mercoledì 8 maggio 2013

Il monologo della Massoneria



Il 7 marzo 2013 p. Serafino M. Lanzetta pubblica un articolo sul «Corriere Fiorentino» dal titolo Quell'incompatibilità tra Chiesa e Massoneria. Ad esso replica in data 26 marzo Moreno Milighetti, con un pezzo dal titolo Chiesa e Massoneria, l'ora del dialogo. A quest'ultimo risponde, il giorno 7 maggio 2013, sul medesimo giornale, p. Paolo M. Siano, esperto della Massoneria. L'articolo per errore era stato attribuito a p. Serafino M. Lanzetta. Sul «Corriere Fiorentino» dell'8 maggio 2013 la precisazione circa la paternità di quest'ultimo intervento, che riportiamo integralmente di seguito.



Caro Direttore, 

vorrei fare qualche osservazione sull’articolo Chiesa-Massoneria: l’Ora del Dialogo scritto da un noto massone fiorentino, pubblicato su questo giornale nel marzo scorso, in seguito alla presentazione di due miei libri ad Ognissanti sulla Massoneria. Riassumo, in breve, alcune tesi di quell’articolo: 1) i contrasti tra Massoneria e Chiesa hanno radici storiche e sono dipesi dall’opposizione del Papato all’Unità d’Italia, ma ora tali contrasti non hanno ragione di esistere (infatti il Papato non ha più potere temporale). 2) I massoni non fanno alcun giuramento. 3) La Massoneria non ha nulla a che fare col relativismo. 4) La Massoneria è “scuola” di dialogo, di rispetto e di scambio di idee. 5) Lo strumento massonico del «dubbio» aiuterebbe i credenti; come dice «un grande cardinale cattolico», in ognuno di noi c’è un credente e un non-credente. 6) La tolleranza massonica «aconfessionale» sarebbe l’antidoto contro l’integralismo e il totalitarismo. 7) La Massoneria, come la Chiesa, sostiene la difesa di «valori tradizionali». 8) È  «l’ora del dialogo».

Ora mi permetto di replicare a ciascuna delle tesi su enunciate, punto per punto (i numeri tra paretensi si riferiscono alle tesi su enunciate, ndr): 

 1) L’incompatibilità e i contrasti storici tra Massoneria e Chiesa hanno in realtà profonde radici di carattere filosofico, teologico e spirituale, e permangono tuttora. Il “DNA” o l’ “essenza” della Massoneria comprende questi tre elementi oggettivi, tra loro fortemente intrecciati: a) un umanesimo adogmatico e mètadogmatico [cioè che pretende di “scavalcare” (come la bara di Hiram?), o superare, tutti i dogmi religiosi ed etici], un umanesimo che, di fatto, è soggettivista e relativista; b) una ritualità che pretende un’efficacia sacrale (ossia: mettere in contatto la Loggia e il singolo massone con una qualche presenza “sacra”), ontologica e psicologica sul singolo massone e sulla Loggia; c) un esoterismo gnostico che vede nelle scienze “esoteriche” (Alchimia, Cabala, Ermetismo, gnosticismo, ecc.) la chiave, la via, il mezzo per la ricerca interiore del proprio “Sé” o “Io” divino. 

2) Dal ‘700 i massoni fanno giuramenti, promesse o obbligazioni solenni al cospetto del Grande Architetto dell’Universo. È certo che nel ‘700 i rituali e giuramenti massonici obbligavano i massoni al segreto iniziatico sotto pena di morte in caso di spergiuro e tradimento. Quelle frasi rituali erano soltanto “simboliche”? È chiaro che quei giuramenti massonici costituiscono uno dei motivi per cui nel 1738, Papa Clemente XII promulgò la prima bolla di condanna contro la Massoneria. 

3-5) Il “relativismo” pratico e il «dubbio» sono gli strumenti, ora impliciti ora espliciti, con cui i massoni, di fatto, sradicano l’adesione (ferma e certa) dei fedeli ai dogmi religiosi ed etici. Ovviamente se qualche ecclesiastico mostra sintonia con il pensiero massonico, costui viene lodato dai massoni in antitesi agli “integralisti” (ossia coloro che zelano chiaramente la Fede e il Dogma cattolico). 

6) La “tolleranza” massonica, «aconfessionale», genera praticamente relativismo e secolarismo e ciò non aiuta affatto i credenti, sia nella loro vita privata che in quella pubblica. 

4) La Massoneria non è semplicemente un club umanista e dialogico, bensì un’associazione iniziatica ed esoterica con gradi e rituali, non sempre conoscibili dal pubblico profano. In nome della libertà di pensiero e di ricerca, i massoni amano mettere in dubbio i dogmi cristiani, tuttavia non sopportano che i profani indaghino le loro strutture iniziatiche (Riti, rituali, gerarchie, esoterismo). I massoni amano la “trasparenza” solo per quel che concerne la filantropia e una qual certa dialogicità. Ma del “volto” iniziatico ed esoterico, essi cercano di mostrare il meno possibile. Può accadere anche che alcuni massoni rifiutino a studiosi profani riviste, scritti, libri in cui autori massoni approfondiscono i contenuti iniziatici di riti, rituali, simboli e leggende massoniche; si tratta di contenuti che attingono al “mondo” gnostico: Alchimia (“spirituale” o “interiore” o esoterica), Ermetismo, Cabala, gnosticismo. 

7) Quali sarebbero quei «valori tradizionali» che – secondo il massone fiorentino – la Massoneria può difendere insieme alla Chiesa? Cosa si intende per «Tradizione»? Forse la “tradizione” secondo Julius Evola e René Guénon? Evola e Guénon sono due esoteristi molto in voga in ambienti massonici italiani e francesi. 

Concludendo: 8) in un eventuale dialogo Massoneria-Chiesa, proprio in nome della «trasparenza» vantata da vari Massoni, sarebbe necessario discutere anche degli aspetti iniziatici ed esoterici della Massoneria (circa i Tre Gradi fondamentali + gli Alti Gradi o Riti). Per un autentico dialogo, i massoni dovrebbero mettere a disposizione degli studiosi profani i testi richiesti (rituali, libri, riviste, quaderni dell’Ordine e dei Riti, ecc.). In caso contrario il “dialogo” risulterebbe piuttosto un monologo di parte massonica.

p. Paolo M. Siano, FI

sabato 4 maggio 2013

Dal finito all'Infinito. La ragione ci parla di Dio



Catechesi di P. Serafino M. Lanzetta per l'Anno della Fede

Terza Puntata




La verità è il Creatore. La verità è Dio


sabato 27 aprile 2013

La vita come dono, in marcia per la sua difesa




(di Michele Lanzetta su Riscossa Cristiana) 

Con la superbia Lucifero scelse di perdere amore, bontà e bellezza. Oggi, con la superbia, l’uomo sceglie di essere divorato dalle fauci del peccato a tutti i costi, chiamandolo “diritto” e “dignità”. Un diritto spesso camuffato da un concetto arbitrario di libertà, che, mascherata di buonismo, diventa sempre più intollerante verso gli indifesi ed impone l’opinione del più forte.


La vita soprattutto come “dono” e la libertà come possibilità di “accogliere sempre la verità” sono gli aspetti che caratterizzano “Avrò cura di te. Custodire la vita per costruire il futuro”, il nuovo lavoro editoriale di Padre Serafino Maria Lanzetta rientrante nell’importante collana di Fede & Cultura, «I libri del ritorno all’ordine», diretta da Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro.

«Viviamo in un mondo libero e multiculturale - spiega Padre Serafino - che permette a ciascuno di essere quello che vuole. Ma è un mondo chiuso, soprattutto ai più deboli, che sono privi anche della voce per potersi difendere. E’ un mondo in cui è sempre più difficile entrare, a causa dell’aborto, e sempre più facile uscirci, per l’eutanasia. E’ una società dominata dall’individualismo e piena di contraddizioni. Chiudersi a Dio, però, significa chiudersi alla verità prima, che è la vita». 

Ai nostri giorni si venera tanto il corpo, ma nel contempo si cerca di annichilirlo prima della sua venuta al mondo. Oppure, in nome di un risparmio di sofferenze, si cerca di farlo dipartire prima della sua fine naturale. Contraddizioni illogiche ed assurde, queste, che si specchiano in azioni politiche che hanno la volontà di sovvertire ciò che è secondo natura. «Esigere di essere ciò che Dio non ha fatto, di fare ciò che non è conforme alla dignità della persona umana e alla natura creata da Dio, di eliminare ciò che non ci conviene ma che è vita, un cuore che pulsa, significa semplicemente trascinarsi e trascinare altri, incauti osservatori e loquaci protagonisti, verso il baratro», dichiara il teologo francescano. 

Si vogliono ribaltare i principi fondamentali della vita e della convivenza: molti figli di questa ideologia, per esempio, non dovranno più avere un padre ed una madre come da normalità, ma un genitore A ed un genitore B. Ma dove si andrà di questo passo? Qual è la strada da seguire per uscire da questo vicolo cieco? «All’origine di tutto c’è il “dono” di Dio - afferma Padre Serafino Lanzetta - La nostra vita è il dono iniziale e foriero di ogni altro bene. Se la si protegge si edifica la società. Far nascere un bimbo, accudirlo, è assicurare il vero bene dell’uomo, oggi e domani. Per il semplice fatto che se manca la vita, o se essa è indifesa, niente più sarà veramente umano. Non varrà più la pena vivere. L’esistenza verrà ingoiata, da un momento all’altro, dall’improvvida morte, la quale è sempre al nostro fianco». 










E proprio in difesa del valore universale del diritto alla vita il prossimo 12 maggio 2013 si terrà a Roma la III edizione della “Marcia Nazionale per la Vita”, iniziativa volta ad affermare la sacralità della vita umana e la sua assoluta intangibilità dal concepimento alla morte naturale e finalizzata a contrastare qualsiasi atto volto a sopprimere la vita umana innocente o ledere la sua dignità incondizionata ed inalienabile. 

«Si tratta anche e soprattutto di esprimere la nostra protesta contro l’uccisione degli innocenti, che in Italia è stata legalizzata dalla legge 194 del 22 maggio 1978 - spiega Virginia Coda Nunziante, portavoce della “Marcia Nazionale per la Vita” 2013 - Il nostro rifiuto dell’aborto, e della legge che lo legalizza, è totale, senza eccezioni e senza compromessi». 

L’appello alla partecipazione è rivolto non solo ai cattolici, ma a tutti coloro che riconoscono l’esistenza di una legge naturale, scritta nel cuore di ogni uomo, che proibisce l’uccisione dell’innocente. L’aborto non viola solo la morale cattolica, ma la legge naturale, valida per ogni uomo, in ogni epoca e sotto ogni latitudine. 

Questo spiega come lo scorso anno si sia registrata la partecipazione di cittadini italiani evangelici, ortodossi e buddisti, ma anche dichiaratamente atei. L’edizione 2013 della Marcia si concluderà a Castel Sant’Angelo e non in Piazza San Pietro, proprio per sottolineare il carattere non confessionale dell’iniziativa, aperta a tutti gli uomini di buona volontà.

Michele Lanzetta

venerdì 19 aprile 2013

Avrò cura di te di padre Serafino M. Lanzetta



(di Cristina Siccardi su Corrispondenza Romana) 

Ma come si è ridotto a vivere e a morire l’uomo del nostro tempo? Vive morendo e muore vivendo: è un omicidio continuo, attraverso l’aborto; attraverso la strage della ragione e l’annientamento della fede; attraverso l’eutanasia.

Perversità e vizio sono diventati i pilastri di questa civiltà che, rinnegando la sua matrice cristiana, si va autodistruggendo. Abbandonato Dio, l’uomo è in balia del grande Tentatore, che si contorna di depravazione, corruzione e dissolutezza, dando in pasto le sue vittime al caos e alla disperazione. Dove «si andrà se continua a predominare il soddisfacimento di sé, la ricerca di sé e del proprio appagamento, checché ne deriva agli altri e soprattutto ai più indifesi come i bambini?», una cultura siffatta genera una «guerra tra il soddisfacimento senza futuro e la voglia di vivere per soddisfarmi ancora. Una divisione interna alla persona è alla radice d’ogni altra oppressione» (pp. 21-22), parole amare, parole crude, parole sagge che leggiamo nel bel libro di Padre Serafino Lanzetta F.I. dal titolo Avrò cura di te. Custodire la vita per costruire il futuro (pp. 140, € 12.00); un libro che rientra nella importante collana di Fede & Cultura «I libri del ritorno all’ordine», diretta da Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro.

Il corpo è idolatrato, ma nel contempo viene soppresso prima del suo iniziale vagito al mondo. Siamo nell’era delle più assurde ed illogiche contraddizioni, dove le azioni politiche hanno la volontà di sovvertire ciò che è secondo natura: «Le politiche non hanno più niente di politico e gli obiettivi più caldeggiati sono appunto quelli della sfera dei valori morali della persona. Perché? Si desidera una rivoluzione non delle sfere dell’amministrazione del bene pubblico ma del concetto stesso di bene e di male, un suo ridisegnamento» (p. 27). L’obiettivo è quello di ribaltare i principi fondamentali della vita e della convivenza: molti figli di questa ideologia, per esempio, non dovranno più avere un padre ed una madre come da normalità, ma un genitore A ed un genitore B, come il copione di un film dell’horror.

Può essere ben fiera la rivoluzione culturale sessantottina: i suoi risultati sono andati ben oltre le sue stesse aspirazioni. Dal canto suo la Chiesa non è più riuscita ad incidere sulla cultura e sulle coscienze: con il “dialogo” e l’ “aggiornamento” ha sempre più inseguito il consenso mediatico e virtuale, perdendo di vista la sua reale identità. La persona non è più fatta a immagine e somiglianza di Dio, ma ad imitazione del demonio; si ribella, dunque, al Creatore e con la superbia si fa beffe dell’Amore Infinito e della salvezza della propria anima. Con la superbia Lucifero scelse di perdere amore, bontà, bellezza; oggi, con la superbia, l’uomo sceglie di essere divorato dalle fauci del peccato a tutti i costi, chiamandolo «diritto» e «dignità». Ma come destare l’umanità occidentale da questo immane inganno? «Bisogna ripartire (…) dalla verità. Altrimenti ci autodeterminiamo a essere sterili, a vedere una Chiesa che si autocondanna a prendere il primo posto nei dibattiti pubblici ma che ha smarrito la sua identità. Dobbiamo ripartire da questa consapevolezza: la verità è per ognuno e il Vangelo è la salvezza di tutti gli uomini» (p. 33).

Non c’è altro metodo, per condurre questa folle e peccaminosa società del XXI secolo al rinsavimento e alla salvezza, che la volontà missionaria, quella che vestirono i primi Apostoli sul comando di Cristo. Si parla di «nuova evangelizzazione»; ma essa, in questi tempi di dissoluzione e decomposizione, deve essere eroica, altrimenti sarebbe vanificata. Ha detto nell’omelia papa Francesco il 14 aprile scorso nella basilica di San Paolo fuori le mura: «Non si può pascere il gregge di Dio se non si accetta di essere portati anche dove non vorremmo, senza riserve, senza calcoli, a volte anche a prezzo della nostra vita». 

Cristina Siccardi

martedì 16 aprile 2013

ll Concilio Vaticano II e i tesori della letteratura cristiana




Basilica di Santa Croce - Firenze, giovedì 18 aprile, ore 17.30
Tesori della Letteratura Cristiana - Quarta edizione

Nel confronto delle interpretazioni, leggere il Concilio Vaticano II a più voci”


Per questo quarto anno di incontri abbiamo scelto di celebrare il cinquantenario del Concilio Vaticano II. Proporremo pertanto la lettura dei testi ivi prodotti scegliendo tra le pagine più e meno note al grande pubblico e che hanno segnato la storia della Chiesa. 
Le conferenze si svolgeranno secondo la consueta formula della lettura e commento da parte di un autorevole studioso del tema. Il ciclo intende dare luce alla ricchezza dell'apporto spirituale, culturale e letterario contenuto nei testi conciliari che attinge a tutta la tradizione cattolica: dai Vangeli, dai Padri e dagli scritti teologici. 
Lo spazio interpretativo è affidato a studiosi che potranno offrire nella varietà dei punti di vista nuovi e approfonditi spunti per un dibattito in sala. 
La produzione conciliare e' ancora un campo da approfondire e applicare alla vita della Chiesa.

domenica 31 marzo 2013

Santa Pasqua di Risurrezione





"Victimae Paschali laudes immolent Christiani. 

Agnus redemit oves: Christus innocens Patri reconciliavit peccatores. 

Mors et vita duello conflixere mirando: dux vitae mortuus, regnat vivus". 



Auguri di una Santa Pasqua in Gesù Risorto. 

Egli è il Vivente. Amen!

sabato 30 marzo 2013

Avrò cura di te. Un nuovo libro di p. S. Lanzetta sul mistero della vita



Dalla Prefazione 
di 
Gnocchi & Palmaro:


«Quando tra le pagine di un libro si annusa profumo di Chesterton, si può star certi che si tratta di un buon libro. E in questo lavoro, anche senza riferimenti speciali, il vecchio Gilbert è presente dal principio alla fine, quasi che padre Serafino Lanzetta abbia tenuto presente uno dei suoi pensieri più lucidi e folgoranti, che suona più o meno così: se il mondo com’è oggi non funziona, chi l’ha detto che non si possa tornare indietro? 

«Un pensiero di evidente buon senso che l’autore prende talmente sul serio da farne un vero e proprio programma per uscire dalle drammatiche spire della modernità. Se il mondo si è infilato in una trappola mortale, si può tornare indietro, eccome. Anzi, si deve tornare indietro, fino a recuperare il senso della vita. Se si permette il bisticcio di concetti, fino a recuperare il senso nativo della vita. 

«Ci arriva la ragione, spiega padre Lanzetta, e anche questo è molto chestertoniano. E lo conferma la fede. Ecco un altro dei pregi di questo libro: la capacità di tenere insieme fede e ragione, assegnando a ciascuna il suo ambito e mostrando che, avendo entrambe come oggetto la verità, non possono giungere a conclusioni diverse. Grazie alla ragione, della vita si può, e si deve parlare con chiunque, al di là delle tante timidezze, e purtroppo delle tante defezioni, che macchiano il mondo cattolico. Scorrendo queste pagine si scopre che sono proprio le parole sicure sulla vita, affilate e dolci allo stesso tempo, il balsamo che tanti uomini del nostro tempo vanno cercando. 

«Ci si affanna a trovare soluzioni di ogni genere al caos che avvolge questo disastrato secolo, da quelle economiche a quelle politiche. Si cerca di aggiustare in corsa ciò che sembra non funzionare. E non ci si accorge che, invece, diventerebbe tutto più facile se si ripartisse dall’inizio: dalla vita»...

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Nel frastuono dei rumori della nostra civiltà diciamo tante parole, ma non sappiamo più ascoltare. Col silenzio scompare anche il pensiero delle cose vere, delle cose importanti. Viviamo ma non sappiamo cos’è la vita, qual è il suo intimo significato. Così capita che impariamo a scegliere, o addirittura a “sceglierci”, ma non ci interroghiamo sui perché.
Dal solo vivere nella libertà, senza Dio, senza proibizioni, ci troviamo a fare i conti oggi con una vita svuotata del suo intimo significato: al non più vivere, al non dover più nascere, al dover vivere solo a determinate condizioni. Per una società tollerante come la nostra qui si evidenzia un male che è intolleranza fondamentale.
Il libro di p. Serafino M. Lanzetta offre una lettura di questo passaggio nodale del pensiero che va verso il nichilismo, fino ad annichilire le cose più grandi della vita, la stessa vita dell’uomo. 
L’A. scommette, per dare speranza al futuro, altrimenti squallido ed incerto, su un ritorno al valore primigenio, inestimabile e mai negoziabile della vita. Senza se e senza ma. Senza “politiche” della vita o sulla vita.
Scoprire cos’è la vita è iniziare a vivere veramente. Accorgersi di vivere “entrando nella vita” è poter vivere per sempre, con quel Dio che si è fatto Bambino e abita in mezzo a noi.
Così la vita, la Vita, ci sussurrerà: Avrò cura di te!


lunedì 18 marzo 2013

Giuseppe di Nazaret, l'uomo giusto



Il mese di marzo è dedicato dalla tradizione della Chiesa a S. Giuseppe, lo sposo di Maria e il padre verginale di Gesù. Sono questi due attributi che inseriscono a titolo unico Giuseppe di Nazaret, l’umile falegname, nel mistero di Dio, rendendolo partecipe così da vicino della Redenzione. S. Giuseppe è scelto da Dio quale custode nel tempo dei suoi misteri, custode di Gesù e di Maria. Su di lui si rivolge la predilezione unica del Padre che lo designa quale padre del suo Figlio e Sposo della sua Figlia. Nelle sue mani sono consegnati i tesori di Dio. 

È lui il tesoriere di Dio, eppure un’aura di silenzio e di profonda umiltà lo avvolge. Le cose grandi di Dio sono avvolte dall’umiltà, dal nascondimento. Sono grandi proprio nella misura in cui sono piccole agli occhi degli uomini. Facendosi piccoli si diventa grandi. Non è forse questo il paradosso più visivo del Vangelo? L’umile falegname di Nazaret lo incarna dal vivo. Giuseppe è “aggiunto da Dio” alla sua famiglia perché si tratteggiassero scultoreamente i lineamenti di una paternità e di una sponsalità che sanno di grandezza umile e di piccolezza sapiente. 

S. Giuseppe è una figura che affascina per la grandezza della sua vocazione che si cela tra le righe di sparute vicende familiari, intessute per di più di triboli e di spine. Tuttavia, se ci si cala in attenta contemplazione in quelle poche informazioni che di lui abbiamo, vi si scorge una figura maestosa. Matteo ama definire S. Giuseppe l’“uomo giusto”. È un attributo che l’evangelista gli applica di passaggio, per spiegare il motivo della sua prudente decisione di fronte al concepimento della sua moglie che credeva e riconosceva santa e abitata dal mistero. Dinanzi al mistero, Giuseppe temendo di intralciare la volontà di Dio, si ritira. 

È proprio delle persone umili mettersi da parte per fare spazio a Dio. Giuseppe che amava il nascondimento e soprattutto che amava il Dio nascosto, desiderava occultarsi per fare spazio a Lui nella vicenda della sua sposa. “Giuseppe suo sposo – dice l’evangelista – che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto” (Mt 1, 19). 

È molto probabile che l’evangelista abbia attinto queste informazioni così intime dalla famiglia di Giuseppe, ovvero dai suoi più intimi di Nazaret, senza che si debba ricorrere a numerose acrobazie esegetiche, come ad esempio ad una riflessione a ritroso dell’agiografo partendo dai fatti della vita pubblica del Signore, per poi in definitiva, mettere in discussione la storicità di queste stesse informazioni. 

Giuseppe dunque era “giusto”, di una giustizia che lo rendeva come già gli antichi patriarchi, un uomo di Dio, un uomo di fede e di obbedienza alla volontà di Dio. Giuseppe aveva creduto al Dio dell’Alleanza senza tentennamenti. Aveva offerto a Lui la sua vita e, da pio israelita, meditava la Parola del Signore notte e giorno. Col Salmista, nel segreto della sua stanza interiore, rivolgeva a Dio la sua preghiera: “Dammi intelligenza, perché io osservi la tua legge e la custodisca con tutto il cuore. Dirigimi sul sentiero dei tuoi comandi, perché in esso è la mia gioia” (Sal 118, 34). 

Una prefigurazione molto bella di S. Giuseppe, uomo giusto per antonomasia, che davvero spera contro ogni speranza (cf Rm 4, 18), è il patriarca Abramo. Come già Abramo aveva creduto, senza mai vacillare nella fede (cf Rm 4, 19), così il nostro novello Patriarca (nel senso etimologico di “primo padre”) crede fermamente in Dio, si affida alla sua volontà, obbedisce. Mentre Giuseppe pensava nel suo cuore di allontanarsi dalla sua Sposa avvolta da un aureo mistero, un angelo del Signore gli apparve e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo” (Mt 1, 20). 

Il giusto Giuseppe non ha bisogno di altro. Sebbene si trovi ora anch’egli avvolto dal mistero: un angelo gli parla e gli annuncia un concepimento soprannaturale della sua Sposa per opera dello Spirito Santo, capisce e crede. Crede con l’obbedienza della fede. Da qui si evince la giustizia di S. Giuseppe, la sua santità: non è estraneo al mistero, non rimane titubante dinanzi a quel quadro del tutto sorprendente. 

Giuseppe era un uomo di preghiera, abituato a dialogare con Dio. Era anche avvezzo a trascendere gli avvenimenti della vita e a leggerli alla luce della fede e della volontà di Jahvè. Finalmente destatosi dal sonno, come risvegliatosi da un intimo colloquio con l’Altissimo, “Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa, la quale, senza che egli la conoscesse, partorì un figlio, che egli chiamò Gesù” (Mt 1, 24-25). 

Di nuovo, poi, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli ordinò di fuggire in Egitto a causa della violenta persecuzione di Erode. Giuseppe quale novello Abramo, lascia la sua terra, prende i suoi tesori più cari e fugge in Egitto. Va verso l’ignoto: una casa, un lavoro…? Giuseppe era un uomo santo. Si affida alla volontà di Dio e obbedisce. Iddio provvederà: ci sarà Lui. L’esilio presto finirà e Giuseppe ritornerà, obbedendo ancora alla voce dell’angelo, nella sua terra. Riconsegnerà a quella terra benedetta il suo sole, il suo sale. 

Come Abramo, infine, a cui Dio chiedeva il suo unico figlio – Abramo sapeva però che Dio può far nascere dei figli anche dalle pietre (cf Mt 3, 9) – e non aveva esitato ad accettare la sua volontà, così Giuseppe accoglie la volontà del Padre che gli dona il suo Figlio e gli chiede di custodirlo, di allevarlo e di educarlo (nel senso etimologico di “condurlo”) al grande giorno dell’immolazione cruenta. Pur non avendo lui stesso offerto il Figlio nel momento sublime del Calvario – quello che invece farà la sua Madre; lui, lo aveva fatto in signo nella presentazione di Gesù al tempio –, Giuseppe aveva disposto tutto perché suo Figlio si preparasse durante la crescita umana al momento culminante della sua vita terrena: il sacrificio della Croce. Come Gesù è il vero Isacco, così Giuseppe di Nazaret – come già la sua sposa Maria – è il vero Abramo. 

S. Giuseppe che aveva accolto il Figlio di Dio e lo avevo custodito, era cosciente che quel Figlio doveva fare la volontà del Padre (cf Lc 2, 49). Obbediente, lo restituisce in sacrificio con tutto il suo amore paterno e, silenzioso, esce di scena; si addormenta in Dio per essere poi risvegliato dal Figlio vincitore del peccato e della morte. Giuseppe fu il primo giusto verso il quale Cristo protese la sua mano. 

Pochi tratti ma davvero sublimi che scolpiscono una figura altissima di santità: Giuseppe di Nazaret, “uomo giusto”; un Santo che parlava “faccia a faccia” con Dio. 



p. Serafino M. Lanzetta, FI

domenica 17 marzo 2013

Chi veramente può scagliare la prima pietra?



Ascolta l'omelia di P. Serafino M. Lanzetta, nella V Domenica di Quaresima.


Il Vangelo della V Domenica di Quaresima ci presenta l’episodio drammatico e istruttivo ad un tempo di una donna, fatta oggetto di derisione e di controversia. E’ giusto o no lapidare una peccatrice sorpresa in adulterio, quindi in un peccato diventato ormai pubblico? 

Molto spesso abbiamo bisogno di qualcuno, di un gruppo, contro il quale scagliare tutta la nostra ira senza nessuna tolleranza. Abbiamo bisogno di sfogare il nostro odio contro qualcuno considerandolo il vero reo di tutto il male e il disastro nel mondo, sfuggendo sempre alla nostra responsabilità. 

Crediamo che accusando gli altri possiamo così scusare noi stessi e ritenerci giusti pur essendo magari peccatori nel nostro intimo. Il peccato della donna non è l’unico peccato. Non solo quella donna ha peccato ma tutti noi e perciò non solo quella donna, ma ogni uomo che riconosce il suo peccato può essere redento. 

Può essere salvato ad una condizione: Va’ e non peccare più! La misericordia ha vinto.