori non negoziabili, scambiati con surrogati etici opinabili, ha come sottofondo una scorretta idea di carità senza la fede e la verità. La Chiesa dovrebbe essere pronta a fare un passo indietro per capire le reali esigenze dell’uomo e distinguere ciò che è più cogente da ciò che non lo è. Le si chiede, in nome del “bene comune”, di venire a un accordo. Dove manca un chiaro punto di partenza, che è la verità, rispetto alla quale non ci sono precedenze perché tutto il vero è sempre primo, la carità è suscettibile delle più svariate interpretazioni. 

La fede non può arrestarsi all’aspetto noetico, accontentarsi di una conoscenza superficiale o di un’adesione formale a Cristo. Necessita di vivere di Lui, di contemplarlo e così di portarlo attraverso le opere delle proprie mani. Il Pontefice ci dice che contemplazione e azione «devono coesistere e integrarsi». 

La minaccia del loro sfaldarsi è tale che facilmente da una fede senza la carità si passa a una carità senza la fede. Diversi autori hanno provato a individuare l’essenza del cristianesimo, quel nucleo indispensabile che permetterebbe di accantonare il resto. Tale nucleo normalmente viene ravvisato nel “messaggio etico” del Vangelo. Rimane paradigmatica la posizione di A. von Harnack, secondo il quale «l’intero evangelo si può assumere all’interno di questa dimensione: lo si può configurare come un messaggio etico senza per questo sminuirne il valore». Vigerebbe un èthos contro il culto, contro la contemplazione e l’adorazione. Così non sarà importante se Gesù è veramente il Figlio di Dio – per Harnack è improbabile – ma ciò che ha insegnato nella via del bene, il cui unico fondamento è l’amore. 

Nel nostro contesto culturale, attraversato dal pensiero debole, permane ancora questa grande tentazione di ridurre il cristianesimo a una religione del bene senza la verità, perché quest’ultima non è conoscibile. Ci sono verità soggettive e parziali ma la verità non esiste. A giudizio di alcuni risulterebbe arduo affermare l’unicità salvifica di Cristo rispetto alle altre religioni senza scadere nel pericolo che questa “pretesa” diventi intransigenza e intolleranza, del resto estranee alla vita cristiana. La via del bene sarebbe più ampia e ci permetterebbe di risolvere in nuce il dilemma: nella carità incontriamo l’altro, tutti, senza la necessità di indicare una verità che potrebbe dividerci. Il Vangelo stesso ci inviterebbe a inverare il momento veritativo in quello esperienziale e relazionale, perché, del resto, anche il giudizio universale sarà basato sulla carità (cfr Mt 25, 31-46). Mentre però si dimentica che nello stesso giudizio il Signore richiederà anche la confessione della fede in Lui, il suo riconoscimento davanti agli uomini (cfr Mt 10,32-33 e Lc 12,8), si postula un’impossibile scissione in Dio tra onnipotenza e bontà. Fede e carità non si oppongono come ragione e amore non sono divisi, ma si implicano vicendevolmente. Senza la ragione l’amore è vuoto e senza l’amore la ragione è fredda necessità. Senza la verità del Vangelo la carità si spegne. Perciò, la carità più grande, ci ricorda il S. Padre, è proprio il dono della fede, è l’annuncio del Vangelo a tutti gli uomini. La nostra evangelizzazione dovrà imperniarsi proprio su questo binomio indissolubile, che lumeggia l’essere di Dio in se stesso. 

Possiamo ancora chiederci: si darebbe mai una carità senza la grazia santificante e quindi senza la fede? Come in Dio onnipotenza e amore, lògos e agàpe, sono uno così nell’uomo credente fede e carità fanno unità con la speranza nella grazia santificante. Non c’è mai la carità senza la fede pur potendo avere una fede senza ancora la carità. 

Di qui l’analogia del Pontefice con il sacramento della fede, il Battesimo e il sacramento della carità, l’Eucaristia. La fede è ingresso nella dimora interna di Dio. L’Eucaristia è il cuore. Senza la fede non si comprende l’Eucaristia, che per sé è tensione verso di Essa. Senza la carità non si sviluppa il dono del Battesimo, col rischio di rimanere congelato al suo inizio, fino a inaridirsi. 

È una grande sfida della nuova evangelizzazione collocare in unità fede e carità. Siamo invitati a dare a tutti per amore la Verità, il Cristo, e a mostrarlo non con le parole ma con i fatti, con le opere della verità. 

La fede ci svela la verità di Cristo, Amore incarnato. La carità ci fa fruire di quest’Amore. Così tutto converge nell’amore e si radica in Dio per sempre. 


Serafino M. Lanzetta

lunedì 18 febbraio 2013

Le dimissioni di un Papa. Tra sconcerto e profezia



(Su Il Settimanale di P. Pio, n. 8, del 24 febbraio 2013).


Ha destato in tutti sgomento, dolore, smarrimento, la notizia delle dimissioni del Pontefice. Qualcosa d’inaspettato, ma non estraneo ad una sua eventualità. Infatti, il Papa, nel libro intervista con Peter Seewald, Luce del mondo (2010), aveva ventilato questa possibilità, qualora lo stato fisico e spirituale avesse impedito al Vicario di Cristo di continuare a tenere fermo il timone della Barca di Pietro. 

Su questa sua incapacità fisica ma soprattutto spirituale, interiore, ha concentrato la sua attenzione Benedetto XVI, nel dire, dinanzi ai Cardinali radunati in Concistoro, la sua volontà di «rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di S. Pietro». Qualcosa di completamente nuovo, ma per il bene della Chiesa, per ridarle un nuovo vigore «sia del corpo, sia dell’animo»; quel vigore diminuito nel Papa, tale da fargli riconoscere, in tutta umiltà, l’incapacità di amministrare il munus petrinum, quel servizio universale all’unità della Chiesa e all’annuncio del Vangelo di salvezza nel mondo intero. 

Il Papa non teme il ludibrio, il giudizio del mondo, dinanzi ad un gesto che non nasce da un atto di viltà, da un gran rifiuto, ma da motivi più profondi, che hanno contribuito a debilitarlo soprattutto nell’animo. Una sorta di martirio spirituale. 

Proprio su questo filo rosso martiriale si può ripercorrere l’intero pontificato di Benedetto XVI, che sin dai suoi primi sussurri ha conosciuto una resistenza e un’opposizione davvero inaudite. Nella celebrazione iniziale del suo ministero di successore di Pietro, invitò tutti i fedeli a pregare per lui, affinché avesse sempre avuto la forza di non indietreggiare davanti ai lupi. E di lupi ce ne sono stati, che hanno levato forti ululati, dentro e fuori la Chiesa. Soprattutto dentro. 

Ciò che ci ha lasciato sgomenti, e che Benedetto XVI stesso ha sottolineato nel suo viaggio a Fatima (maggio 2010), è che la crisi oggi investe la Chiesa nel suo interno. Non si tratta solo di osservare una Curia sempre più sfilacciata e all’ombra degli intrighi, ma di vere e proprie resistenze dottrinali accanto a desistenze morali. Il vero nemico è il peccato nella Chiesa, ebbe a dire il Papa. E di questo nemico si fece valoroso combattente. 

Essere nella Chiesa, ha ripetuto il Papa in diverse ordinazioni sacerdotali e anche episcopali, non significa mirare a un potere egemonico o carrieristico, usare la Chiesa come piedistallo per innalzarsi sugli altri e bramare il potere, il successo, quasi star dello spettacolo ecclesiastico, ma diventarne servi, lasciarsi condurre, come poveri strumenti, dalle mani del Signore. Essere in Cristo per la Chiesa, per gli altri. Benedetto XVI si presentò all’inizio come «un umile lavoratore nella vigna del Signore» e questa umiltà unita alla fermezza ha voluto sempre mostrare. Ora è logorato e rinuncia. Può sembrare arrendevolezza, sconfitta. Ma è sotto un’altra luce che dobbiamo guardare. 

Il discorso di Ratisbona su fede e ragione con un accenno a Maometto, la remissione della scomunica ai quattro vescovi della FSSPX, lo scandalo della pedofilia, la dichiarazione di Pio XII come venerabile, furono alcuni motivi-chiave, utilizzati con astuzia per colpire direttamente la persona del Papa, fino a ipotizzare un possibile processo in tribunale per colui che fu definito “datore di lavoro” dei preti pedofili, mentre proprio l’allora Cardinale Ratzinger si era impegnato per il cambiamento e l’irrigidimento della legislazione disciplinare in materia di abusi sessuali. 

Uno degli atti sicuramente più lungimiranti del suo ministero di Vescovo di Roma e di Pastore di tutta la Chiesa fu la promulgazione del Motu proprio Summorum Pontificum (2007), con il quale si dava a tutti i sacerdoti la possibilità di celebrare la S. Messa secondo il Messale del b. Giovanni XXIII. Quel gesto, che in verità mirava a «una riconciliazione interna nel seno della Chiesa», divisa proprio sulla percezione della liturgia e in definitiva sulla stessa teologia della Chiesa, trovò una fortissima opposizione, non ancora sopita. Si parlò di possibili spaccature ecclesiali, e invece esse erano già serpeggianti, ma per altre cose e ben gravi. 

Per alcuni, per molti, la Chiesa inizierebbe con il Concilio Vaticano II e perciò tutto quello che c’era prima, la stessa S. Messa, sarebbe stato abolito per dare inizio al nuovo cattolicesimo. Sembra strano, ma di qui il sentore di una notevole crisi di fede: una S. Messa che dall’epoca di S. Damaso, di S. Gregorio Magno, fino al 1969 aveva alimentato la fede e la pietà, improvvisamente sarebbe diventata addirittura pericolosa. Perché? Cosa era successo? C’è senza dubbio una notevole componente che a noi poveri mortali sfugge, ma è tutto lì il domandarsi pensierosi quanto questo clima abbia influito sullo stato d’animo del Pontefice, spesso lasciato solo a dover dare ragione del suo operato. Ma con grande umiltà fece anche questo. 

Quello di Benedetto XVI resta un grande pontificato, che, certo, ora apre una pagina nuova nella storia della Chiesa, tante domande nuove, tanti possibili scenari, ma che lascia i presupposti per una riforma che possa continuare a dare i suoi frutti. Una riforma della Chiesa, nel suo seno. 

È lo Spirito di Dio che guida la Chiesa, di questo siamo certi. Le porte degli inferi non prevarranno: di qui la nostra serena fiducia. La Chiesa è di Cristo, è il suo Corpo. 

Con questo però non nascondiamo un momento d’incertezze, anche mondiali. È sorprendente vedere quanto la notizia delle dimissioni del Pontefice abbia catturato l’attenzione mondiale, quasi a voler dire: e ora chi sarà per noi faro in questo oceano del mondo? A chi ci appiglieremo nei marosi della cultura relativista e permissivista? Anche i tanti nemici di Ratzinger avranno avuto un momento di esitazione. Così cresce la nostra fede: il Papa è il vicario di Gesù Cristo, è veramente l’unico punto di riferimento non solo per la Chiesa ma per il mondo intero. È colui che fa unità e che costruisce questa unità. 

Quest’unità fu voluta sempre e senza compromessi nella verità. L’amore alla verità e la verità dell’amore, ragione e amore, fede e carità, sono gli assi portanti di questo magistero. Al di sopra di tutto, poi, Dio, l’annuncio di quel Dio vicino che ci ha svelato il suo Volto e abita con noi, il Dio-Amore. Quello di Ratzinger è stato un pontificato teocentrico. 

Dicevamo di un filo rosso martiriale. La lectio divina tenuta a braccio da Papa Ratzinger, l’8 febbraio scorso, ne costituisce una sorta di sigillo. Diceva il Papa commentando la prima Lettera di Pietro: 

«Penso che, andando a Roma, san Pietro […] si era ricordato anche delle ultime parole di Gesù a lui rivolte, riportate da san Giovanni: “Alla fine, tu andrai dove non vuoi andare. Ti cingeranno, estenderanno le tue mani” (cf. Gv 21,18). È una profezia della crocifissione. I filologi ci mostrano che è un’espressione precisa, tecnica, questo “estendere le mani”, per la crocifissione. San Pietro sapeva che la sua fine sarebbe stato il martirio, sarebbe stata la croce. E così sarà nella completa sequela di Cristo. Quindi, andando a Roma, certamente è andato anche al martirio: in Babilonia lo aspettava il martirio. Quindi, il primato ha questo contenuto della universalità, ma anche un contenuto martirologico. Dall’inizio, Roma è anche luogo del martirio. Andando a Roma, Pietro accetta di nuovo questa parola del Signore: va verso la Croce, e ci invita ad accettare anche noi l’aspetto martirologico del cristianesimo, che può avere forme molto diverse». 

Il primato ha un contenuto martirologico. Una forma nuova, un’altra forma di martirio. È difficile, a primo acchito, coniugare questa profonda consapevolezza del nostro Pontefice e la rinuncia al ministero. Ma è proprio in quest’ottica che va letto non solo l’intero pontificato di Ratzinger, ma sicuramente anche questa ultima scelta: morire, colpito a morte, fino a non morire, e così portare quel frutto nuovo per il bene della S. Chiesa. È questo che veramente speriamo. Grazie Padre Santo! 


p. Serafino M. Lanzetta, FI

domenica 17 febbraio 2013

L'uomo non può vivere di solo pane



Ascolta l'omelia di P. Serafino M. Lanzetta, nella prima Domenica di Quaresima.


La prima Domenica di Quaresima ci fa entrare subito nel clima penitenziale di questo tempo forte di conversione e di penitenza. 

Il Vangelo racconta le tre tentazioni che Gesù subisce dal diavolo, tipo di ogni seduzione diabolica. Gesù non doveva essere tentato perché in Lui non c’è l’inclinazione al male, né alcun peccato. Si lascia tentare per dare a noi l’esempio di come vincere. 

La prima tentazione riguarda il materialismo. Il diavolo dice a Gesù e a ogni uomo di cambiare le cose create secondo le sue esigenze: trasforma le pietre in pane, trasforma le cose create in beni per te, per le tue esigenze, per il tuo benessere. La campagna “contro l’omofobia”, per la legalizzazione delle coppie omosessuali, è proprio questa pretesa. 

Poi la seconda tentazione: la vanagloria. Il diavolo ci darebbe tutto, l’impero in questo mondo, ma a una condizione: adorarlo. Chi adora la ricchezza, il piacere, la materia, non adora delle cose ma il principe di queste cose, Belzebul. 

Infine la terza tentazione: l’orgoglio e l’autoreferenzialità. Il diavolo ci dice di non preoccuparci molto di Dio ma di vivere per noi, come ci piace. Qualora ci imbattessimo in qualche pericolo per la nostra vita Dio comunque ci soccorrerebbe, perché Lui è buono e si adegua a noi. Il diavolo ci dice di vivere per noi stessi e anche Dio ci sarà sottomesso. 

Come si vincono le tentazioni? Come ha fatto Gesù: nutrendosi della Parola di Dio, la Parola della Verità. Non viviamo solo di pane e per il pane ma per Dio. Dobbiamo vivere di Dio e a Lui chiediamo anche il nostro pane.