giovedì 29 maggio 2014

Il Vaticano II, un concilio pastorale. Un nuovo libro di P. S. Lanzetta



Serafino M. Lanzetta, Il Vaticano II, un concilio pastorale. Ermeneutica delle dottrine conciliari, Cantagalli, Siena 2014, pp. 490, euro 25,00. 


Il nuovo libro di p. Serafino M. Lanzetta nasce come tesi di abilitazione alla libera docenza, conseguita presso la Facoltà Teologica di Lugano (Svizzera), sotto la direzione del Prof. Dr. Manfred Hauke. L’opera si avvale di numerose fonti “di prima mano”, documenti d’archivio, soprattutto perizie di teologi della Commissione dottrinale e di scambi epistolari significativi tra i Padri del Concilio e con lo stesso Pontefice Paolo VI. 

Così l’Autore ha potuto ricostruire alcuni passaggi storici nodali, in cui si vede Paolo VI che attentamente segue i lavori conciliari e particolarmente i lavori della Commissione dottrinale. S’informa costantemente presso il Card. Ottaviani (Presidente della Commissione) sulla grande questione della Tradizione costitutiva (la tradizione orale ci dona alcune verità di fede che non si trovano neppure implicitamente nella S. Scrittura, se non quando questa è letta alla luce della Tradizione, che precede la formazione delle Scritture e segue, diventando vita stessa della Chiesa), la quale per alcuni era da limare, per altri da lasciare in modo generico, o da presentare in modo più ecumenico in Dei Verbum. I periti e poi i Padri avevano opinioni diverse al riguardo. 

Il S. Padre voleva invece che si dicesse chiaramente il tenore costitutivo della Tradizione apostolica, citando un testo di S. Agostino (De baptismo contra Donatistas, V, 23,31), in cui l’Ipponate afferma questa fede della Chiesa: molte cose che gli Apostoli hanno insegnato non sono reperibili nelle Scritture. Si entrava nel problema della duplicità delle fonti della Rivelazione, che il Concilio voleva superare mettendo l’accento più sulla Rivelazione che sulle fonti della sua trasmissione. Il testo finale di Dei Verbum 9 preferisce una formulazione neutrale, che sfuma il problema, toccandolo solo lateralmente: «la Chiesa attinge la certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Scrittura…». 

lunedì 21 ottobre 2013

Il Figlio dell'uomo troverà la fede sulla terra?







Il Signore nel Vangelo secondo Luca (18,1-8) di questa domenica  ci pone una domanda che ci sorprende: è un monito e anche un enigma: «Quando il Figlio dell’uomo verrà troverà la fede sulla terra?». Perché il Signore lo chiede a noi? Forse lui non lo sa? E’ una domanda che particolarmente oggi ci interroga profondamente: abbiamo la fede e potremo conservarla? 
Le insidie soggettiviste del momento attuale sono una minaccia alla fede. Sembra che credere in Dio fermamente e senza dubbi non sia più possibile. Data la nostra debolezza, Dio dovrebbe rassegnarsi ad un uomo ammalato e incapace, e così dovrebbe salvarlo con i suoi dubbi, con il suo ateismo di fondo. 
Questa è la minaccia del relativismo che pretende di trasformare dal di dentro la fede; la minaccia dell’uomo che pretende di adattare Dio alle sue debolezze e non vuole più aprire il cuore e la ragione al mistero infinito e all’amore di Dio. 
L’uomo rassegnato, che dice di non poter credere, è in verità un uomo che vuole fare Dio a sua immagine. Come fare per credere e credere nella verità? Dobbiamo pregare, pregare senza mai stancarci. 
La preghiera però esige le formule di preghiera, le preghiere basilari (Pater, Ave Maria, Angelus, S. Rosario, ecc.), coma la professione della fede esige le formule della fede, il Simbolo. Come non è possibile credere ignorando o cambiando le formule dogmatiche, quantunque strumentali all'atto di fede, così non è possibile pregare rettamente trascurando le preghiere e pensando di ridurre tutto al "cuore" o di poter pregare in modo sufficiente con una sola preghiera "fatta bene", come si suol dire. Tanti cattolici diventano sempre più buddisti: pregano se stessi, contemplano se stessi.
Credo per pregare e prego per credere fermamente fino alla fine. Fino alla venuta del Figlio dell'uomo. 

domenica 29 settembre 2013

Non ogni povertà salva, non ogni ricchezza condanna



Proponiamo ai nostri lettori l'ascolto di due omelie di p. Serafino M. Lanzetta, nelle ultime due domeniche del T. O. 



Il racconto evangelico dell’amministratore disonesto (Lc 16,1-13) talvolta ci sorprende: forse il Signore sta esaltando la disonestà di quest’uomo che si preoccupa di trovare una sistemazione dopo che è stato scoperto nei suoi traffici illeciti? No, assolutamente. Il Signore loda non la sua disonestà ma la sua scaltrezza. Infatti, i figli di questo mondo sono più scaltri dei figli della luce. Il Signore invita ciascuno di noi non a demonizzare la ricchezza ma a utilizzarla per un fine buono, a condividerla con chi ha meno e così a trasformarla da disonesta, quale essa normalmente diventa, a causa dei nostri egoismi, in carità che ci fa acquistare amici nelle dimore eterne. Coloro che avremo aiutati diventeranno nostri amici al cospetto di Dio e pregheranno per noi. La ricchezza non è dannata, così come la povertà che salva non è quella “reale” della teologia della liberazione, ma quella spirituale. Beati coloro che amano Dio e per suo amore soccorrono i poveri e così trasformano la “ricchezza disonesta” in un bene per tutti.




La seconda sulla parabola del ricco Epulone e del povero Lazzaro:


La parabola del ricco Epulone e del povero Lazzaro (cf. Lc 16,19-31) ci interroga sul vero significato della realtà dell’eterna perdizione e, per contro, della salvezza eterna in Paradiso. Perché Epulone è all’inferno? Solo perché vestiva di bisso e banchettava lautamente? No, ma perché aveva fatto di quelle cose il suo dio. Adorava il suo ventre e la materia ormai era il suo dio. Perché Lazzaro invece è nel seno di Abramo? Solo perché era povero? No, ma perché, nonostante la sua povertà, non aveva chiuso il suo cuore a Dio. Viveva di fede e chiedeva a Dio, nella speranza di ogni giorno, il pane quotidiano. Viveva del pane di Dio, della fede, e così, nonostante le sue piaghe e la sua miseria, non gli mancavano il coraggio e la speranza. Sapeva che Dio premia i buoni e punisce i cattivi. 
La ricchezza non è necessariamente un male così come la povertà non è necessariamente un bene e perciò salvifica. Il ricco Epulone, ogni uomo che vive di sé e del suo ventre, ci ricorda il vero valore della libertà: è vera la libertà solo se è responsabile ed è responsabile solo se dice a Dio, definitivamente, sì o no. La libertà non è incertezza o arbitrio.



venerdì 30 agosto 2013

S. Messa in rito antico ad Ognissanti



Siamo lieti di annunciare che la richiesta formulata dai Frati Francescani dell'Immacolata di Firenze per il ristabilimento della S. Messa in rito antico è stata accolta dal commissario apostolico, p. Fidenzio Volpi.




Le celebrazioni ripartiranno, nella Chiesa di S. Salvatore in Ognissanti, da domenica prossima, primo settembre, alle ore 12 e avranno la stessa cadenza prevista in precedenza, ossia

Domenica e festivi, ore 12
Feriali, ore 8


Deo gratias et Mariae Virgini!


venerdì 12 luglio 2013

Principi non negoziabili



(di p. Serafino M. Lanzetta, su Il Settimanale di P. Pio, nn. 26 e 27, giugno-luglio 2013).


Principi non opinioni 


La riflessione cattolica sui principi non negoziabili – definiti tali e in modo lungimirante da Benedetto XVI – rischia oggi, nel panorama della modernità liquida, di essere fraintesa, quando non anche di presentarsi, all’interno dello stesso mondo credente, a più voci ma per lo più contraddittorie. Dignità inviolabile della vita, matrimonio tra uomo e donna, procreazione, educazione dei figli da parte della famiglia, libertà religiosa come incoercibilità della coscienza nella scelta della verità, sono principi che promanano dalla legge naturale e perciò sono i fondamenti dello stesso agire morale. 

Oggi si cerca una via di dialogo perché non si scada in una sorta d’intolleranza morale, non si rischi di creare un muro cristallizzandosi su un bene che non è dogmatico ma razionale, come quello della morale naturale, precludendosi perciò la via del confronto sereno con i non credenti. Urgerebbe la necessità di trovare un’impostazione più condivisibile sui valori non negoziabili che, mentre non rinunci al patrimonio morale, non impedisca la valorizzazione di un dato centrale particolarmente sensibile che è la libertà di coscienza, ultimamente declinata come libertà di avvalersi di tutti i diritti dell’uomo, anche di quelli che diritti non sono. 

Ad esempio, con grande e grave arguzia, il neo-sindaco di Roma, Ignazio Marino, nel salutare il Gay-pride dello scorso 14 maggio, diceva così: «I diritti delle persone sono qualcosa che non può essere negoziato: non diritti speciali per qualcuno ma stessi diritti per tutti». Si capovolge l’assioma portante e così la stessa ragione: sarebbero i diritti (soggettivi) a non dover essere negoziati e non invero i beni universali dai quali promanano i diritti umani, i quali solo così non smetteranno di essere universalmente validi. 

Un equivoco di fondo, normalmente, si attesta sullo stesso approccio ai valori o beni universali e non negoziabili, i quali non sono opzioni morali ma principi dello stesso agire e che perciò costituiscono i presupposti della ragione pratica, che nel caso concreto sceglie in ragione del bene nella libertà. La ragione che si orienta nel campo della scelta morale non costituisce o plasma il bene morale, piuttosto lo trova come dato, come presupposto della stessa conoscenza che orienterà poi l’agire. Non è la ragione che crea il bene, né la volontà dell’uomo. Il bene viene prima, precede la conoscenza e lo stesso uomo. Il bene viene da Dio, Dio è il Bene. Pertanto, la legge naturale è scritta nell’uomo come partecipazione di quel Bene che è sempre tale ed è Dio stesso, riflesso della legge eterna di Dio. 

I principi non negoziabili sono a loro volta esplicitazione della legge morale naturale, precetti che sviluppano e concretizzano quelli generali che invitano a fare il bene, a ricercarlo sempre e sopra ogni cosa, e a evitare il male. 

Un’azione morale non può discutere l’accettabilità o meno dei principi del suo agire, stabilire se i valori morali sono validi in una determinata circostanza o almeno convenienti. Sarebbe come un uomo che, per conoscere, volesse prima discettare se conviene o meno stabilire che esiste il mondo e che nel mondo esisto io insieme ad altri. Come il mondo è un dato di partenza per chi vuole conoscere la realtà, così la vita inviolabile, ad esempio, è un dato di partenza per chi vuole agire in conformità al bene che per natura sua è universale. 

Perciò dobbiamo dire chiaramente che i valori non negoziabili sono evidenze morali, non dimostrabili ma dimostrate per sé, che a loro volta costituiscono la possibilità stessa dell’agire morale. Come direbbero i filosofi del senso comune – ci permettiamo un’analogia – sono essi stessi fondamento, senza alcun bisogno di essere fondati, della conoscenza e dell’agire morali. Sono principi indiscutibili, immutabili. Essi stessi, nella loro corretta applicazione, determineranno la verità o la falsità radicale dell’azione morale. 

Affermare ciò significa rinunciare al dialogo con i non credenti? Assolutamente no. Ripetiamolo: un dialogo è possibile solo se ci sono dei presupposti universali, validi per tutti e non solo oggi ma sempre. È necessario allora avere un concetto chiaro di “legge naturale”. 

mercoledì 19 giugno 2013

Un approccio teologico più rispondente al Concilio Vaticano II



Nella «Rivista Teologica di Lugano» 1 (2013) 75-95, p. Serafino M. Lanzetta ha pubblicato un articolo dal titolo L'ermeneutica del Vaticano II nel dibattito recente. Per un approccio più rispondente al Concilio. In esso vengono sintetizzati i risultati principali di uno studio più ampio, frutto di una ricerca attraverso le fonti, soprattutto inedite, sul Concilio Vaticano II, tra cui vari documenti di archivio della Commissione dottrinale.

Di questo studio offriamo ai lettori un estratto, rinviando, per la lettura integrale, al numero della rivista su indicato:


Uno degli aspetti principali nello studio del Concilio Vaticano II è quello ermeneutico. Dopo aver presentato una panoramica sulle recenti ermeneutiche, si desidera offrire un approccio nuovo al Concilio, visto come unità magisteriale nella distinzione delle sue diverse dottrine. Cosa significa che il Vaticano II volle essere un concilio pastorale? Gli interpreti hanno un sentire diverso. È indispensabile allora ricercare la mens del Concilio, andando alle fonti. Dopo aver indicato la necessità di distinguere i diversi livelli magisteriali nel Concilio, ci si concentra su alcune dottrine ritenute tipiche: il rapporto Scrittura e Tradizione, l’appartenenza alla Chiesa e il posto di Maria Vergine nel Concilio e poi nella Chiesa. Un principio ermeneutico realista vuole che si tenga presente lo stretto binomio di pastoralità e dottrinarietà per leggere il Concilio “dall’interno” e stabilirne correttamente il suo posto nel perenne magistero della Chiesa. 


Abstract:

One of the most important aspect of the Second Vatican Council is its hermeneutical dimension. In this study after offering an overview on the recent conciliar hermeneutics, the Author wishes to present a new approach by distinguishing the several doctrines in the unity of the magisterial teaching. What does pastoral Council mean? The interpreters are not in agreement. For this reason it is important to discover the mens of the Council, referring to the sources. The study underlines the necessity to distinguish the different magisterial levels in the Council, i. e. in its documents, and points out three representatives doctrines: the relationship between Scripture and Tradition, the membership of the Church and the place of the Virgin Mary in the Council and in the Church. A very realistic hermeneutical principle requires to note a close interdependence of pastoral and doctrinal in order to read the Council “from inside” and so to establish rightly his place in the perennial Magisterium of the Church. 


domenica 9 giugno 2013

La fede della Vergine Maria, modello e causa della fede della Chiesa



Catechesi di P. Serafino M. Lanzetta, presso il Santuario di "Nostra Signora delle Grazie", Porto Venere (La Spezia)




Beata sei tu Maria che hai creduto

venerdì 7 giugno 2013

Il Concilio Vaticano II alla luce della Tradizione della Chiesa




(di Marco Ferraresi su Unione Giuristi Cattolici Pavia. "Beato Contardo Ferrini").
Qui alcune foto della serata e anche l'audio della conferenza.


Martedì 11 giugno, ore 21, Padre Serafino Lanzetta (Frati Francescani dell’Immacolata) terrà presso la Sala Conferenze del Broletto in Pavia (ingresso laterale di via Paratici) una relazione dal titolo “Il Concilio Vaticano II alla luce della Tradizione della Chiesa”. E’ il tema sviluppato nel libro dello stesso Padre Lanzetta, Iuxta modum, edito nel 2012 da Cantagalli. L’evento, organizzato dal Sodalizio Pio XII, si ispira all’Anno della Fede ed è parte del programma culturale della annuale Festa del Ticino del Comune di Pavia.
Grazie a Benedetto XVI si è ravvivata negli ultimi anni la discussione teologica sul Concilio. In un celebre discorso del 2005 alla Curia romana, egli infatti ha sostenuto come negli anni successivi all’assise un’ermeneutica di discontinuità con la Sacra Tradizione abbia concepito il Concilio come un “nuovo inizio” per una “nuova chiesa”, da opporre ad una chiesa del passato.
Effettivamente, in questi decenni si è sentito un po’ di tutto. Appellandosi al Concilio sacerdoti hanno abbandonato l’esercizio del ministero, consacrati hanno violato il vincolo perpetuo dei voti, teorie esplicitamente o velatamente contrarie al Magistero infallibile hanno preso a circolare presso facoltà teologiche, seminari, istituti di insegnamento della religione cattolica. Sotto il pretesto dell’aggiornamento, della partecipazione e della “comprensibilità” (come se il mare potesse finalmente entrare nella conchiglia), si è assistito ad un “crollo della liturgia”, secondo l’espressione usata dal Card. Ratzinger nel denunciare gli abusi. Con la scusa del dialogo col mondo, della libertà religiosa, dell’ecumenismo, non pochi cattolici hanno sacrificato sull’altare del rispetto umano l’unicità salvifica di Gesù Cristo, la Chiesa cattolica come unica sede della pienezza della verità, i valori fondamentali della morale e le sue esigenze nella vita pubblica (pensiamo ai principi non negoziabili). Usando come grimaldello la collegialità e il sacerdozio battesimale, si sono invocati riforme democratiche del potere papale e il diritto di critica ad ogni pronunciamento magisteriale non gradito.
Come ciò è potuto accadere? E, soprattutto, si tratta di interpretazioni legittime? Sono contenute o suggerite dai documenti del Concilio o dal suo “spirito”?
La risposta non dipende solo dalla lettura dei testi, ma dall’ottica con cui si leggono. Potrebbe essere positiva solo se si ritenesse che il Concilio abbia inteso primariamente porsi come Concilio dottrinale e non pastorale; e che sia l’ultimo Concilio a giudicare la precedente Tradizione della Chiesa, inglobandola ed eventualmente superandola.
La risposta dovrebbe invece essere negativa se si ritenesse che il Concilio abbia inteso presentare se stesso come anzitutto pastorale (senza per questo rinunciare a formulazioni e precisazioni dottrinali); e che sia la Tradizione, come fonte della Rivelazione divina, la misura della verità delle cose, anzi, la Verità stessa comunicata a noi.
Non è questione oziosa: dalla risposta corretta dipende la fedeltà del credente a Nostro Signore e alla Chiesa, il fervore apostolico, la vivacità missionaria, il fiorire delle vocazioni.
Quale è, allora, la risposta corretta? Padre Serafino Lanzetta, giovane ed apprezzato teologo, ne parlerà nella sua attesa relazione. 


Marco Ferraresi


martedì 28 maggio 2013

La Chiesa riparte da Fatima



(di P. Serafino M. Lanzetta su  II Settimanale di P. Pio e  conciliovaticanosecondo.it).


Di solito le cose importanti passano sotto silenzio. Così è successo con una notizia che poteva occupare le prime pagine dei giornali, almeno di quelli cattolici, ma che ha interessato appena qualche trafiletto. Questa la grande notizia: lo scorso 13 maggio il Patriarca di Lisbona, Sua Em.za José Policarpo, ha consacrato il Pontificato di Papa Francesco alla Madonna di Fatima, durante la S. Messa solenne nella Cova da Iria, come espressamente richiesto dallo stesso S. Padre. Il giorno prima, invece, l’Arcivescovo di Rio de Janeiro, Mons. Orani Tempesta, ha consacrato alla Madonna di Fatima la prossima GMG brasiliana. 

C’è sicuramente un filo rosso che cuce questo ministero petrino, iniziato con l’elezione del 13 marzo 2013, con la situazione del tutto peculiare della Chiesa nel suo seno, partendo proprio dall’atipicità di due papi, di cui uno emerito, colpito a morte ma senza morire e il suo successore che ama presentarsi quale vescovo di Roma, vestito di bianco. Papa Francesco di recente ha ricevuto in visita privata il segretario di Giovanni XXIII, Mons. Capovilla, uno degli attori importanti in quel 1960, stabilito da Nostra Signora per rivelare la terza parte del segreto di Fatima, archiviato però per volontà di Papa Roncalli e pubblicato solo nel 2000, per volontà del B. Giovanni Paolo II, durante la beatificazione a Fatima dei due pastorelli, Giacinta e Francesco. 

Il gesto compiuto da Papa Francesco è di primaria importanza per tutta la Chiesa. Anzitutto ci dice, con toni nuovi e peculiari, una cosa fondamentale: Fatima non è una pagina di storia che appartiene ormai al passato. Così sembrava quando, nella spiegazione della terza parte del segreto, nell’anno 2000, si disse che la visione della «città mezza in rovina», con tanti morti, tra cui vescovi, religiosi e religiose, riguardava il secolo XX, il secolo dei martiri. 


Avrò cura di te. Dialogo sui valori non negoziabili



(di Andrea Giannotti su Corrispondenza Romana) 

La difesa della vita. Tema di un’attualità drammaticamente costante, affrontato spesso dall’Associazione Famiglia Domani, ma che oggi, alla luce delle iniziative che hanno avuto luogo a Roma, tra cui la terza Marcia per la Vita, assume una dimensione particolare. In tal senso, la presentazione di Avrò cura di te. Custodire la vita per costruire il futuro (Fede&Cultura, Verona 2013, pp. 140, 12,80 euro) ultimo libro di Padre Serafino M. Lanzetta dei Francescani dell’Immacolata, ha rappresentato un importante contributo alla crescente presa di coscienza circa l’urgenza di tutelare e promuovere la vita.

Dopo un’introduzione di Virginia Coda Nunziante dell’Associazione Famiglia Domani, l’autore ha indagato la dimensione filosofica del bene della vita citando l’Evangelium Vitæ del Beato Giovanni Paolo II ed il suo appello per «una generale mobilitazione delle coscienze per una grande strategia per la vita» ed esortando i cristiani a dialogare con tutti in forza del riconoscimento di valori non negoziabili. È stata sottolineata l’inconsistenza e la vacuità di una concezione di libertà intesa come mera emancipazione di sé a tutti i costi. Un’idea di libertà, svincolata dalla Verità e da Dio, che si traduce nell’arbitrio del più forte sul più debole e nell’intolleranza verso quanti non hanno voce, il bambino non ancora nato o quei malati che si vorrebbe sopprimere.

Padre Lanzetta ha evidenziato un incomprensibile accanimento contro la vita, ossia proprio contro quel bene che è presupposto di ogni altro bene. Il discorso si è poi allargato ai c.d. valori non negoziabili; valori di per sé stessi evidenti che non abbisognerebbero di alcuna giustificazione, ma presupporrebbero la conoscenza morale.

Tuttavia in un’epoca socialmente e moralmente fragile, è necessario ricercare le forme migliori per presentare tali valori ed è utile per prevenire le critiche laiciste, rammentare l’insegnamento degli scolastici secondo cui la Verità è adeguamento alla realtà. La difesa della vita è un aspetto chiave. Senza la comprensione del valore vita ed il rifiuto di valutazioni squisitamente soggettive, non potranno essere adeguatamente compresi tutti gli altri valori. L’analisi si è sposata allora sulla dimensione politica del problema e, in particolare, sui famigerati “cattolici adulti”. Gli appartenenti a questa categoria teologico-anagrafica sostengono che la libertà che caratterizza la fede ne consente la separazione rispetto alla realtà temporale, ma qui si annida un errore molto insidioso, cioè l’idea che la ragione possa essere autonoma dal Creatore e dalla legge morale. Al contrario, non sono i valori non negoziabili che vanno ricondotti alla fede, ma viceversa! Nel clima esagitato del post-concilio si è alterata la nostra percezione di questi valori e qualcuno ha ritenuto di stabilire un ordine gerarchico ed una gradualità.

La realtà è che i valori non negoziabili costituiscono la verifica della fede, della teologia, del dialogo culturale ed ecumenico.Come si può pensare di presentare Dio e la Chiesa senza riconoscere i fondamenti essenziali della legge naturale? Alla luce di tale considerazione, risulta evidente la difficoltà di una conciliazione con il mondo protestante e le sue attuali convinzioni.

La suprema occasione di incontro e di sincronizzazione della ragione e della Fede cattolica è la vita. Essa viene da Dio e in tanto è sacra. Padre Lanzetta ha proseguito ammonendo affinché la difesa della vita impegni tutti i cristiani, senza vincoli politici e senza anagrafe della cattolicità, ricordando che dietro ad ogni attacco, anche quelli non immediatamente diretti contro la fede o contro la Chiesa, c’è sempre la mano diabolica che vuole corrompere la purezza della fede. In conclusione, l’autore ha fatto un ulteriore richiamo a Giovanni Paolo II ed al suo avvertimento per cui ogni attentato contro la vita è un attentato contro la pace e contro Dio.

Andrea Giannotti