L’anima o il mondo? La lunga battaglia al presunto individualismo salvifico
di P. Serafino M. Lanzetta
La teologia spirituale, concentrandosi sulla salvezza dell’anima, ha forse finito per privatizzare la salvezza, mettendo l’accento sul destino eterno dell’individuo piuttosto che sulla sua relazione con gli altri? È una domanda che, da un bel po’ di tempo, anima il dibattito teologico e spinge a ripensare l’escatologia classica, spesso considerata troppo individualista, in favore di una visione più comunitaria e sociale.
È indubbio che nessuno si salva da solo, né solo per sé stesso. Tuttavia, la critica all’“individualismo salvifico” ha portato, in certi casi, ad allontanarsi dal cuore della vita cristiana, che Sant’Ignazio chiama “principio e fondamento”: dare gloria a Dio salvando la propria anima.
Senza dubbio la critica marxista alla religione, con l’inveramento del singolo nella collettività proletaria, ha avuto un ruolo in questa svolta: ha spinto la Chiesa a puntare di più sulla dimensione comunitaria della salvezza, per evidenziare le implicazioni sociali del dogma. Ma questa attenzione, col tempo, ha rischiato di trasformarsi in una visione puramente sociologica, lasciando in secondo piano la salvezza personale e spirituale dell’anima.
Qual è il risultato di questo cambiamento? Anteporre la salvezza collettiva a quella dell’anima porta a subordinare l’essere al fare, la contemplazione all’azione. E proprio qui affonda le radici il malessere spirituale del nostro tempo, segnato da un forte pragmatismo che può essere guarito solo se si torna al principio e fondamento dell’essere cristiano.
Qui la catechesi in diretta con le domande degli ascoltatori:
In Copertina: La Psychostasis o peso dell'anima con San Pietro e San Paolo. Panelli attribuiti al maestro spagnolo di Soriguerola, Catalogna - Spagna (tardo XIII sec.)



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