giovedì 10 giugno 2010

Un anno sacerdotale che volge al termine e la crisi nella Chiesa

Dopo la celebrazione dell’Anno paolino, volto a riscoprire nella Chiesa l’ardore missionario del grande apostolo delle genti, il Santo Padre Benedetto XVI ha voluto sottolineare il dono prezioso del Cuore di Cristo che è il sacerdozio ministeriale, consacrandovi un anno di preghiere e di riflessioni particolari. Così, il 16 giugno 2009, il Papa ha inaugurato l’Anno sacerdotale, in occasione del 150° anniversario della morte del S. Curato d’Ars, per riaffermare l’indispensabilità nell’oggi della Chiesa del sacerdozio ministeriale, che continua ininterrottamente da Cristo attraverso gli Apostoli, i Vescovi e i Presbiteri. Questi sono uniti nell’unico sacerdozio di Cristo, partecipato in modo sacramentale e gerarchico con l’Ordine sacro. Si è trattato di un anno di grazia per tutta la Chiesa. Numerose sono state le iniziative di studio e di preghiera che hanno segnato il decorso di questi mesi. Anche noi Francescani dell’Immacolata abbiamo organizzato un Convegno teologico sul tema, di cui sono stati pubblicati gli atti con la Casa Mariana Editrice.

Accanto però alla bellezza della testimonianza corale – capeggiati dal Vicario di Cristo –, a favore del dono supremo dell’amore di Cristo, che è la partecipazione al suo stesso sacerdozio e dunque la sua permanente azione salvifica a favore degli uomini mediante i sacerdoti, abbiamo assistito anche all’insorgere sempre più possente di un’onda invece contraria, quasi spinta a travolgere questa grazia: la rivelazione crescente e mass-mediaticamente amplificata del peccato di alcuni sacerdoti, che, tradendo il loro ministero, hanno commesso il brutale delitto dell’abuso di minori. Il mondo certo è rimasto attonito e scandalizzato e, sebbene rispetto agli abusi mondialmente esistenti, quelli commessi da sacerdoti – quantunque sempre detestabili – siano veramente la più piccola minoranza, non si è mancato di cogliere l’occasione per colpire nuovamente e direttamente la persona del Pontefice, ritenuta ingiustamente responsabile. Dagli abusi sessuali si è presto arrivati, in occasione della celebrazione del V anniversario di pontificato di Benedetto XVI, a screditare la sua azione pastorale, il cui cuore pulsa nella riforma della vita di fede nell’unico vero Dio e nella liturgia della Chiesa.

Il volto bello e sacerdotale della Sposa di Cristo è stato offuscato da un peccato, che, al dire del Papa, oggi segna la vera persecuzione: la persecuzione è nella Chiesa e questa è generata dal peccato covato nel suo interno. Così diceva il Pontefice all’Angelus di domenica 16 maggio 2010: «Il vero nemico da temere e da combattere è il peccato, il male spirituale, che a volte, purtroppo, contagia anche i membri della Chiesa». Queste parole facevano eco a quelle rilasciate ai giornalisti durante il volo verso Lisbona (11 maggio 2010): «… non solo da fuori vengono attacchi al Papa e alla Chiesa, ma le sofferenze della Chiesa vengono proprio dall’interno della Chiesa, dal peccato che esiste nella Chiesa».

La purezza del dono di Cristo fino alla fine che è l’Eucaristia, si scontra oggi, con la sporcizia che imbratta le bianche vesti della sposa di Cristo. Il sacerdozio rimane ferito da una cattiva testimonianza, mentre era stato invitato a manifestare al mondo l’amore di Cristo che si fa carico di tutti, soprattutto dei più piccoli.

Di fronte a questo impasse è doveroso però porre una domanda: basta per uscire da questo incaglio nel quale sembra ora stagnare la verità del sacerdozio ministeriale, invocare semplicemente una riforma dei costumi sacerdotali – prescindiamo ovviamente dalle insulse quanto miopi proposte di chi crede che abolendo il celibato si risolva il problema della pedofilia –, senza alcuna allusione ad un male che sta più a monte nella Chiesa, ovvero senza punto riferirsi a quella secolarizzazione indotta forzatamente quale emancipazione dal peccato e apertura sconsiderata al mondo? Pensiamo che il problema di cui oggi soffre la Chiesa nel suo interno, travalichi anche la portata del peccato di abuso, e che quest’ultimo sia, in un certo modo, un “effetto boomerang” di quel modo di pensare e di agire pastorali così fiduciosi nei confronti del peccato stesso. Subito dopo il Concilio e per la durata di più di quarant’anni, in alcuni circoli, non si è smesso di insegnare che il peccato ormai non esiste più: è solo reminiscenza di un modo antiquato di concepire la Chiesa, abbarbicata su se stessa e sulle sue intransigenti posizioni. Per essere moderni e dunque in linea con il mondo, bisognava necessariamente redimersi da questa smania di peccato onnipresente, bisognava avere il coraggio di vivere come se non esistesse. Dire peccato significava dire anche Chiesa pre-conciliare, liturgia, preghiera, vita pre-conciliare. Insomma, uno degli slogan preferiti, anche nella Chiesa, era proprio questo: “questo non è più peccato”, “questo non è più valido”. Purtroppo però ci sono dei peccati che non li si può semplicemente nascondere, quando vengono alla luce risultano davvero orripilanti.

Crediamo, pertanto, che una vera purificazione della Chiesa debba essere accompagnata anche da un sano ritorno alla verità del Vangelo, in tutte le sue dimensioni, e ad un sereno confronto con la Tradizione della Chiesa nella sua interezza, senza porre fratture tra un prima e un poi, ritornando all’insegnamento cattolico genuino: “dicendo nuovamente pane al pane e peccato al peccato!”.

La celebrazione di questo Anno sacerdotale, infatti, è stata concepita da Benedetto XVI come un dar fiato alla verità della Chiesa, alla verità della predicazione della Chiesa, alla verità dell’essere sacerdoti di fronte alla Chiesa e a servizio di essa. Non ha mancato il Santo Padre di ricordare e di denunciare le svariate problematiche che fanno da sottofondo ad una crisi del sacerdozio ministeriale nella Chiesa, crisi che principiando da una certa tensione di elementi teologici rinnovati, ertisi contro una visione considerata piuttosto tradizionale, ha finito coll’indurre seri dubbi, a volte anche esistenziali, in chi era chiamato da Dio ad essere ripresentazione sacramentale di Gesù Buon Pastore. Una era la parola d’ordine: apertura al mondo. Uno, tante volte, è stato il risultato: secolarizzazione del sacerdozio, intesa prevalentemente quale confusione di ruoli tra preti e fedeli. Molto spesso i fedeli fanno i preti e i preti diventano laici.

In un passaggio molto interessante del Discorso ai Vescovi della Conferenza Episcopale del Brasile (Ovest 1-2), del 7 settembre 2009, Benedetto XVI diceva: «… nei decenni successivi al Concilio Vaticano II, alcuni hanno interpretato l'apertura al mondo non come un'esigenza dell'ardore missionario del Cuore di Cristo, ma come un passaggio alla secolarizzazione, scorgendo in essa alcuni valori di grande spessore cristiano, come l'uguaglianza, la libertà e la solidarietà, e mostrandosi disponibili a fare concessioni e a scoprire campi di cooperazione. Si è così assistito a interventi di alcuni responsabili ecclesiali in dibattiti etici, in risposta alle aspettative dell'opinione pubblica, ma si è smesso di parlare di certe verità fondamentali della fede, come il peccato, la grazia, la vita teologale e i novissimi. Inconsciamente si è caduti nell'autosecolarizzazione di molte comunità ecclesiali; queste, sperando di compiacere quanti erano lontani, hanno visto andare via, defraudati e disillusi, coloro che già vi partecipavano: i nostri contemporanei, quando s'incontrano con noi, vogliono vedere quello che non vedono in nessun'altra parte, ossia la gioia e la speranza che nascono dal fatto di stare con il Signore risorto».

L’Anno sacerdotale, nella mente del Pontefice, doveva essere un tempo per riscoprire la bellezza del ministero apostolico a favore della Chiesa, e doveva segnare una presa di coscienza di una secolarizzazione strisciante nella Chiesa che non si risolve senza un sano ritorno alla verità di Cristo, alla verità della Chiesa e del sacerdozio ministeriale, smascherando l’unico vero nemico: il peccato, nella Chiesa. Vogliamo fare tutti la nostra parte perché ciò possa davvero avvenire. Soprattutto con l’obbedienza al Santo Padre.

p. Serafino M. Lanzetta, FI


da il Settimanale di P. Pio, 6-13 giugno, n. 22-23

mercoledì 9 giugno 2010

Sacerdote, chi sei?


Un anno di grazia per tutta la Chiesa è stata la celebrazione dell’Anno sacerdotale, dedicato alla riscoperta di un grande mistero: un uomo, scelto e chiamato da Dio ad essere sacerdote (cf. Eb 5,1), diventa tutto dopo Dio, come direbbe il S. Curato d’Ars. Ecco perché S. Giovanni Crisostomo poteva esclamare: «Chi sei o sacerdote? Tutto e niente».
Il sacerdote è un grande mistero. Ciò significa richiamare subito la fede che sola può assentire al mistero che il sacerdote porta nelle sue membra, nel suo essere. Questo significa pure che il primo a dover fare un atto di fede nel sacerdozio è proprio il sacerdote. Quando si tralascia la fede teologale nel sacerdozio e lo si intende alla stregua delle altre funzioni sociali, ecco che si generano numerosi errori, e il sacerdozio stesso viene diluito nel suo intrinseco mistero sacramentale. Il sacerdote è Gesù stesso, il suo prolungamento sacramentale, che compie le medesime azioni salvifiche del Signore, per la santificazione e la salvezza degli uomini. Dire sacerdote, equivale a dire Gesù sacerdote, l’unico Sacerdote: ecco perché ogni sacerdote deve riflettere l’Unico, e questo non solo nel compiere le azioni sacramentali ma pure nel vivere in conformità al Sacramento ricevuto, nel vivere in conformità a Cristo stesso. Nel sacramento dell’Ordine scompare, per così dire, quella frizione tra l’essere sacerdote, tra l’essere sacramentalmente alter Christus, e il suo agire esistenziale e pastorale in conformità a Cristo sacerdote. In altre parole, nell’identità del sacerdote, in quanto realizzata dal sacramento dell’Ordine, non c’è posto per un’azione in ragione del sacramento e un’azione in ragione dell’uomo: il sacerdote è sacramentalmente Cristo e dunque Lui incarna nella sua vita. L’agire del prete nella fedeltà al Signore non dipenderà unicamente da una decisione della sua volontà di rimanere fedele, ma sarà attuata dal mistero sacramentale che fa essere immagine di Cristo sacerdote. Certo, non c’è confusione tra il sacerdote e Cristo: rimangono due persone distinte e il sacerdote rimane pur sempre una persona umana fallibile, ma nella misura in cui questi farà agire in sé il sacramento della conformazione a Cristo Sommo Sacerdote, sarà in toto Cristo tantomeno Sacerdote. L’identità del sacerdote, quale prolungamento cristico, è il luogo fondante anche la missione del sacerdote, e quindi la sua attività apostolica a servizio della comunità dei fedeli. Non sono i fedeli a specificare il ruolo del sacerdote nella Chiesa, né ad esigere una funzione nel sacerdote, volta unicamente ad un servizio nei loro confronti, ma la missione del sacerdote, la sua funzione ministeriale a servizio dei fedeli nasce quale promanazione dalla sua consacrazione in Cristo Capo e Pastore del Popolo di Dio, da guidare e da santificare. Di qui consegue che il Popolo di Dio non si adunerebbe come Chiesa senza la presenza sacramentale nel sacerdote del Sommo Sacerdote, che donando se stesso santifica i fedeli, senza la presenza del sacerdote che, quale Cristo nel tempo, continua ad offrire ai fedeli la salvezza. Senza il sacerdozio ministeriale, il cui munus propriamente è la guida dei fedeli alla vita eterna, mediante l’insegnamento e la santificazione sacramentale, non ci sarebbe la Chiesa di Dio, non ci sarebbe l’Eucaristia che fa la Chiesa. Infatti, perché ci sia la Chiesa e perché questa sussista nel tempo identica a quella voluta da Cristo, è necessario il sacerdozio ministeriale nella continuità storica della successione apostolica e l’Eucaristia, sacrificio vivente del Signore.
È falso e fuorviante invocare una nuova Chiesa senza il sacerdozio ministeriale, o scorgere nella mancanza delle vocazioni alla vita sacerdotale una sorta di “segno dei tempi” della definitiva riscoperta conciliare dei fedeli laici nel seno della Chiesa. Il sacerdozio ministeriale è indispensabile alla Chiesa per la santificazione dei fedeli, mentre il sacerdozio comune esercitato dai fedeli, a sua volta, costituisce la Chiesa come corpo, il corpo mistico del Signore.
Non si può nascondere che negli anni immediatamente dopo il Concilio Vaticano II si è conosciuta una stagione turbolenta, che ha segnato anche una crisi del sacerdozio ministeriale. Questa crisi si è generata soprattutto a causa di una notevole confusione di ruoli, indotta nel modo di concepire il rapporto tra fedeli e sacerdoti: si voleva a tutti i costi riscoprire il ruolo dei laici ma a discapito della loro verità, spingendo sempre più la verità del sacerdozio ministeriale verso una concezione piuttosto funzionalistica, alle complete dipendenze del sacerdozio comune dei fedeli. Questo ha fatto sì che tanti laici si improvvisassero sacerdoti. Nello stesso ministero sacerdotale poi, onde privilegiare ancora una volta la compagine d’affratellamento nella Chiesa, radunata intorno alla Parola di Dio, dimenticando però il potere salvifico dei Sacramenti, volutamente si è iniziato a concepire il sacerdozio ministeriale con un notevole accento sull’aspetto della predicazione e dell’evangelizzazione, quale missione primaria del presbitero, ignorando o accantonando l’aspetto cultuale-sacramentale.
La stessa S. Messa è stata concepita prevalentemente come convivio, generato dall’ascolto della Parola, mentre la santificazione, quale realtà misterica scaturente dal potere di santificare e di trasformare in Cristo dei sacramenti e particolarmente del sacrificio della S. Messa, è stata volutamente accantonata. Sembra che il cristiano si salva unicamente per l’ascolto della Parola, piuttosto che per il lavacro nel sangue di Cristo e per la rigenerazione spirituale mediante la Parola nei santi Sacramenti. La Parola non è un assoluto nella Chiesa, ma prepara e fa il Sacramento.
La celebrazione dei Sacramenti ha conosciuto un notevole oblio, e questo ha generato spesso numerosi dubbi nello stesso sacerdote circa la sua identità nella Chiesa.
In una recente Udienza Generale (5 maggio 2010), il Santo Padre, come aveva fatto già in precedenti allocuzioni, lamentava proprio questa discrepanza, che in definitiva è riconducibile a quanto dicevamo all’inizio: una frattura tra l’identità e la missione del prete ha generato a sua volta una frattura del tutto arbitraria tra Parola di Dio e Sacramento, tra il fare e il santificare. Diceva il Pontefice:
«Negli ultimi decenni, vi sono state tendenze orientate a far prevalere, nell’identità e nella missione del sacerdote, la dimensione dell’annuncio, staccandola da quella della santificazione; spesso si è affermato che sarebbe necessario superare una pastorale meramente sacramentale. Ma è possibile esercitare autenticamente il Ministero sacerdotale “superando” la pastorale sacramentale? Che cosa significa propriamente per i sacerdoti evangelizzare, in che cosa consiste il cosiddetto primato dell’annuncio? Come riportano i Vangeli, Gesù afferma che l’annuncio del Regno di Dio è lo scopo della sua missione; questo annuncio, però, non è solo un “discorso”, ma include, nel medesimo tempo, il suo stesso agire; i segni, i miracoli che Gesù compie indicano che il Regno viene come realtà presente e che coincide alla fine con la sua stessa persona, con il dono di sé, come abbiamo sentito oggi nella lettura del Vangelo. E lo stesso vale per il ministro ordinato: egli, il sacerdote, rappresenta Cristo, l’Inviato del Padre, ne continua la sua missione, mediante la “parola” e il “sacramento”, in questa totalità di corpo e anima, di segno e parola».
Solo ripensando il sacerdote in Cristo, quale alter Christus, si può ricomporre questa frattura che poi presenta ancora un riflesso nella vita spirituale del sacerdote. Si è insistito fin troppo col dire che nella santificazione tutti hanno pari diritto. Questo è vero. Ma bisogna pur aggiungere che il sacerdote non si santifica come laico, ma sempre come sacerdote, quindi come Capo e Pastore del suo Popolo. Il titolo della sua santificazione è anzitutto quello battesimale, ma anche e soprattutto quello ontologico-ministeriale. Ecco perché allora la santificazione nel sacerdote è urgente per il fatto che funge da modello, da esempio per i fedeli, e da guida verso la santificazione. Se il sacerdote si santifica sicuramente si santifica anche la sua parrocchia; se il sacerdote invece è infedele a questo suo compito, sicuramente anche la parrocchia si allontana dalla volontà di Dio, anzi spesso diventa una contro-Chiesa, che mentre si scandalizza dell’operato dei preti, si allontana dalla verità di Cristo.
L’essere alter Christus, dunque, approda adagio alla ripresentazione anche esistenziale nel sacerdote di Gesù Sacerdote. Il sacerdote compie delle azioni sacre che non possono esimerlo dalla santificazione, e santificandosi, diventa con la sua stessa vita mediatore di santificazione.
Nell’unione filiale e devota del sacerdote con la Madonna c’è la riuscita del suo ministero, la sua sicura santificazione. Ci auguriamo che tutti i sacerdoti possano attuare nella loro vita quanto diceva il S. Padre a Fatima il 12 maggio 2010, consacrandoli tutti al Cuore Immacolato. Con una sola voce sacerdotale, unita a quella del Pontefice, vogliano i sacerdoti pregare la SS. Vergine e dirLe:
«Guidati da te,
vogliamo essere Apostoli 
della Divina Misericordia,
lieti di celebrare ogni giorno
il Santo Sacrificio dell'Altare
e di offrire a quanti ce lo chiedono
il sacramento della Riconciliazione. Avvocata e Mediatrice della grazia,
tu che sei tutta immersa
nell'unica mediazione universale di Cristo, 
invoca da Dio, per noi,
un cuore completamente rinnovato,
che ami Dio con tutte le proprie forze
e serva l'umanità come hai fatto tu».

p. Serafino M. Lanzetta, FI


da Il Settimanale di P. Pio, 6-13 giugno 2010, n. 22-23

martedì 8 giugno 2010

Fides Catholica. Rivista di Apologetica teologica


Fides Catholica è una nuova rivista semestrale di apologetica teologica, a cura dell’Istituto Teologico “Immacolata Mediatrice” dei Francescani dell’Immacolata, nata nel 2006.

Scopo della rivista è collocarsi nell’alveo della teologia fondamentale, incrementando un discorso apologetico che miri tanto a chi non crede in Cristo, offrendo le ragioni della nostra speranza (1Pt 3, 15), quanto alla teologia sistematica nei suoi vari ambiti, cercando, in questa seconda accezione apologetica, di instaurare un dialogo teologico che mai prescinda dalla verità nella carità.

Si desidera, con lo studio e l’approfondimento teologico nei suoi vari ambiti, dare voce al discorso apologetico quale “difesa” della fede cattolica che ci viene donata, insegnata, una «fede che ci precede» (Benedetto XVI) e che perciò ci chiede di essere custodita e proposta così come si è appresa, in un approfondimento che non si discosti dalla sua verità. Un’apologetica poi che “proponga” a tutti la verità cattolica, muovendo da un discorso razionale fortemente ancorato alla verità della persona umana, alla sua capacità di pensare con una ragione “forte” ed “ampia”, così da formulare anche giudizi morali definitivi. In tal modo e solo quando vi è un fondamento metafisico stabile, si è capaci anche di radicare l’atto di fede nel Dio Unitrino, non sul sentimento del momento, ma nella volontà dell’uomo mossa dalla grazia di Dio.

Sappiamo purtroppo come oggi s’instaura sempre più fortemente quella «dittatura del relativismo» che nulla dà come definitivo ma tutto diventa importante come momento ermeneutico del soggetto, dello scoprirsi dell’uomo come vivente ed esigente un bene che è mutevole, poliedrico, che cambia secondo le possibili interpretazioni soggettive. In realtà, la fine della possibilità della verità, si trasforma sempre più in un’assolutizzazione del soggetto e delle sue brame di possesso: l’assolutizzazione di un eros senza ragione e senza più un cuore. È necessario e quanto mai urgente, pertanto, ridire all’uomo la verità e l’amore. L’amore nella verità per una verità dell’amore, così da incrementare finalmente un amore alla verità che sia fonte della vera libertà. Dio è amore (Gv 4, 8.16). La verità di Dio è l’amore. La verità dell’uomo non può che essere amore: amore nella verità.

Gli articoli che compongono Fides Catholica si rivolgono tanto ad extra Ecclesiae, presentando a tutti i motivi di credibilità della fede e dell’unica salvezza in Cristo nella Chiesa, quanto ad intra Ecclesiae, promuovendo un dire teologico che sia sempre ancorato alla Tradizione viva della Chiesa, nell’obbedienza filiale al Magistero che di codesta Tradizione n’è il custode e l’assertore infallibile.

Gli ambiti che caratterizzano la rivista sono prevalentemente tre: Historica, dove si approfondiscono temi di storia della Chiesa legati alle verità della fede e della morale; Theologica, dove si analizzano temi prettamente teologici nei vari ambiti di questa disciplina sacra e Commentaria, una sezione invece dedicata anzitutto al commento del Magistero della Chiesa e di opere teologico-apologetiche significative, capaci di illuminare il nostro lavoro.

Così facendo si vuole essere araldi di una verità teologica che non si lasci sedurre dalle mode del tempo, col pericolo di annacquare il vissuto bimillenario della Chiesa, ma che al contrario si presenti attuale, capace di parlare al mondo di oggi, perché saldamente radicata nelle verità di sempre.

L’incoraggiamento ad intraprendere questo nuovo cammino teologico da parte del nostro Istituto Teologico, è venuto in particolare dal Santo Padre Benedetto XVI. Il suo magistero forte e chiaro, si caratterizza anche per un taglio apologetico. Si pensi ad esempio alla sua prima enciclica, Deus Caritas est che amerei definire proprio un’apologetica dell’amore nella verità, e in particolare alle catechesi del mercoledì che, dallo scorso 15 marzo 2006, hanno inaugurato un nuovo ciclo sul rapporto tra Cristo e la Chiesa sulla base della scelta dei Dodici.

Vogliamo comunque che sopra ogni altra cosa «vi sia la carità che è il vincolo di perfezione» (Col 3, 14). Il lemma “apologetica” potrebbe indurre alla considerazione di un pensiero teologico piuttosto polemico, mentre, preso nella sua accezione originaria, vuole significare solo e sempre l’affermazione della Verità nella carità per contribuire ad un sano e sereno sviluppo della teologia come discorso su Dio, come dialogo con Dio per intercessione materna della Vergine Maria.

Proprio lei, la Vergine Santa, Ancella del Logos, Madre del Dio incarnato, può guidarci lungo i sentieri della verità, quella Verità che le si è comunicata per abitare tra noi. Lei custodisce la verità e la dona: Cristo suo figlio. A lei chiediamo di intercedere per noi, perché il cammino teologico di Fides Catholica sia sempre vivificato dalla grazia dello Spirito Santo, lo Spirito di verità che ci guida alla verità tutt’intera (cf. Gv 16, 13).

p. Serafino M. Lanzetta, FI


Fides Catholica. Rivista di Apologetica teologica

Sede:

Frati Francescani dell’Immacolata

Chiesa SS. Salvatore in Ognissanti

Borgo Ognissanti, 42

50123 Firenze

055.2398700

E-mail: fifirenze@davide.it


Editrice:

Casa Mariana Editrice

Via Dell’Immacolata

83040 Frigento (AV)

Tel. 0825.444415

E-mail: cm.editrice@immacolata.ws

lunedì 7 giugno 2010

Pubblicato il libro degli atti del Convegno sul Sacerdozio ministeriale

E' stato pubblicato dalla Casa Mariana Editrice dei Francescani dell'Immacolata, il libro che raccoglie gli atti del convegno su: Il sacerdozio ministeriale: "l'amore del Cuore di Gesù", tenuto a Roma-Boccea il 10-12 dicembre 2010.

Il sacerdozio è l'amore del Cuore di Gesù, amava ripetere il S. Curato d'Ars. Nell'Anno sacerdotale, indetto dal Papa Benedetto XVI, in occasione del 150° anniversario del dies natalis di S. Giovanni M. Vianney, il Seminario Teologico Immacolata Mediatrice dei Francescani dell'Immacolata, ha voluto dare rilievo a questo evento, organizzando un convegno teologico sul “sacerdozio ministeriale”.

Il convegno – di cui questo libro raccoglie gli atti – ha visto la partecipazioni di eminenti Vescovi ed illustri professori, ed ha voluto richiamare l'imprescindibilità nella Chiesa dalla sorgente ministeriale-sacerdotale che è Cristo, ripresentato sacramentalmente dai suoi ministri. La Chiesa non sarebbe più se stessa senza il sacerdozio ministeriale, e i sacerdoti non sarebbero efficacemente prolungamento misterico del Verbo incarnato, senza un continuo rimanere in Cristo, ovvero senza un incessante tendere alla santità. In fondo, si vuole dar ragione di quanto scriveva Benedetto XVI: «Come non ricordare con commozione che direttamente da questo Cuore è scaturito il dono del nostro ministero sacerdotale? Come dimenticare che noi presbiteri siamo stati consacrati per servire, umilmente e autorevolmente, il sacerdozio comune dei fedeli? La nostra è una missione indispensabile per la Chiesa e per il mondo, che domanda fedeltà piena a Cristo ed incessante unione con Lui» (Omelia per l'apertura dell'Anno Sacerdotale, 19 giugno 2009).